Adelphi. L'essenza secondo Gould

Articolo di: 
Marianna Dell'Aversana
Il segreto di Joe Gould

Tra gli eccentrici e gli spostati, i tubercolotici e i falliti della New York della prima metà del Novecento ci si perde nelle pagine dell’opera di Joseph Mitchell, giornalista del New Yorker, mentre si tenta di inseguire  il vorticoso peregrinare del bohémien Joe Gould.

Mitchell, ammaliato da un tale stravagante personaggio, ne ha pubblicato dei ritratti a più riprese sul suo giornale, il primo dei quali “Il professor Gabbiano” nel 1942, l’altro “Il segreto di Joe Gould” nel 1964. Sotto quest’ultimo titolo sono stati riunificati entrambi i profili pubblicati dalla casa editrice Adelphi.

Joe Gould, “ometto allegro”, trascina la sua vita da bohémien nel Greenwich Village, divenendo una vera e propria celebrità tra tutti gli abitanti: baristi, fattorini, scenografi e artisti, ognuno dei quali rimane in attesa della sua grande opera, La Storia orale, in cui viene riportato solo ciò che Gould ha visto o sentito, in quanto “solo ciò che la gente dice è storiain ottemperanza al senso etimologico del concetto tutto greco di historìa.

La storia di una nazione, pertanto, non va rintracciata nei Parlamenti, nei campi di battaglia, tra re e regine, ma nelle conversazioni tra passanti, tra mendicanti, nei borbottii degli ubriachi, nelle urla della notte, nei frammenti di vita della gente comune. In tal modo assumono consistenza sempre maggiore le buie strade di New York, con la sua bizzarra folla di personaggi emarginati dalla società, alla cui schiera lo stesso Gould rivendica la propria appartenenza. Ci si sofferma, infatti, su un’immagine di una New York in decadenza, colta nel suo lato labile e precario, nei suoi contrasti chiaroscurali; una città, la quale ammanta, sotto i bagliori della modernità, le forze oscure che la agitano. Intento dichiarato dell’autore è, pertanto, quello di spiegare ciò che non ha funzionato nella nostra moderna civiltà, proprio come aveva fatto Gibbon nella “Storia della caduta dell’impero romano”, che  Gould costantemente riecheggia.

Lo stesso Gould, soprannominato dalla stampa anche professor Gabbiano in quanto sosteneva  di aver tradotto nella lingua dei gabbiani alcuni versi poetici di Henry Wadsworth Longfellow, decide di immergersi in questo mondo brulicante di stranezza, rinunciando agli splendori di una realtà agiata per poter vagabondare e meditare liberamente, per meglio cogliere l’autentica essenza della vita, che si illude di poter fissare nella forma definitiva della scrittura. Un’arte, quest’ultima, che richiede una totale dedizione, che non ammette compromessi, per la quale è addirittura doveroso vivere senza mezzi, confidando nell’aiuto altrui, indossando abiti presi in prestito o ricevuti per carità. Solo in questo modo sembra possibile mantenere uno sguardo sempre aperto sull’universo circostante, senza rinchiudersi nel proprio angusto microcosmo.

Ma è davvero possibile irrigidire la multiforme e sempre cangiante umanità in una pagina bianca? Questo sembra essere il quesito che tormenta Joe Gould, col suo ossessivo ritornare, nella Storia orale, sempre sugli stessi argomenti, a cui continuamente appone aggiunte, modifiche, alla perenne ricerca di una perfezione destinata a rimanere solo una pura astrazione. Quasi come fosse spaventato dall’impossibilità di trasporre il significato di tutta una realtà in parole e dall’inevitabile rischio di perdersi in una struttura labirintica. Non a caso, quando il giornalista Mitchell si imbatterà in uno dei capitoli della Storia orale, noterà che il testo era pieno di digressioni; digressioni che portavano ad altre digressioni e digressioni dentro le digressioni. E, infatti, alcuni capitoli dell’opera di Gould si sono moltiplicati in mille rivoli di manoscritti, nei quali dello stesso evento si dà una versione diversa.

Procedendo progressivamente nella limpida narrazione di Mitchell, si nota, tuttavia, che quello che può essere definito “l’inedito più lungo di tutti i tempi”, tanto millantato dal suo autore, quanto atteso dal suo pubblico, non assume mai contorni netti e precisi, configurandosi piuttosto come un’entità impalpabile, puramente astratta, a cui costantemente si allude e che mai sembra inverarsi. Lo stesso Mitchell, infatti, si accorge dell’impossibilità di andare oltre quelle solite ridondanti pagine, di rintracciare gli altri manoscritti dell’Opera. Giungerà, alla fine, ad una conclusione appena accennata, quasi sussurrata, che dà nuova luce al personaggio di Joe Gould e alla sua Storia, lasciando sapientemente sospesi l’autore e l’opera in un confine invalicabile tra realtà e finzione.

Pubblicato in: 
GN21 Anno VI 3 aprile 2014
Scheda
Autore: 
Joseph Mitchell
Titolo completo: 

Il segreto di Joe Gould
Traduzione di Gaspare Bona
Adelphi - Fabula
1994, pp. 152
isbn: 9788845910678
Letteratura nordamericana, Ritratti
€ 12,00 Il segreto di Joe Gould