Bartleby secondo Cacciari. Lo sradicamento del linguaggio

Articolo di: 
Livia Bidoli
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In una serata nel Centro Studi Americani di Roma dedicata alla lectio magistralis di Massimo Cacciari su Bartleby the Scrivener (Bartleby lo scrivano, pubblicato per la prima volta nel Putnam Magazine nel 1853, due anni dopo il Moby Dick) di Herman Melville (1819-1891), risuona imperativo un enigma, la sospensione dalla vita di Bartleby lo Scrivano, che con la sua risposta ostinata, negativa ed approssimativa in un certo qual modo, si ritira sempre più dentro di sé, giungendo a quell'inedia, anche fisica, che lo condurrà alla morte.

Nello studio di un avvocato di Wall Street risuonerà quella che, conosciuta da tutti, ha la veste di uno dei più grandi, ostinati ed ostentati, dinieghi della storia della letteratura: quel “I prefer not to”, preferirei di no, in cui c'è la stessa negazione all'azione proveniente da quell'ultima particella che in inglese stabilisce che dopo ci sia un verbo, un “fare”, un'azione: il “to”, sospeso in questo caso, facendo parte di una struttura idiomatico-grammaticale, che però la dice lunga su quello che vuol significare.

Cacciari sostiene che Bartleby si rifiuta di essere compreso dentro quella forma dialogica, e dialettica che è all'origine del linguaggio: domanda-risposta, però dice anche un'altra cosa, molto interessante, che quella forma appartiene al mondo comune, non a quel mondo degli Iniziati in cui fare domande non è possibile, ed infatti, in quel caso, la risposta ad una domanda sarebbe la stessa di Bartleby: “preferirei non rispondere”. Bisogna bensì entrare nello stesso percorso iniziatico, diciamo nello stesso “cerchio”, per usare una terminologia specifica, per ottenere delle risposte. Il campo narrativo che usa Bartleby è lo stesso diciamo noi: Bartleby si rifiuta di rispondere e di “fare”, ma perché non entrare invece nel suo di campo narrativo ed usare, al posto della dialogica domanda-risposta, un'affermazione? Dopotutto si narrativizza la vita anche così e si può di certo cominciare un discorso o un dialogo tramite un'affermazione, invece di usare reazione e controreazione.

C'è un altro motivo però alla base del “silentium” di Bartleby: il linguaggio è all'origine della relazione ed abolendo il linguaggio si abolisce anche qualsiasi relazione con l'altro. Per ritirarsi dal mondo dopo quel “punto di non ritorno” che esemplifica tanto bene Josif Brodskij, bisogna indietreggiare dalla vita e dai legami con essa, e quindi dagli uomini. Bartleby, essendo completamente solo, abitando in ufficio dove dorme anche, non ha già altri legami che questo: eliminato il lavoro, sarà già fuori di qualsiasi connubio sociale. La sua “estinzione” dal mondo è comparabile a quella di K. ne Il castello (Das Schloß, 1926) di Kafka ma in senso opposto: infatti K. cercherà in tutti i modi di venire “riconosciuto” fino all'esaurimento. In questo caso sono i funzionari a comportarsi come Bartleby però avendo un potere, quello burocratico, di eludere qualsiasi richiesta venga da “fuori”, come un muro di gomma. Bartleby, essendo già escluso dalla società invece, decide di evaderne al massimo grado, lasciandosi morire e sradicando quella che è la prima comunione fra gli uomini: il linguaggio.

Pubblicato in: 
GN2 Anno VIII 12 novembre 2015
Scheda
Titolo completo: 

Centro Studi Americani - Center for American Studies - Roma
Associazione culturale Eureka
Lectio Magistralis del prof. Massimo Cacciari
Il Bartleby di Melville: una riflessione filosofica
Venerdì 6 novembre 2015 - ore 17,30
Presso il Centro Studi Americani -via Michelangelo Caetani 32, Roma

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