Heidegger e il nazismo nella filosofia. Le tesi radicali di Emmanuel Faye. Seconda parte

Articolo di: 
Teo Orlando
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L’intento implicito della monografia di Emmanuel Faye è quello di combattere una forma occulta di revisionismo, a suo parere incarnato non solo nell’attività filosofica postbellica di Heidegger, ma anche negli scritti di un giurista e politologo come Carl Schmitt, di un raffinato scrittore come Ernst Jünger e di un affermato storico come Ernst Nolte.

Per Faye, tutti questi illustri personaggi hanno mirato a una vera e propria riconquista culturale, attuata con una strategia raffinata, dopo la disfatta delle armate hitleriane sul piano bellico.

La strategia ovviamente si è diversificata a seconda del diverso campo di specializzazione degli autori. Così, Heidegger ha in qualche modo annacquato e diluito le responsabilità concrete della guerra attraverso discorsi vaghi, generalizzanti e retorici, inventando letteralmente categorie destinate a una stucchevole fortuna, come quella della questione della tecnica o dell’epoca del nichilismo (dell’utilizzo delle quali in Italia è stato abile prosecutore Emanuele Severino), o gettando discredito sul pensiero umanistico e sull’universalità dei valori illuministici, adoprando appellativi tanto fascinosi quanto inconsistenti, come quello di “pastore dell’essere”; Schmitt ha abilmente occultato le cause reali della guerra, presentandosi come l’“Epimeteo cristiano” e sottolineando il valore del diritto storico, poi ripresa da Nolte, come griglia interpretativa che dovrebbe mettere sullo stesso piano potenze vincitrici e potenze sconfitte; Jünger ha estetizzato la sua presunta “resistenza interna” al regime hitleriano distillando la figura dell’“anarca”; Nolte, infine, ha foggiato la categoria di guerra civile europea per sostenere la dipendenza quasi “ontologica” del nazismo dal bolscevismo.

Per certi versi, si potrebbe sottoscrivere quanto disse l’ex allievo di Heidegger Karl Löwith (che da ebreo fu costretto all’esilio e che inorridì nel 1936 quando a Roma vide il suo ex maestro con il distintivo della NSDAP - Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, il Partito Nazista - sul bavero della giacca, ostentato durante la conferenza su Hölderlin e l’essenza della poesia, che tenne, presente il suo “collega” Giovanni Gentile, presso l’Istituto italiano per gli studi germanici): “Heidegger era più radicale dei sigg. Krieck e Rosenberg”, ossia due degli ideologi ufficiali del nazismo, uno dei quali condannato a Norimberga, che per la rozzezza virulenta dei loro scritti non poterono certo sopravvivere nella reputazione alla sconfitta del Terzo Reich (p. 4).

Ben diversa è la sofisticata trama filosofica delle opere heideggeriane - anche se Faye sembra, per alcuni versi, non riconoscere dignità filosofica agli scritti di Heidegger, salvo poi ritenere che il pensatore tedesco “si sia dedicato a porre la filosofia al servizio della legittimazione e della diffusione dei fondamenti stessi dell’hitlerismo”. Infatti, il nucleo del libro di Faye è rappresentato da una minuziosa analisi dei seminari tenuti da Heidegger a Friburgo dal 1933 al 1935 (una volta inediti, ma ora pubblicati nell’Opera omnia – Gesamtausgabe – e tradotti sia in italiano, sia in francese), che costituirebbero una vera e propria educazione politica al nazionalsocialismo, dato che identificano abilmente una delle principali distinzioni filosofiche heideggeriane (quella tra l’Essere in quanto tale e i singoli enti) con la relazione politica che lega la nozione di Stato con quella di popolo nel cosiddetto Führerstaat hitleriano.

Nel corso delle analisi minuziose e filologicamente sorrette da una notevole perizia esegetica, Faye si sofferma su numerosi punti in cui Heidegger prende le distanze dalla tradizione filosofica occidentale. Ad es., già in una conferenza del 1925 dedicata a Wilhelm Dilthey, Heidegger ritiene, in chiave anticartesiana, che il centro dell’agire umano non siano la coscienza e l’io, ma il mondo-ambiente (Umwelt) radicato nel suolo (Boden): si tratta di espressioni mutuate da un biologo non darwiniano, Jacob von Uexküll, che era molto vicino al teorico anglo-tedesco del razzismo biologico, Houston S. Chamberlain. Per molti versi si può ritenere che le prese di distanza dal biologismo darwiniano, tipico dalla cultura liberale e anglosassone da Heidegger aborrita, in direzione di una diversa concezione della biologia, di tipo più "spirituale", siano abili espedienti per veicolare in modo meno rozzo i fondamenti stessi della discriminazione su basi biologiche e genetiche. In Italia tali espressioni non mancherebbero di ricordare le sofistiche distinzioni del barone Julius Evola, che sottolineava una pretesa differenza tra la razza dello spirito e quella del sangue, salvo poi ricomprendere la seconda nella prima.

Negli anni successivi, questa critica alla nozione di io e di coscienza finirà per coinvolgere anche due filosofie alla cui fonte Heidegger si era formato, ossia la fenomenologia di Husserl e il neokantismo, culminando nel concetto di storicità di Essere e tempo, che nasconde la volontà di distruggere la nozione di io per far posto a quell’individuazione che non si realizza nel soggetto, bensì nell’indivisibilità organica della comunità di popolo (e non a caso Giovanni Gentile, nel libro che testimonia la sua estrema fedeltà al fascismo, Genesi e struttura della società, del 1944, si esprimerà con toni analoghi): per Faye non si tratta di una mera impresa filosofica, ma di un progetto politico che si inscrive nella stessa struttura del nazionalsocialismo.

Vengono poi (pp. 34-46) sottolineate le analogie tra Heidegger e il filosofo Erich Rothacker, che connette strettamente la filosofia della storia con la nozione di razza e di spirito del popolo (Volksgeist), in vista di un’alleanza tra un programma eugenetico e un’educazione politica nazionalosocialista.

Sul piano pratico, da quando fu nominato professore ordinario all’università di Friburgo, Heidegger non mancò di favorire una politica di reclutamento universitario dove sono evidenti, per Faye, le tracce di antisemitismo (pp. 50-60); politica che ovviamente si radicalizzò da quando venne eletto rettore dello stesso ateneo, fino a culminare con l’introduzione dello stesso Führerprinzip nel cuore della stessa università (pp. 68-90) e nel famigerato discorso di rettorato del 27 maggio 1933, definito da Benedetto Croceindecente e servile” e caratterizzato da quel pathos enfatico che Theodor W. Adorno ha giustamente definito un “gergo” in cui il linguaggio si decompone in “un modesto numero di parole che si chiudono su sé stesse e diventano meri segnali”.

Su una cosa Faye non si esprime, ma riteniamo che possa farlo senza esitazioni se opportunamente sollecitato: le preferenze culturali e letterarie di Heidegger, nazionalista tedesco più di quanto si creda, che dietro l’apparente novità radicale delle sue interpretazioni dei poeti e dei filosofi nascondeva un provincialismo ben maggiore di quello del nostro Croce, pur accusato di miopia verso i fenomeni letterari contemporanei.

Heidegger non cita mai Dante Alighieri (almeno a nostra conoscenza) e tanto meno altri autori italiani, né William Shakespeare o altri poeti inglesi, della letteratura latina cita solo Igino in Essere e tempo, cita qualche poeta francese (come René Char o Arthur Rimbaud) occasionalmente e quasi obtorto collo. Tra i filosofi, brilla per la sua assenza l’ebreo Spinoza (menzionato solo un paio di volte in scritti come Identità e differenza), benché le sue riflessioni sulla morte abbiano sicuramente ispirato Essere e tempo. Per non parlare del disprezzo che egli ostentava verso le lingue che non fossero il greco e il tedesco: dall’inglese, visto come lingua non filosofica tipica della tecnica, al francese, lingua inadatta alla vera filosofia, al punto che riteneva che i filosofi francesi quando pensavano realmente lo facessero in tedesco. Ma più disonesto intellettualmente fu il suo atteggiamento verso il latino: benché avesse scritto la tesi di Habilitation studiando i testi latini dello Pseudo-Scoto e benché avesse una volta confessato di non ritenere possibile tradurre in un tedesco efficace il latino delle Confessiones di Sant’Agostino, dopo il 1933 cambiò posizione, probabilmente anche a causa della polemica sull’umanesimo con Ernesto Grassi, anteponendo la lingua tedesca anche al latino classico e medioevale, come veicolo di una pretesa profondità filosofica.

Tutto ciò si inscrive bene in quell’esaltazione della “Germania segreta” che egli sviluppò attraverso il culto del poeta romantico Friedrich Hölderlin (1770-1843), arbitrariamente elevato al rango di profeta politico e presentato come “il più tedesco dei Tedeschi” (pp. 130-131). Non a caso nei corsi del semestre invernale 1934-35 presenta la triade di poesia, pensiero e azione politica, tipica del creatore dello Stato (Dichten, Denken e politische Tat). Triade che echeggia sinistramente quella che conclude il Mein Kampf di Hitler, il quale si riferisce ai poeti, ai pensatori e a coloro che guidano l’azione come ai fondatori di un nuovo Stato e di un nuovo Popolo.

Pubblicato in: 
GN43 Anno IV 17 settembre 2012
Scheda
Autore: 
Emmanuel Faye
Titolo completo: 

Heidegger, l'introduzione del nazismo nella filosofia, Roma, L'Asino d'oro edizioni, 2012. A cura di Livia Profeti, traduzione di Francesca Arra. Euro 30
Titolo originale: Heidegger, l'introduction du nazisme dans la philosophie, Paris, Albin Michel, 2005, 2007.

Anno: 
2012
Voto: 
8.5