Jethro Tull ad Ostia Antica. No way to slow down

Articolo di: 
Livia Bidoli
Ian Anderson

Dall’omonimo inventore della prima seminatrice meccanica (1701), il nome del gruppo folk-progressive che ha venduto 60 milioni di dischi in tutto il mondo e fa il tutto esaurito ad ogni concerto: Jethro Tull. Specialmente su un palcoscenico adatto come quello di Ostia Antica, essendo un parterre di datazione romana e rivestito da colonne su cui si proiettavano le mille luci del palco. Il 14 luglio 2010 Cosmophonies ha completamente riempito le scalinate con fans in composto delirio.

Certamente i semi dei Jethro Tull sono stati molti ed anche dopo i gloriosi anni ‘70 -, iniziati due anni prima nel ’68 con This Was e celebrati da Aqualung nel ‘71 -, hanno generato gemme come Catfishrising nel 1991 ma la vera ed autentica produzione geniale si ferma al 1982 con Broadsword and the Beast. L’ultima zampata della Bestia creativa di Ian Anderson & Co. (cambiati nel tempo a parte Martin Barre alla chitarra) è uno splendore come Too Old to rock’n’roll to Young to Die del 1976 con Pied Piper e la title track impossibili da estinguere dalla memoria.

Passiamo al concerto: nel caso qualche altro hint (cenno) verrà da sé naturalmente. Il nostro menestrello Ian ha afferrato il suo amico fidato e traverso (il flauto) immediatamente allo scoccare di 20 minuti d’attesa del pubblico, perfettamente in stile british, il gong di via alle 21.50 precise, intonando Nothing is easy da Stand up, il secondo album del 1969, e continuando con Beggar’s Farm dal primo (This was). E’ più che chiaro che hanno la decisa intenzione di non scontentare i fans – a parte la mancanza, testimoniata da una giovane mamma con bimba di 3 mesi in braccio, della meravigliosa Too Old to Rock’n’Roll too Young to Die (forse un sintomo apotropaico, ma è meglio non indagare) – e la terza torna a Stand up con New Year Yesterday.

La quarta canzone è una ballata scritta da Enrico VIII, chiamata The King’s Ballad (1509), che compare su Stormwatch nel 1979 come bonus track intitolata "King Henry's Madrigal" e su The Best of Acoustic Jethro Tull del 2007 – rifatta anche dai Blackmore’s Night (gruppo composto da Ritchie Blackmore chitarrista dei Deep Purple fino al 2003, dei Rainbow fino al 2006 e da Candice Night allla voce e al flauto) col titolo Under a Violet Moon. Dai Jethro Tull viene invece chiamata Pastime with good company: sembra di essere in pieno medioevo nonostante il 1492 e l’inizio dell’età moderna.

Life is a Long Song batte fino a Thick as a Brick (album omonimo 1972), memorabile la chitarra di Barre, che sul palco rimane l’unico componente storico mentre la batteria di Doane Perry percuote giovane e maestosa. Siamo in un live poco acustico e con molto uso del synth di John O’Hara dove la chitarra di Barre ed il flauto di Ian la fanno da padroni insieme alla batteria che si aggiudica vari periodi solisti. 

Songs from the Wood dall’omonimo album del ’77 ricorda a tutti come si possa passare indenni nel tempo mentre attacca poi The Whistler in un mix acustico con la Bourée riarrangiata da quella di J.S. Bach. La parte acustica di The Hare in the Wine Cup si presenta particolarmente composita mentre il cantato risulta più monotono fino alle nuove influenze orientali della figlia di Ravi Shankar, Anoushka, su A Change of Horses, dove l’accordo principalesembra lo stesso di Mandela Day dei Simple Minds.

Il clou del concerto però è con i pezzi da Aqualung, lo storico concept-album (un po’ come gli altri album dove si sottintendono storie e canzoni che seguono un senso narrativo): dalla title-track, dedicata al barbone dallo strano respiratore (aqualung appunto), intonata subito dopo Cross-eyed Mary, fino a My God, per finire con una versione  Locomotive Breath. Tutti modificati e rallentati alla voce ma non al flauto, sono interrotti solo da Farm on a Freeway da Crest of a Knave dell’87 e dall’assolo di Martin Barre alla chitarra.

Tra le variazioni al flauto di Anderson ed i toni più caldi di queste versioni, risalta ancora la batteria potente e raffinata con venature metal di Doane Perry. Su Locomotive Breath, - a conclusione del concerto dopo una finta uscita dal palco di tutti i componenti ed un applauso scrosciante del pubblico -, le percussioni esplodono letteralmente e sincronicamente con la chitarra di Barre ed il flauto di Ian per non rallentare mai (più) come afferma il brano stesso: “I "THINK" God "he" stole the handle and the train "it" won't stop going -- no way to slow down.” (Credo che Dio abbia rubato la maniglia ed il treno non smetterà di correre - non c'è possibilità che rallenti, N.d.R..)

Pubblicato in: 
GN18 Anno II 18 luglio 2010
Scheda
Titolo completo: 

Jethro Tull

Cosmophonies - Teatro Romano di Ostia Antica - 14 luglio 2010

Set list

1.    Nothing is easy da Stand up 1969
2.    Beggar’s Farm dal primo album This was 1968
3.    New Day Yesterday da Stand up 1969
4.    Pastime with good company canzone folk inglese conosciuta come The King’s Ballad e scritta da Enrico VIII appare su Stormwatch 1979 come bonus track intitolata "King Henry's Madrigal" e su The Best of Acoustic Jethro Tull del 2007 – rifatta anche dai Blackmore’s Night col titolo Under a Violet Moon
5.    Life is a Long Song su un EP con 5 tracce del 1971 e nel doppio album doppio Living in the Past del 1972 contemporaneo a Thick as a Brick
6.    Thick as a Brick da Thick as a Brick 1972
7.    Songs from the Wood da Songs from the Wood 1977
8.    Mix acustico tra The Whistler da Songs from the Wood 1977 e Bourée (da J. S. Bach arrangiata dai Jethro Tull in Stand up 1969 – presente anche nei due cd rimasterizzati nel 1996 e nel 1999 come bonus track)
9.    The Hare in the Wine Cup
10.    A change of Horses  (nuovo, in collaborazione con la figlia di Ravi Shankar, Anoushka Shankar)
11.    Cross-eyed Mary da Aqualung 1971
12.    Farm on a Freeway da Crest of a Knave 1987
13.    Martin Barre solo
14.    My God da Aqualung 1971
15.    Aqualung da Aqualung 1971
Encore:
  17. Locomotive Breath da Aqualung 1971

Membri:
    * Ian Anderson - voce, flauto traverso, chitarra folk
    * Martin Barre - chitarra elettrica
    * David Goodier - basso
    * Doane Perry - batteria, percussioni
    * John O'Hara - tastiera

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