Solaris di Andrej Tarkovskij. La metafisica delle particelle

Articolo di: 
Livia Bidoli
Solaris

Nella retrospettiva cinematografica dedicata alla fantascienza dal Palaexpo, ovvero Spaziale! (conclusasi il 20 dicembre 2009), ed in convergenza con la mostra Astri e particelle, è stato proiettato nella sua interezza il film Solaris (Солярис, 1972), del regista sovietico Andrej Tarkovskij, tratto dall'omonimo romanzo del 1961 dello scrittore e fisico polacco Stanisław Lem.

Solaris è giunto per la prima volta in Italia nel 1974 con 40 minuti in meno, nonostante due anni prima, appena presentato in concorso, vinse il Grand Prix Speciale della Giuria al 25° Festival di Cannes. Nel 2002 il regista Steven Soderbergh ne ha girato un remake omonimo con protagonista George Clooney.

I primi versi che materializza nella mia mente l’oceano sperduto di Solaris sono quelli di Joë Bousquet (1897-1950), permettetemi di citarli, con un film così metafisico e talmente incentrato sull’uomo e la sua esistenza da aver bisogno della poesia per rivelarlo per onde, concentriche, come quelle dell’oceano dove approda la nave spaziale orbitante su Solaris:

Loin des autres, il se trouble. La solitude l'effraie,
elle lui apprend qu'un homme n'est jamais seul.
À prix d'ombre

Lontano dagli altri, si turba. La solitudine lo agghiaccia,
ed impara che un uomo non è mai solo.
A prezzo dell’ombra

Questo immenso oceano d’acqua che accoglie la nave con i tre astronauti, - prima Sartorius, Gibarjan e Snaut, ora anche Kris Kelvin, venuto su Solaris dopo aver ascoltato la strana storia di Berton, un cosmonauta approdatoci anni prima ed ora sulla Terra -, pare una distesa infinita d’acqua, sulla quale resta sospesa la nave come in trance. Simile ad una struttura neurale, sembra percepire cosa fanno gli ospiti della stazione orbitante e rispondere ai loro tentativi di interagire con l’oceano del pianeta.

In una delle scene fondamentali del film, i tre astronauti rimasti, Sartorius, Snaut e Kelvin, sono sospesi in assenza di gravità nel salone insieme ad Hari, la moglie suicidatasi dieci anni prima di Kelvin. Questo produce Solaris nell’interazione con gli esseri umani che la bombardano di radiazioni: figure del passato che come revenants prendono corpo, pur non essendo un corpo composto della stessa struttura dei corpi umani. La struttura di Hari, come quella degli altri prodotti della mente degli astronauti su Solaris, è composta di neutrini (e non di atomi come gli esseri umani), particelle elementari prive di carica elettrica e di carica di colore, ma alla base della fusione nucleare che rende possibile il calore e la luce del sole e delle altre stelle (oggi i neutrini sono rilevati con Borexino e sono al centro dello studio della struttura interna del sole attraverso i neutrini solari).

Sartorius per eliminare gli ospiti si fonda su quella che riconosciamo come la teoria elaborata da Dirac, che postula l’esistenza dell’antimateria nel 1928: ovvero ad ogni particella corrisponde un’antiparticella di massa identica e di carica opposta. Nel 1932 Carl Anderson scopre effettivamente l’antimateria studiando la natura dei raggi cosmici, che bombardano anche i neutrini come tutte le particelle elementari. Le particelle e le antiparticelle, quando entrano in contatto, tendono a fondersi tra di loro, ovvero ad annichilirsi, trasformando l’energia in radiazione elettromagnetica. Ecco perché nel film si parla di un annichilatore che Sartorius usa per bombardare di raggi l’oceano di Solaris. L’annichilatore è in grado di creare particelle ed antiparticelle a partire da una radiazione elettromagnetica sufficiente.

Ritorniamo però nel salone dove Snaut e Sartorius trattano Hari come un oggetto mentre, a poco a poco, lei assomiglia sempre di più ad un essere umano seppure giunto dal nulla, e Kris, sullo struggente preludio corale di Bach Ich Ruf Zu Dir Herr Jesus Christ BWV639, la tiene avvinta a sé lievitando con lei. I Cacciatori sulla neve di Brueghel il Vecchio vengono ripresi da vicino, creando un tappeto di neve per un bambino che accende un fuoco in una ripresa successiva. Un quadro puramente umano nell’infinito sperduto di Solaris dove, come per Baudelaire (in Baudelaire di Jean-Paul Sartre, 1947 trad. it. di Iacopo Darca, Mondadori): “l’infinito è ciò che non è mai finito, ciò che non può finire”. Il senso d’inquietudine che impone Solaris ai propri ospiti è quello della creazione, a partire dai loro ricordi, dalle loro reminescenze, una realtà inopinabile e non umana

La nascita di isole a partire dall’elettroncefalogramma di Kelvin con cui Sartorius bombarda l’oceano è la dimostrazione di un’interazione non voluta ed imprescindibile, una nascita della coscienza in quella che Jean Wahl definirebbe transascendenza o transdiscendenza. L’uomo è: “un essere di lontananze, - da Heidegger, Vom Wesen des Grundes (Halle 1929), L’essenza del fondamento, Bocca, 1952, - che si definisce assai più col suo fine e la meta ultima dei suoi progetti”. Ecco perché Kelvin sarà l’unico ad approdare nell’isola su cui Tarkowskij riproduce la casa del padre e su cui si attardava all’inizio della pellicola, perché in tutta quella natura acquatica, distesa intorno alla casa, si era formata la sua coscienza, come sulla Terra lontana da sé, su Solaris vicina al proprio sé, integro nel suo ultimo saluto al proprio padre. Intima accoglienza in un luogo possibile solo nell’oceano mutevole di Solaris, dove le isole nascono da ciò che ci consustanzia, la linea narrativa di un percorso dove l’acqua fluisce come onda a riparare, a catarsi di un sogno isolato nella traiettoria del cosmo, primo di una lunga serie.

I neutrini di cui è composta Hari e con lei gli altri ospiti creati dalla mente degli astronauti, sono come tante altre particelle elementari, facenti parte di un cosmo dove tutta la materia non è altro che una particolare forma di energia, come gli atomi di cui siamo composti: Solaris è energia fluida, metamorfizzata in acqua, che attira e concentra dentro di sé energie affini e le isola acquisendo e dando loro forma. Una forma a sé di cui lo spirito di Solaris è pervaso come i suoi abitanti umani e le sue costruzioni, tra cui le Symetriades che Dominique Signoret ha illustrato per il romanzo di Lem: due parti identiche ed opposte in senso assolutamente simmetrico.

L’arte priva di spiritualità reca in se stessa la
propria tragedia. Persino la constatazione della
mancanza di spiritualità del tempo in cui vive richiede
all’artista la più alta e determinata elevatezza
spirituale. L’artista autentico è sempre al
servizio dell’immortalità, si sforza di rendere immortale
il mondo e l’uomo in questo mondo.

Andrej Tarkovskij

Pubblicato in: 
GN5 Anno II 3 gennaio 2010
Scheda
Autore: 
Andrej Tarkovskij
Titolo completo: 

Solaris
Titolo originale Солярис (Soljaris)
Lingua originale russo
Paese URSS
Anno 1972
Durata 165 minuti
Colore
Genere Fantascienza
Regia di Andrej Tarkovskij
Soggetto Stanisław Lem (romanzo)
Sceneggiatura di Andrej Tarkovskij, Fridrikh Gorenštejn

Interpreti e personaggi

Donatas Banionis: Kris Kelvin
Natalija Bondarčuk: Hari
Jüri Järvet: Dottor Snaut
Anatolij Solonicyn: Dottor Sartorius
Sos Sargsyan: Dottor Gibarian
Vladislav Dvoržeckij: Berton

Fotografia di Vadim Jusov
Montaggio di Ljudmila Feižinova, Nina Marcus
Effetti speciali di V. Sevostjanov, A. Klimenko
Musiche di Eduard Artemjev
Scenografia di Mikhail Romadin

Premi
Festival di Cannes 1972 Grand Prix Speciale della Giuria
Premio FIPRESCI