Teatro Vascello. Il monologo apocalittico di The Road

Articolo di: 
Teo Orlando
Guglielmo Poggi

Il Teatro Vascello, nel cuore di Monteverde Vecchio, apre il mese di novembre 2018 con una lettura recitata tratta da uno dei più significativi romanzi del grande scrittore americano Cormac McCarthy, The Road (La strada), nell'ambito del Festival Flautissimo.

La messa in scena è a cura di Stefano Cioffi, con Guglielmo Poggi alla voce e con le musiche eseguite dal vivo da Francesco Berretti. Il testo originale, a cui regista e attore sono rimasti totalmente fedeli, descrive la situazione tragica e post-apocalittica di due personaggi, un uomo e un bambino, padre e figlio, che non vengono mai chiamati per nome e cognome: al testo è infatti sottesa una particolare filosofia del linguaggio, per cui la designazione precisa degli oggetti tende a scomparire come scompaiono gli oggetti stessi. Un esempio è a p. 22: “Vecchie e spinose questioni si erano risolte in tenebre e nulla. L’ultimo esemplare di una data cosa si porta con sé la categoria” [“Old and troubling issues resolved into nothingness and night. The last instance of a thing takes the class with it”]).

I due protagonisti vagano sempre a piedi attraverso un paesaggio scabro e desolatissimo (che sul palco è descritto visivamente attraverso efficacissime foto giganti), spingendo un rudimentale carrello, pieno del poco che è rimasto. È un vagare apparentemente senza meta, anche se c'è sempre la speranza di raggiungere una luogo indeterminato, quasi un'utopia molto concreta ma anche molto illusoria, dove trovare di che sostentarsi e forse ricominciare a sperare. Infatti, circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da una catastrofe apocalittica, forse nucleare, forse ecologica o vulcanica (o forse tutte e tre insieme), che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, privo di vita e abitato da bande di disperati e predoni dediti al cannibalismo, in cui il passato ormai è un pallido ricordo di pochi e il futuro non viene neppure considerato: si vive solo nel presente della mera sopravvivenza. I due cercano invano più calore spostandosi verso Sud, con il padre che cerca di proteggere il figlio ad ogni costo e di trasmettergli dei valori elementari. Dopo molte peripezie arrivano al mare; ma si è trasformato in una distesa d'acqua grigia, senza neppure l'odore della salsedine e dell'acqua salmastra. Il padre muore e il figlio continua il viaggio verso sud, verso una salvezza possibile, adottato da una coppia con due bambini.

Il testo è stato ulteriormente reso famoso dall'omonimo film diretto da John Hillcoat, con Viggo Mortensen. Di per sé il testo non sembrerebbe adatto al grande pubblico, essendo un romanzo appartenente alla cosiddetta narrativa post-apocalittica, incentrata sulle conseguenze di catastrofi naturali o artificiali, che hanno devastato il pianeta e decimato l'umanità che lo popolava, ridotta a un manipolo di sparuti superstiti. 

Si tratta di un filone abbastanza recente (ma il prototipo è probabilmente un breve romanzo di Jules Verne, L'Éternel Adam), benché i racconti che annunciano la totale distruzione del genere umano abbiano sempre esercitato un notevole fascino, anche perché la scienza e la filosofia non sono ancora riuscite a trovare un surrogato della mitologia della fine, come ha osservato Ian McEwan:

“Ogni racconto ha bisogno di una fine, oltre che di un inizio. E il racconto dell'umanità si alimenta da sempre al mito di un'apocalisse gloriosa. In realtà nessuno verrà a salvarci, dovremo pensarci da soli. Magari con l'invincibile impulso alla curiosità, vero marchio dell'indipendenza mentale (curiosity, the hallmark of mental freedom)” (Blues della fine del mondo).

Nel nuovo mondo successivo all'inverno nucleare, persino i colori sono venuti meno, perché ci troviamo di fronte a “notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo” (p. 3. “Nights dark beyond darkness and the days more gray each one than what had gone before. Like the onset of some cold glaucoma dimming away the world”). L’unico colore dominante è il grigio, che pervade ogni aspetto della realtà. Siamo di fronte a “un mondo incolore di fil di ferro e carta crespa” (p. 90. “A colorless world of wire and crepe”). I colori ormai sono confinati nei sogni (p. 16: “Quanto colore invece nei sogni” [“And the dreams so rich in color”]).

Tra il paesaggio e i due protagonisti con le loro scarne e scabre esistenze c'è perfetta corrispondenza, ben scandita dallo stile del libro, in apparenza “minimale”, in cui un periodare breve, secco e sincopato e una divisione in brevi capoversi riescono a dipingere in modo straordinariamente penetrante ogni aspetto degli uomini e del mondo: scansione che ben si è prestata alla lettura sul palcoscenico.

Abbiamo detto i due protagonisti”, perché sarebbe difficile determinare chi dei due abbia maggiore rilevanza. Il figlio è quasi “postumo” rispetto al mondo quale lo ha conosciuto il padre, essendo venuto alla luce dopo la catastrofe, nell’età in cui il mondo era ormai già finito (la madre non riuscì a resistere a tanta devastazione e decise di suicidarsi o di lasciarsi morire, cadendo forse preda di una delle tante insidie del mondo esterno). Il padre ha come unico obiettivo la sopravvivenza del figlio, che dovrà coincidere il più a lungo possibile con la sua stessa esistenza, almeno finché il ragazzo non avrà le forze e l’abilità di cavarsela da solo.

All’obiettivo indeterminato (la sopravvivenza il più possibile prolungata) fa da pendant uno scopo più determinato, ossia il raggiungimento di una meta geografica, verosimilmente al Sud, dove forse le condizioni di vita dovrebbero essere più accettabili, con il mare e un freddo attenuato. Il cammino, periglioso e ostacolato dalle intemperie (neve, pioggia, gelo), presenta come problema fondamentale quello dell’alimentazione: l’imprecisata catastrofe ha desertificato la terra, al punto che, a parte gli uomini e qualche isolato esemplare di animali come i cani, non sono rimasti altri esseri viventi: non ci sono più piante e frutti commestibili; ogni tanto compare qualche uccello, ma in realtà sono rarissimi.

Sicché tutti gli snodi del romanzo gravitano intorno al tema del sopravvivere e del cercare cibo. Si tratta di un bisogno primario ed essenziale, che i due protagonisti tentano di soddisfare senza perdere quel barlume di umanità che farà spesso dire al padre che essi stanno “portando il fuoco”. Ma, a mano a mano che avanzano le pagine del libro, ci accorgiamo che quasi tutto il resto dell’umanità ha varcato le soglie della distinzione tra bene e male e si è “convertita” al cannibalismo. La terra è diventata insicura perché infestata da tribù di antropofagi, che sono regrediti a una sorta di radicalizzazione  estrema dello stato di natura hobbesiano.

Scrive infatti il filosofo Thomas Hobbes nel Leviathan: “Perciò tutte le conseguenze di un tempo di guerra, in cui ciascuno è nemico di ciascuno, sono le stesse del tempo in cui gli uomini vivono senz’altra sicurezza che quella di cui li doterà la loro propria forza o la loro propria ingegnosità. In tali condizioni, non vi è posto per l'operosità ingegnosa, essendone incerto il frutto; e di conseguenza, non vi è né coltivazione della terra, né navigazione, né uso dei prodotti che si possono importare via mare, né costruzioni, né strumenti per spostare e rimuovere le cose che richiedono molta forza, né conoscenza della superficie terrestre, né misurazione del tempo, né arti, né lettere, né società; e ciò che è peggio, v'è il continuo timore e pericolo di una morte violenta; e la vita dell'uomo è solitaria, misera, ostile, animalesca e breve” (Thomas Hobbes, Leviatano, a cura di Arrigo Pacchi, Roma-Bari, Laterza, 1992, p. 102).

Ma la prospettiva di McCarthy, pur prendendo chiaramente lo spunto da descrizioni di questo genere, è ancora più radicale: potremmo dire che tratta di uno stato di “post natura”, in cui nessuna autorità superiore potrà intervenire a restaurare un simulacro di ordine. Peraltro, il padre è costretto a uccidere alcuni aggressori reali o potenziali o a sfuggire per miracolo ad orde di esseri intenti solo a perpetuare la loro sopravvivenza (esemplari a questo proposito la scena della casa degli orrori, dove nei sotterranei sono tenuti prigionieri esseri umani che devono fungere da carne da macello, pp. 81-86). E deve conservare una pistola da lasciare al figlio perché si suicidi qualora cada in mano ai cannibali, a cui sfuggono peraltro  varie volte.

Di grande rilievo è il fatto che solo i sogni sembrano rimasti a rievocare il passato felice. In realtà, i sogni, ripete varie volte il padre, usurpano il mondo reale e i sogni belli non sono un buon segno. La conclusione del libro, dopo la morte del padre, potrebbe far pensare a un apparente happy ending. I due protagonisti riescono a raggiungere la costa, ma la malattia imprecisata di cui soffre il padre lo porta rapidamente alla morte. Le sue ultime parole raccomandano al figlio di non deflettere dai valori di umanità a cui si sono costantemente ispirati. Dopo la morte del padre, il figlio viene avvicinato da una famiglia composta da padre, madre, due figli e un cane, i quali gli propongono di venire adottato. La famiglia sembra appartenere a quelli che vengono chiamati "i buoni" (the good guys), diversi dall’umanità decaduta e ridotta all’antropofagia. Tuttavia, questo apparente happy ending non convince del tutto.

Molto espressiva la lettura del giovane Guglielmo Poggi, anche se rende di più allorché interpreta il padre che quando fa il verso al bambino, forse eccessivamente declinato nella sua dimensione "puerile". L'accompagnamento musicale è per sola chitarra, suonata efficacemente da Francesco Berretti, non immune da reminescenze country & western e che echeggia le sonorità tipiche di certe colonne sonore, un po' à la Ry Cooder.

Pubblicato in: 
GN2 Anno XI 10 novembre 2018
Scheda
Titolo completo: 

Teatro Vascello – Roma

4 novembre 2018  ore 18

Festival Flautissimo 
LA STRADA (THE ROAD)
di Cormac McCarthy

Regia e video Stefano Cioffi
con Guglielmo Poggi
musiche eseguite dal vivo da Francesco Berretti