Voland. Un noir nei collegi di Pisa

Articolo di: 
Teo Orlando
Ilaria Gaspari

In Italia è ben poco diffuso il genere letterario noto nei paesi anglosassoni come campus novel o academic novel, ossia un tipo di romanzo ambientato prevalentemente all'interno di un campus o di un college universitario. Una felice eccezione è costituita dal romanzo di esordio di Ilaria Gaspari, Etica dell'acquario, pubblicato da Voland: l'autrice immerge i protagonisti in uno scenario, quello della Pisa della Scuola Normale Superiore, che in qualche modo è un sottoinsieme della città ma ne è anche separato, come se fosse un universo a sé stante.

Del resto, è proprio del genere del romanzo accademico il fatto che i personaggi si muovano in un mondo diverso, quasi dei reclusi rispetto alla cosiddetta realtà esterna. Lo si nota già in quei Bildungsromane alla rovescia che sono un po' gli antesignani di questo genere, come I turbamenti del giovane Törless (Die Verwirrungen des Zöglings Törleß) di Robert Musil o il Ritratto dell'artista da giovane (A Portrait of the Artist as a Young Man) di James Joyce. Ma i primi esempi "autentici" di questo genere datano ai primi anni '50, quando vennero pubblicati The Masters di C. P. Snow (1951) e The Groves of Academe di Mary McCarthy (1952).

In tutti questi casi i romanzi riflettono il punto di vista o di un professore universitario o di uno studente, che di solito ha vissuto in prima persona gli eventi raccontati. Si pensa poi comunemente che questo punto di vista sia fortemente influenzato dalla chiusura dell'ambiente accademico e i personaggi obbediscano a ferree regole gerarchiche, che vengono ribadite soprattutto quando si presentano novità, come l'arrivo di nuovi studenti e docenti.

Un sottogenere di questa narrativa è il cosiddetto campus murder mystery, una specie di noir in cui l'ambiente universitario sostituisce la tipica casa nella brughiera dei gialli anglosassoni classici. Il romanzo di Ilaria Gaspari sembrerebbe, di primo acchito, appartenere a questo sottogenere, ma a mano a mano che si avanza nella lettura ci si accorge che esso sfugge a simili classificazioni. La protagonista, in cui si indovinano risvolti autobiografici, è una trentenne, Gaia, che aveva studiato dieci anni prima del periodo in cui si svolge il romanzo (ma non mancano i flashbacks su momenti del passato) nell'esclusiva Scuola Normale Superiore, un collegio di eccellenza pisano derivante dall'École Normale francese voluta da Napoleone Bonaparte. Gaia è reduce da un matrimonio fallito, che rimane sullo sfondo senza costituire un punto di snodo importante nella trama: la personalità inquieta ed egocentrica della protagonista è in realtà rivolta verso l'amore assoluto che aveva vissuto nei collegi della Normale dieci anni prima, e che aveva deciso a un certo punto di accantonare quasi brutalmente, insieme con le prospettive della carriera universitaria.

È un evento inaspettato che la riconduce a Pisa: il suicidio di una compagna di studi, in circostanze poco chiarite che inducono la magistratura e la polizia a indagare, fino a trattenere in città l'ex studentessa: città dove aveva vissuto "quando il tempo della vita pareva non esistere" (p. 5). Fin dalle prime pagine si avverte il senso di sottile angoscia e quasi disfacimento che permea il romanzo. Con tratti un po' esagerati e caricaturali, la Scuola Normale viene descritta come una sorta di ecosistema chiuso, impermeabile o quasi a influssi dal di fuori, e dove la vita segue ritmi e cadenze diversi rispetto a quelli della vita nel "mondo esterno": "La Scuola era una piccola comunità all'interno di una città piccola. La città ignorava la Scuola, e la Scuola ignorava la città. Rinchiusi insieme nel cuore antico del centro vivevano cinquecento ragazzi fra i diciannove e i venticinque anni, destinati a grandi imprese intellettuali o forse a grandi frustrazioni" (p. 10). 

I toni della descrizione di quell'ambiente si fanno via via più forti, quasi a toccare momenti drammatici, in una climax che si snoda per pagine e pagine. Il tutto assecondato, occorre dirlo, da una scrittura di notevole scorrevolezza, nitore e scioltezza sintattica: l'autrice, lungi dal fare un esercizio di sterile calligrafismo, si tiene comunque distante tanto da conati sperimentali e da cultismi estremi quanto dalla resa del linguaggio colloquiale, evitando gergalismi e modi di dire "giovanili". 

La chiave di lettura del libro (e del titolo) la fornisce la stessa autrice, sia pur nelle vesti dell'io narrante, quando, quasi distrattamente, passa dall'ennesima considerazione sulla "violenza compressa fra quegli adolescenti costretti a una vecchiaia precoce" (p. 11) a un'accurata descrizione dello stagno artificiale situato nel giardino del collegio Timpano, sormontato da una magnolia altissima e da un ginkgo biloba, l'albero più antico del mondo. Lo stagno è popolato da strani pesci, frutto di un esperimento in corpore vili effettuato quasi per caso da alcuni studenti in vena di sciocca goliardia: costoro avevano pensato bene di gettare nella vasca, abitata fino ad allora da meri pesci rossi, dei feroci piranha: l'esito è devastante, perché la maggior parte dei pesci rossi viene divorata dai piranha, mentre i pochi sopravvissuti diventano dei mutanti, assumendo forme insolitamente grandi e una coloritura policroma, dal bianco al rosa fino al rosso. Avevano sviluppato anche una dentatura insolitamente aggressiva. Ma a questo punto l'autrice, da non zoologa, si arresta nella descrizione, salvo ritornarvi un po' più avanti, e soprattutto non scioglie un enigma (a nostro parere volutamente): i pesci mutanti sono il frutto di un interbreeding mostruoso con i piranha o hanno sviluppato autonomamente quei caratteri come risultato di un disperato struggle for life? Il quesito non è ozioso, se si pensa che per l'autrice l'acquario diventa la metafora della vita nella Scuola, un luogo innaturale "che a tratti sapeva farsi più selvaggio, più violento del mondo di fuori". E non a caso l'autrice è ben consapevole della descrizione della violenza nello stato di natura in autori come Thomas Hobbes e Baruch Spinoza, da lei amorevolmente studiati. Stona tuttavia con l'atmosfera cupa e crepuscolare del libro la descrizione in termini eccessivamente drammatici dei cosiddetti "processi alle matricole", che sono senz'altro una delle usanze più fruste e fascistoidi dell'ambiente della Normale, con toni quasi da caserma e da nonnismo: ma come riti di iniziazione non vanno sopravvalutati, se è vero che poi quasi nessuno abbandona la Scuola per il trauma subito durante quelle grottesche caricature di procedimenti giudiziari reali, peraltro giustamente definite dall'autrice "una ridicola parodia delle gerarchie di gruppo, in cui il prestigio sociale si misurava secondo criteri opposti a quelli che valevano per il mondo di fuori, nei licei a cui eravamo abituati fino al giorno prima" (p. 24).

In ogni caso, il suicidio dell'antica compagna fa convergere a Pisa, oltre a Gaia, altri tre ex normalisti, Cecilia, Leo e Marcello. Quest'ultimo con Gaia aveva avuto una storia tanto appassionata e coinvolgente quanto apparentemente rimossa e sospinta nelle nebbie del passato. Nel frattempo i quattro si erano dispersi per il mondo, senza trascurare tuttavia di aggiornarsi reciprocamente sulle rispettive vite, grazie ai social media e ad altre occasioni di contatto. Tra di loro manca però Matteo, amico carissimo di tutti e quattro, drammaticamente suicidatosi proprio a Pisa vari anni prima, dopo una relazione tormentata con una borsista tedesca e un trasferimento a Bochum, nella tetra regione del Nordrhein-Westfalen.

Gli inquirenti comunque sospettano fortemente di lei, come "istigatrice" del suicidio di Virginia, a cui la legava un rapporto di amore/odio, ricambiato in modo asimmetrico, perché Virginia non aveva verso di lei soltanto sentimenti di ammirazione misti a disprezzo, ma era spesso anche pervasa di una sottile passione omoerotica, solo faticosamente celata.

Spesso Gaia indulge nei suoi ricordi, che assumono però una forma ordinata, quella dello storytelling della studiosa piuttosto che quello dello stream of consciousness sregolato: passa dal lavoro come curatrice di una rubrica in un'emittente televisiva ticinese alla sua vita da studentessa, dal fallimento del matrimonio con Massimiliano alla travolgente passione per Marcello. Passione che, tanto inaspettatamente quanto ardentemente, riaffiora in quei giorni di permanenza semiforzata a Pisa, in cui Gaia, invitata dalla polizia a rimanere in città, è costretta a soggiornare vari giorni in albergo. Nonostante gli inevitabili sensi di colpa (Marcello è sposato e la moglie aspetta un bambino), riprendono quasi in una situazione da "futuro anteriore", ossia un futuro che fosse anche passato, la loro antica relazione. Relazione che Gaia aveva quasi inconsciamente deciso di troncare allorché aveva rinunciato, dopo un disguido postale, a tentare un secondo invio del plico per partecipare al concorso per il dottorato, lasciandosi quindi alle spalle tutta la vita dei suoi cinque anni pisani. Del resto, la voce narrante nota come le coppie che si formavano dentro la Scuola spesso "per qualche anno sopravvivevano in sodalizi a volte forzati e poi in genere si sfaldavano quando finivano gli anni del collegio, spesso perché il dottorato divideva all'improvviso i due innamorati che non potendo proseguire insieme gli studi finivano per non trovare più un senso nella loro storia, o altre volte perché la propensione all'omosessualità di lui, per anni nascosta dietro la storia di facciata, non aveva più bisogno di protezioni nel momento in cui la crisalide si apriva e un giovane studioso brillantemente formato all'ombra di qualche vecchio professore o di qualche professoressa sola e severa era pronto ad affacciarsi al mondo accademico con il suo bagaglio di precocissime pubblicazioni che lo fregiavano del tanto ambito titolo di specialista" (p. 166). 

L'epilogo lascia in penombra parecchi nodi. L'autrice esordisce con l'apologo della marchesa di Brinvillers, che avvelena lentamente un alchimista esperto di cui si era invaghita e che minacciava la sua felicità. Così, nel legame quasi ossessivo che connette Gaia e Virginia, si consuma un confronto finale, che scava un solco di ancora più profonda incomprensione, preludio a un futuro di assoluta infelicità, a cui si può porre rimedio solo con un gesto estremo, rivolto a sé stessi o rivolto all'altro da sé.

Pubblicato in: 
GN25 Anno IX 21 aprile 2017
Scheda
Autore: 
Ilaria Gaspari
Titolo completo: 

Etica dell'acquario, Roma, Voland, 2016, pp. 192. Euro 15,00.