- Articolo di:Livia Bidoli
Il percorso autunnale a Santa Cecilia si apre con i grandi concerti per pianoforte ed orchestra del russo (naturalizzato americano nel 1943) Sergej Rachmaninoff: al pianoforte una stella del piano come Nikolai Lugansky, nato a Mosca e, alla guida dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, un altro russo, ma di San Pietroburgo, Stanislav Kochanovsky. Tre serate, 21, 24 e 27 settembre, tutte dedicate all'astro russo emigrato l'anno seguente alla rivoluzione d'ottobre, nel 1918, nella grande mela, New York. Delle tre serate, ne abbamo seguite due in particolare, quella del 24 settembre, con il raro Concerto n.4, L’isola dei morti e la Rapsodia su un tema di Paganini; e quella del 27 settembre, con il Concerto n. 3 e la Sinfonia n. 2.
Accademia Filarmonica di Verona. Gatti dirige la Sesta, tragico presentimento di Mahler
La grande attesa per il concerto di apertura del Settembre dell’Accademia 2026, trentacinquesima edizione del Festival internazionale di musica promosso dall’Accademia Filarmonica di Verona, è stata appagata dal livello eccezionale dell’esecuzione della Sesta sinfonia il la minore ‘Tragica’ di Gustav Mahler, titolo difficile e impegnativo, che sfida l’ascoltatore rivolgendogli enigmi e offrendogli qualche chiave per risolverli. La satanica sinfonia (l’unica sesta, secondo Alban Berg, nonostante la Pastorale di Beethoven) fu tenuta a battesimo dall’Autore nella città industriale di Essen, città di cannoni, il 27 maggio 1906, circa centoventi anni or sono. Undici giorni prima, Richard Strauss presentava a Graz la sua satanica Salome.
Martedì 8 settembre alle ore 20:30, nella sala quasi esaurita del Teatro Filarmonico di Verona, Daniele Gatti ha fatto volare quello splendido uccello dalle piume di cristallo che è la sua formidabile Sächsische Staatskapelle Dresden. L’ascolto è stato una profonda prospettiva di iridescenze, luci e ombre in arabeschi sgargianti, piani sonori sovrapposti con precisione ineffabile, percezione contemporanea di emozioni non di rado contrastanti, sinestesie difficilmente sostenibili.
La sinfonia è complessa, di quelle che si ascoltano ogni volta col desiderio di esserne illuminati, ma come disse il suo Autore per entrare nella Sesta serve aver ‘assorbito’ le precedenti cinque... Sinfonia del malessere, come scriveva Quirino Principe nel suo monumentale ‘Mahler – La musica tra Eros e Thanatos’, essa rappresenta una bara per i mali di Gustav. Le frasi musicali, i temi, l’orchestrazione, giunti a livelli magistrali, qui servono confessioni inconfessabili, esprimono disagi e presentimenti terribili, disegnano il dialogo fra il sole e la notte, fra la luce e l’ombra, fra il sogno di felicità e la depressione, la morte, la distruzione.
Qui si trasale al grido stridente dell’Inferno, mentre si è cullati dalla voce del Paradiso. I dolci ricordi sereni sono sbattuti dalle onde di un mare in tempesta. La chiave per uscire dalla stanza oscura è vicina e mai alla mano, l’illusione sta dietro l’angolo, il destino batte all’improvviso.
Il primo movimento, Allegro energico, ma non troppo. Heftig, aber markig (violento, ma incisivo) si schiude con un tempo di marcia attaccato nitido e violento, sta entrando un esercito, il ricordo va a quando nel I atto del Fidelio di Beethoven entra in scena l’antagonista tirannico don Pizarro, il governatore della prigione. La linea fluida della direzione lo disegna violento ed elegante, fa svettare i pennacchi delle trombe e la forza dei piatti, l’andamento è esasperato, forte e drammatico.
Nell’oasi sonora dei violini compare per la prima volta il tema di Alma, colmo di desiderio e curvo come un colpo di frusta, piegato come un fiore. Paradisiaco il tintinnare delle campane, ma il tema di guerra torna veemente, si ingrossa come fiume che prema i suoi argini. È sogno quando l’incipit del tema muliebre è tracciato dai bassi e ripetuto dai violini, quando nei campanacci si scorge l’oro delle solitudini alpestri, nei corni quello brillantissimo che ripete la frase floreale.
Riprende il tema guerresco, il cui crescendo conduce al palpito dei bassi e al brivido terribile della grancassa. Il tema di Alma trapassa cristallino gli archi, i legni, e muore magistralmente nella voce cupa della tuba, per lasciare spazio ai soldati, al mare sonoro dell’orchestra, da cui i piatti svettano nel loro esaltante brillio, ed emergere ancora appassionato di vita e speranza, grandioso, nell’insieme fortissimo che tace poi repentinamente.
Lo Scherzo (Wuchtig, imponente, violento) che segue, ricorda il primo movimento come una provocazione, è una danza che non si può danzare, inizia in tempo di ¾ come un Ländler, danza popolare austriaca. Il dialogo dei legni e degli archi è spezzato dal grido scordato che erompe dalle file nascoste della compagine come un schiamazzo infernale. Il trio emerge splendidamente nel tocco gentile e preciso degli archi eterei e nelle percussioni villerecce. Lo xilofono è lo scherno demoniaco, mentre il volume enorme degli ottoni gravi si espande larghissimo nella danza.
Leggerissimi i violini, in punta di piedi, mi sembrano un ricordo di infanzia che squilli nella memoria. Il Compositore parlava dei giochi incerti delle bambine nella rena. Segue un crescendo lirico, in una conversazione perfetta degli strumenti. Il fulgore orgiastico del pieno d’orchestra è straordinario, vi traspaiono le varie sezioni con sbalzo prezioso. La sinfonia si getta in un abisso dal quale sale la voce del violino solista che riprende il tema infantile e rassegnato. A lui si uniscono il flauto, e poi gli altri strumenti in una scrittura quasi cameristica in seno al colosso della composizione, voci lontane che conducono lo spettrale scherzo al colpo ultimo dei timpani in pianissimo.
Il gesto di Daniele Gatti è scavato, preciso, essenziale ed elegante, lo sguardo è volitivo e magnetico, esprime mille parole in pochi secondi, e l’intesa con oltre cento strumentisti che colgono al volo ogni messaggio è perfetta. Lo vedo sorridere, sollecitare cavate grandiose o smorzare le voci col braccio steso e il palmo rivolto a terra. La narrazione è larga e compatta, sempre accesa e vibrante. La partitura è offerta all'ascolto con un equilibrio classico che intride di bellezza e significato anche le parti più prosaiche o volgari. Gatti mostra all'anima le parole della musica.
Nell’Andante moderato, lontano dal facile effetto, il maestro mi sembra cercare il messaggio nascosto tra i pentagrammi, lo stato d’animo della creazione di questa melodia che secondo Paul Bekker non procurò a Mahler alcuna vera gioia, e che pure resta nel cuore di chi l’ascolta, rimane nella memoria con una potenza formidabile. La linea melodica sinuosa dei primi violini si compone all’orecchio come l’onda iridescente di un lago alpino, contrappuntata dalle voci dei legni. Il tema affascinante sale tra le file dell’orchestra, fa l’occhiolino a chi lo conosce prima di uscire allo scoperto, sembra un sogno nel dormiveglia di un’aurora.
Ecco comparire l’assolo del corno inglese, magistralmente condotto con suono sublime, e poi ci sono le arpe, le percussioni, il tema famoso, legato a quello di Alma, dal quale si irradia come un ricordo lontano. I tocchi dei violini sono incisi nel vetro, la forza degli archi quindi sostiene il dialogare dei legni e degli ottoni.
Sono spontanei ed innocenti i campanacci del pascolo, nel quadro colorato dai corni, dai violini sussurranti come la corrente di un fiume, dalla voce nobile e dorata delle due arpe, dall’intervento solista del primo violino.Grandiosa è la piena avvolgente dell’orchestra dentro cui scorre il tema principale, appassionata, franca e segreta confessione. Vibrano i violini, mentre il suono morente sparge i suoi riflessi tra le campane e le arpe.
L’enorme Finale (Allegro moderato – Allegro energico) è un enigma, un quadro di frantumi che si accostano e si sovrappongono. Ecco il sole e la notte fronteggiarsi. Mors et vita duello conflixere mirando (morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello, come nella sequenza cattolica della domenica di Pasqua, Victimae paschali laudes). I temi compaiono assieme, talora deformati. Scorrono citazioni da opere precedenti dell’Autore, come dalla terza e dalla seconda sinfonia, e di altri, come l'Incompiuta di Schubert nelle note del basso tuba.
L’arpeggio della celesta e delle arpe, all’inizio di questo ultimo tempo, è come una cortina che si apre sulla lotta della vita. Grandioso il balzo di ottava degli ottoni, mentre i bassi chiamano dal profondo. Ascolto vibrazioni nel silenzio come pensieri sparsi, corni, arpe, la potenza delle percussioni. Si staglia netto il tema guerresco, con la voce squillante dei legni spezzata dai timpani, e si odono le campane tubolari. Contrapposto, suona un tema di sole, gentile e veloce, con le arpe e i campanacci ad indicare la solitudine dell’eroe, gli appelli celestiali (Himmelklang) delle trombe.
L’orchestra vibra nel tema marziale, in una danza appassionata, alla ricerca di un raggio di sole, scontrandosi coll’imprevisto del primo colpo di martello (Hammerschlag), che suona questa sera secco come la scure sulla corteccia dell’albero. Una spettatrice mi racconta successivamente di essere sobbalzata perché ignara del micidiale effetto sonoro. È meravigliosa la trasparenza dell’orchestra che avanza, si ode il colpo di frusta (sono molte le trovate sonore di Mahler in questa sinfonia, che prevede anche fascine di legnetti a percuotere la grancassa), il gioco rapsodico degli accenti, il rilassarsi illusorio della tensione che tracima immediatamente dopo in un crescendo culminante nel secondo colpo di martello.
Il canto celestiale delle arpe illumina i violini, le percussioni chiamano dal profondo, le voci degli strumenti in un clima espressionista si stagliano sul nero silenzio in attesa del destino. All’assolo del corno rispondono l’oboe e la voce argentea dei flauti e dei violini che cantano sotto la cupola riverberante del silenzio. Alle voci contrappuntate dei solisti si uniscono le voci dei gruppi, come a vestire di carne le idee, e ascolto un crescendo, uno strappo, la corsa nel buio di una scia luminosa.
Dopo richiami lontani, torna il tema infuocato del primo movimento, che fa sciogliere l’anima, e l’anello si chiude rovente nella fucina, ruggisce come un mastino di fuoco, con la larghissima e trepidante frase degli ottoni. Gli strumenti cantano appassionatamente mentre le mani girano l’ultima pagina dello spartito. Si percepisce l’elettricità delle percussioni, la voce dell’orchestra sembra quella di un organo dell’Iperuranio, sembra che l’eroe abbia vinto.
Sul suono fortissimo si incavicchia la voce dei violini, ecco i passi ultimi dell’orchestra languente, le voci delle mazze sulle membrane che dialogano in una lunga frase dolente e intima e piena di forza esausta. Il suono nero si spegne, e dopo i due colpi di grancassa, i pizzicati degli archi sono gli ultimi palpiti dell’eroe. Sono i due colpi che lo uccidono, come due furono quelli vibrati a tutta orchestra nella Götterdämmerung (Il Crepuscolo degli Dei) di Richard Wagner quando moriva Siegfried.
Nei due colpi si cela forse la figurazione musicale della crisi notturna del 25 febbraio 1901 (emorragia intestinale di Mahler, che fu salvato quasi per miracolo), e della morte della figlia maggiore Maria Anna ‘Putzi’ il 12 luglio 1907, spaventosa coincidenza del destino inconsciamente sfidato anche nei Kindertotenlieder (1901-1904), i canti per i bambini morti che facevano paura ad Alma.
Silenzio. Il pubblico applaude soddisfatto l'esecuzione dell'Orchestra e poi le prime parti, in particolare corno, timpani, tuba, arpe, primo violino. Il Maestro Gatti è chiamato più volte alla ribalta dagli applausi, stringe mani agli strumentisti, ringrazia il pubblico quasi sorpreso dal volume delle acclamazioni.



