- Articolo di:Livia Bidoli
Il percorso autunnale a Santa Cecilia si apre con i grandi concerti per pianoforte ed orchestra del russo (naturalizzato americano nel 1943) Sergej Rachmaninoff: al pianoforte una stella del piano come Nikolai Lugansky, nato a Mosca e, alla guida dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, un altro russo, ma di San Pietroburgo, Stanislav Kochanovsky. Tre serate, 21, 24 e 27 settembre, tutte dedicate all'astro russo emigrato l'anno seguente alla rivoluzione d'ottobre, nel 1918, nella grande mela, New York. Delle tre serate, ne abbamo seguite due in particolare, quella del 24 settembre, con il raro Concerto n.4, L’isola dei morti e la Rapsodia su un tema di Paganini; e quella del 27 settembre, con il Concerto n. 3 e la Sinfonia n. 2.
Accademia Filarmonica di Verona. L'ebbrezza dionisiaca della Mitteleuropa
La grande orchestra sassone si esibisce al Filarmonico di Verona davanti al pubblico delle grandi occasioni in una sala gremita. Dopo la Sesta di Mahler, ascolto nella sera di mercoledì 9 settembre alle ore 20:30 un programma ottocentesco, che spazia amorosamente dal classicismo beethoveniano al tardo romanticismo e al simbolismo dell’ultimo quarto del secolo diciannovesimo. Tra il 1805 del quarto concerto beethoveniano e il 1905 della sesta sinfonia di Mahler (perfezionata poi fino al 1907), in due giorni la Sächsische Staatskapelle Dresden porta a Verona una magnifica regata, un centennio di musica e sentimenti.
Il valore delle serate è avallato dal podio autorevole di Daniele Gatti e (il 9 settembre) da una fuoriclasse della tastiera come Beatrice Rana. Passeggiando nella platea che va colmandosi, osservo la camera acustica coi pannelli in legno, le sedie grigie sui gradoni e le parti orchestrali aperte. Nella balza fiorita sotto il porpora e l’oro del sipario, brillano le gerbere e le rose dorate, si innalza il candore crema e pistacchio dei fragili Lisianthus campaniformi, tremano i piccoli boccioli sferici sulle pannocchie del ligustro mentre la luce crepita sulla vernice delle foglie di magnolia, sull’edera verdeggiante punteggiata di ombrelle.
Il programma delle due serate mi sembra abbracciare i temi del destino e della tristezza; la luce della doppia campata è punteggiata da istanti di ebbrezza dionisiaca, di pura contemplazione della bellezza, di abbandono alla follia e alla vertigine che si accendono tra i due piedritti di temperamento saturnino (la Sesta di Mahler e la Seconda di Brahms, che pure non negano del tutto l’accesso di Apollo né delle menadi).
Il secondo Concerto del Settembre dell’Accademia 2026 principia con l’Overture in fa minore (Op. 84) composta da Ludwig van Beethoven tra il 1809 e il 1810 per la musica di scena dell’Egmont di Johann Wolfgang von Goethe, tragedia in cinque atti dove il generoso conte fiammingo del titolo dona la vita per il suo popolo. Dopo il terribile accordo all’unisono dell’orchestra, la famosa frase creata dal genio di Bonn brilla e si spegne evocando in una sarabanda la rigida maestosità della corte di Spagna.
Al culmine del crescendo successivo, ascolto il tema principale sovrastare le voci dell’orchestra, grandioso, con i fiati che emergono sul tappeto sonoro degli archi.Successivo al breve sviluppo, torna il tema della lotta, e il silenzio improvviso fa pensare all’esecuzione dell’eroe. Nella coda ascolto l’esultanza del popolo vittorioso, gli squilli degli ottoni, le scale, i timpani, il suono argenteo dell’ottavino. L’Orchestra dresdense suona con superba ricchezza di armonici, coesa come fosse un solo strumento.
La pianista Beatrice Rana entra con una classe antica, in un lungo abito che ha la superficie vellutata della Hoya carnosa e sembra cucito da Hélios in persona come un raggio di sole su orchidee vaniglia, accanto al bianco e nero del direttore e dei signori orchestrali, al nero assoluto delle signore e del lustro Steinway gran coda. L’esecuzione del quarto concerto beethoveniano (in sol maggiore, Op. 58) sotto le sue dita ha un gran lirismo, un fraseggio stupendo. La giovane pianista interpreta con la ricchezza di invenzione che in una intervista Maurizio Pollini aveva evidenziato appartenere a questo concerto più che agli altri quattro analoghi scritti da Beethoven.
L’inizio dell’Allegro moderato è una semplice frase di cinque battute, ‘musica fatta soltanto di musica’, come scrive Piero Buscaroli nella sua monumentale monografia sul grande compositore (a pagina 571 dell’edizione Oscar Baobab Mondadori). Il tema è ripreso dagli archi, elaborato, ripetuto, arrotondato sotto la guida salda di Gatti che cerca e trova un suono nitido, preciso e puro. Le parti si avvicendano, il fraseggio è rotondo e sostenuto, il tema risuona bellissimo e oscilla tra la voce del pianoforte e quelle dei gruppi strumentali. Viene alla luce il cromatismo dell’esecuzione pianistica, Rana trae dallo strumento una voce morbida e cremosa.
Il volume di suono è calibrato alla perfezione, il pianoforte canta in scale vertiginose, compenetra e lascia trasparire l’orchestra, anche il suo silenzio è musica. Rana esegue una meditazione, seguita da un gioco audace che sotto la corteccia dell’orchestra riluce aromatico come resina viva. Nei passaggi le note sono perfette, talora sembrano l’eco una dell’altra. Sul pizzicare degli archi si ascoltano le modulazioni dello strumento a tastiera, il pianissimo delle notine lucenti, le gemme che brillano nel profondo. La cadenza è ricca di sentimento come una danza nello specchio del silenzio. Piena, assorta, insolita, sconcertata, cantabile, incerta, pazza, vertiginosa.
Beatrice Rana esegue difficili arpeggi, il suono sembra un fuoco che si spegne, torna il tema iniziale accarezzato dolcissimamente. Le ottave basse interloquiscono con la parte alta della tastiera in accordi netti. Le note veloci si spengono nel silenzio, sul trillo si attacca l’Orchestra incantata che conduce il pezzo alla scintillante chiusura.
Nel secondo movimento, Andante con moto, secondo Franz Liszt è figurato Orfeo (il pianoforte) che scende agli Inferi e ammansisce le Furie (l’orchestra). All’inizio del breve movimento il pianoforte suona una frase che l’orchestra taglia con la sua veemenza, incalzandolo senza fargli perdere la ponderata pacatezza. Pacate ben presto divengono le Furie, e modeste; il loro canto pur sempre inquietante lascia modo al pianoforte di stendersi in larghezza, con le sue note pulite, chiare e brillanti come fiori nell’aurora. Il suo sussurro è un tema che si spegne in arpeggi di dolore. Le Furie nelle voci dei bassi cantano inermi ormai sul tremolo dei violini. Mentre le creature infernali sono sconfitte dalla bellezza, il trillo disperato del pianoforte esprime lo strazio di Orfeo che si volta e perde per sempre Euridice.
Attacca il Rondò (Vivace), un risveglio alla realtà terrena che spazza via l’oscurità. Il tema è annunciato dagli archi in pianissimo, sembra una danza popolare su cui dialogano i due protagonisti del Concerto. Al tema principale sono giustapposti episodi più lirici. Il pianoforte esprime gruppetti di note, scale sottili, riprende le dinamiche dell’orchestra raffigurando quasi un campo seminato di piramidi acutissime, con velocità e precisione impeccabili.
Il tema torna, variato su un tremolo lussureggiante dell’orchestra. Il pianoforte di Beatrice Rana si fa incandescente e disegna curve melodiche sensuali, accordi di grande forza ascendenti e discendenti, variazioni che sono un modo per dire 'Addio', sembra un carillon che gentilmente suona sugli echi dell’orchestra, con una tenuta perfetta fino alla chiusura festosa e trionfante. Il pubblico applaude con calore.
La pianista esegue un bis, un pezzo solistico dove i suoni si rincorrono forbiti e incantevoli, con variazioni sul tema, pianissimi che scompaiono. La Romanza senza parole Op. 67 n°2 in fa diesis minore di Felix Mendelssohn Bartholdy si illumina tra le dita di Beatrice Rana e l’avorio del pianoforte, come un gioco di angeli scherzosi nascosti nella rugiada del mattino mentre si schiudono le rose.
Dopo l’intervallo, Daniele Gatti dipana le volute ammalianti della Seconda sinfonia in re maggiore Op. 73 di Johannes Brahms. L’interpretazione è lirica e mirabile, ne sortisce l’anima pastorale della composizione. I contorni delle figure melodiche sono precisi e lucenti, davvero il Maestro accompagna il pubblico a conoscere e a innamorarsi di questa musica meravigliosa. Sorprende il calore con cui sulla tristezza di taluni temi spiccano le folate vitalistiche e voraci, specie negli ultimi due movimenti.
Il primo e più esteso tempo, Allegro non troppo, inizia col canto dei corni su cui si innestano le viole e i violini. L’oboe incide un Lied in tonalità minore sulle note brillanti degli archi. Il primo tema senza appello conduce al canto pieno dell’orchestra, che contrasta con l’entrata immediata del Wiegenlied, la famosa ninnananna presentata in tonalità minore, accorata, ripresa mentre l’orchestra scende nell’ombra. Si ode la voce autunnale dei corni, la canzone raccolta, sottile e cesellata dei legni dalla voce incantevole. I fiati dialogano con i bassi, i legni gettano incisi brillanti mentre il Wiegenlied torna insinuante dialogando con gli agili archi acuti.
I tromboni e la tuba esprimono un suono dal colore profondo, i timpani sono drammatici, la frase grandiosa che ne viene fuori è sostenuta dai pianissimi dei violini. L’orchestra muore sui timpani, mentre ancora il lirismo della ninnananna torna nella voce dei violoncelli di accecante nitidezza. L’atmosfera diviene cupa e drammatica, entrano le forze ostili della natura. Il fortissimo è cantato da tutta l’orchestra, esprime furore e dolore, mentre il Wiegenlied passa ai legni che lo fanno scorrere sul canto sostenuto e morente negli altri strumenti. Ascolto poi il sottovoce, il canto che risorge, il dialogo di oboe e corno sul pizzicare degli archi.
L’Adagio non troppo inizia con una melodia indimenticabile dei violoncelli che ne riassume il carattere elegiaco e meditativo. Questa interpretazione del brano è eccezionale, accoglie la Sehnsucht come nostalgia dell’infinito. Il tema, in una progressiva espansione sonora, è ripreso sul pizzicato dei violoncelli, sul canto celestiale dei violini. Il crescendo conduce a due climax successivi, la voce della compagine è ardente, le linee orchestrali dialogano con variazioni. Torna il tema iniziale, con le voci dei timpani, lo sfogo bruciante degli archi, la profondità dei legni e degli ottoni. Alla fine tutto si fa pace in una coda lunghissima che prelude al silenzio.
Il terzo movimento, Allegretto grazioso. Presto ma non assai, è introdotto dall’oboe, accompagnato dai pizzicati dei violoncelli. Il movimento è aggraziato, le sezioni sono rapidissime e frizzanti. Il tema insistente degli archi ha una grande cantabilità, una melodia sorridente e giocosa, la quale compare ancora insinuante, quasi minacciosa, prende corpo in crescendo e scompare. Ridente nei legni, poi negli archi, la danza si avvolge all’ascoltatore lasciandolo senza fiato.
L’Allegro con spirito finale sembra iniziare col prepararsi di una festa. L’energia fluisce tra le parti dell’orchestra, erompendo in un canto concitato e festoso, dionisiaco e travolgente. Al ritmo veemente e forsennato si contrappone una frase cantabile negli archi, poi nei legni. L’energia del crescendo tracima negli assoli lampeggianti dei legni. Il melodizzare appassionato, con belle variazioni, coinvolge archi e legni. Vi è una parte nostalgica, in seguito alla quale torna la melodia principale con pianissimi ricchi di enfasi, e cresce in un fortissimo vibrante, in una danza tremenda alla quale partecipa tutta l’Orchestra.
Il pubblico applaude rapito dalla particolare eccellenza degli interpreti. L’orchestra offre un bis, un brano molto amato dal Maestro Gatti, il cupo Preludio dal terzo atto del Parsifal (1882) di Richard Wagner. L’esecuzione è piena di trasporto e di luce, il canto dei violini e dei violoncelli è particolarmente sontuoso e ricco. La cavata è grandiosa. Si ascoltano lo staccato dei violini, il solenne tema dei corni, le belle dinamiche degli ottoni, i balzi finali che costruiscono il quotidiano nel cuore dell’Opera soprannaturale, e che qualora si schiudesse un sipario lirico ci porterebbero davanti alla capanna dell’anziano Gurnemanz nel mattino del venerdì santo.
Il pubblico sente l’amore del Direttore per questa partitura, che spesso porta in concerto, e risponde con trionfanti applausi. Ricordo come il Maestro milanese avesse diretto il 15 ottobre 2022, al Teatro Regio di Parma, accanto ai Quattro pezzi sacri di Giuseppe Verdi, pagine orchestrali dal Parsifal.
Concerto notevolissimo, al termine del quale scambio battute con i vicini e mi trovo da un momento all’altro nella sala vuota. Esco nella notte veronese fresca e bagnata dalla recente pioggia crosciante. Nel silenzio ritrovo il tema vispo del terzo movimento, e capisco bene perché alla prima esecuzione della Seconda brahmsiana, diretta da Hans Richter il 30 dicembre 1877 nella Sala Grande del Musikverein di Vienna, esso fosse stato ripetuto.



