- Articolo di:Teo Orlando
Giovanni Bellucci ha inaugurato a Roma la sua stagione concertistica il 9 gennaio 2026. La venue è stata, anche questa volta, la Sala Riario dell’Episcopio di Ostia Antica (che appartiene, non dimentichiamolo, al comune di Roma, checché ne dicano alcuni velleitari secessionisti). Ad attenderlo un vasto pubblico, con alcuni aficionados che seguono il Maestro da anni.
Avatar - Fuoco e cenere. La logica della sopraffazione
Con Avatar – Fuoco e cenere il regista canadese James Cameron torna sul pianeta Pandora con la sicurezza di chi conosce alla perfezione il proprio mondo e le sue potenzialità visive. Ormai la saga è diventata una trilogia: questo terzo capitolo del franchise segue di poche settimane gli eventi del capitolo precedente, La via dell’acqua: la famiglia "aliena" dei Sully (appartenente al clan Omatikaya del popolo Na'vi, noto come il "Clan del Flauto Blu") vive ancora insieme a un altro clan, quello dei Metkayina, ed è segnata dalla morte di uno dei suoi componenti principali, Neteyam, mentre all’orizzonte si affacciano nuove tribù: i nomadi del cielo, i Wind Traders, e soprattutto i Mangkwan, o Ash People. Né va sottovalutata la minaccia, mai del tutto sopita, della RDA, ossia la Resources Development Administration, la più grande e importante organizzazione non governativa proveniente dal pianeta Terra, con intenti coloniali estremi.
Sul piano visivo Fuoco e cenere è, semplicemente, un’esperienza abbagliante: il film intreccia “azione, spettacolo e un racconto profondamente emotivo centrato sulla famiglia”, come leggiamo nelle note di regia; ed è innegabile che Cameron mantenga la promessa almeno sul fronte della coerenza narrativa e della potenza figurativa. Con l'aiuto del suo storico direttore della fotografia Russell Carpenter, il regista spinge ancora più in là la ricerca cromatica iniziata con i toni acquatici del secondo film (il citato La via dell'acqua): qui dominano il rosso incandescente, l'arancio vulcanico, il nero saturo di cenere che dialoga con il blu e il verde, ossia i colori ormai iconici di Pandora. Le nuove ambientazioni – gli altopiani solcati dalle gigantesche creature chiamate medusoidi (Medusoids) dei Wind Traders, i paesaggi lavici degli Ash People – ampliano l’atlante visivo della saga con un'attenzione per i dettagli che rasenta l’eccesso barocco, ma non impedisce una fruizione immediata e non eccede il senso complessivo della composizione immaginativa.
Ci ha molto colpito anche l'uso ormai evolutissimo del performance capture e della grafica generata al computer (CGI, Computer-Generated Imagery), che raggiungono un livello tale da rendere quasi superflua la distinzione tra “attori” e “personaggi digitali”. Ogni minima sfumatura espressiva di Worthington, Saldaña, Weaver o Chaplin viene restituita nei volti Na’vi con una naturalezza impressionante, frutto di anni di lavoro condiviso fra set virtuale e la compagnia Wētā FX.
L’occhio si trova immerso in un iper–realismo fantascientifico che sfrutta al massimo 3D (gli spettatori sono stati equipaggiati con occhiali per la visione tridimensionale), la tecnica HFR (High-Frame Rate, che consente la registrazione e la proiezione di un filmato con un maggior numero di frame nativi al secondo rispetto alle riprese tradizionali) e i grandi formati: l’azione in volo, le sequenze sui dirigibili sospesi e gli assedi negli ambienti vulcanici sono concepiti per il grande schermo, e solo lì sprigionano completamente la loro forza. In questo senso Cameron resta uno dei pochissimi registi contemporanei per cui le tecnologie digitali non sono un orpello posticcio, ma il cuore stesso del linguaggio filmico: la macchina da presa virtuale gli permette di disegnare traiettorie nello spazio impossibili per il cinema “tradizionale”, senza mai perdere il controllo della scena. Lo spettatore è trascinato dentro l’azione ma non smarrisce la posizione: un equilibrio raro in tempi di montaggi frenetici e caos visivo programmato.
Dal punto di vista tematico, Fuoco e cenere si innesta in modo organico sui due capitoli precedenti. Il filo conduttore resta la famiglia Sully come “fortezza”: “Wherever we go, this family is our fortress” ("Dovunque andiamo, questa famiglia è la nostra fortezza"), dice Jake, il suo membro più rappresentativo, già militare in un corpo ispirato ai Marines: si nota la tensione fra la vocazione guerriera e il desiderio, sempre frustrato, di trovare un rifugio stabile per i propri figli. Purtroppo, il lutto per Neteyam, che grava su altri due componenti della famiglia, Lo’ak e su Kiri, risuona costantemente nel film e scandisce una certa continuità emotiva rispetto a La via dell’acqua, chiarendo molte scelte dei personaggi, poco comprensibili per chi non abbia visto le altre due "puntate" della saga: la diffidenza di Neytiri verso Spider, un umano ormai pienamente "adottato", l’iper–protezione quasi tirannica di Jake, il senso di colpa che attraversa l’intera famiglia.
Cameron accentua anche il discorso politico ed ecologico della saga: vengono messi in rilievo gli intrighi dell’RDA che progetta una vera e propria colonizzazione di Pandora perché la Terra è ormai inabitabile, e la caccia ai cetacei Tulkun per estrarne dai cervelli l’amrita, una sostanza dorata che ferma l’invecchiamento. Entrano poi in scena le nuove tribù che incarnano diverse possibili risposte alla devastazione ambientale: dal nomadismo “leggero” dei Wind Traders al nichilismo furioso degli Ash People.
Il mondo di Pandora resta così un grande specchio deformante del nostro, coerente nella sua evoluzione interna e nell’allegoria. Tutto questo, tuttavia, ha un prezzo. Avatar – Fuoco e cenere dura ben 195 minuti, e per almeno quattro quinti del film l’azione, il combattimento, gli assedi, gli inseguimenti dominano la scena. Se in Avatar e in La via dell’acqua alle battaglie corrispondevano lunghe parentesi contemplative – la scoperta della foresta, l’apprendimento delle tecniche marinaresche – qui la struttura è molto più sbilanciata verso la dimensione bellica.
Il risultato è, a nostro parere, una certa stanchezza percettiva: la spettacolarità resta altissima, ma l’accumulo di scontri, esplosioni, duelli individuali (Jake vs Quaritch, Varang vs Neytiri, l’attacco ai dirigibili dei Wind Traders, le sortite dei Mangkwan dalle colate laviche) finisce per appiattire l’andamento emotivo. Lo spettatore ha pochissimo tempo per elaborare le conseguenze di ciò che vede; quasi ogni scena serve a preparare la battaglia successiva. Si potrebbe obiettare che è la logica del “middle chapter” di una saga più ampia, ma resta il fatto che per un film di oltre tre ore la variazione di ritmo è sorprendentemente esigua. Qui Cameron paga il suo stesso virtuosismo: ciò che dal punto di vista tecnico è un tour de force, dal punto di vista narrativo rischia di trasformarsi in saturazione.
Collegato al problema della durata è quello della comprensibilità della trama per chi non abbia freschissimo in mente l’universo di Avatar. Fuoco e cenere presuppone la conoscenza non solo del primo film, ma soprattutto di La via dell’acqua: il lutto per Neteyam, i rapporti fra i figli Sully, il passato dei Tulkun, il legame fra Jake e Quaritch–recom, il ruolo di Kiri nata dall’avatar di Grace, la stessa geografia politica di Pandora vengono dati per acquisiti.
Il pressbook parla di un racconto “molto autentico sulle conseguenze emotive di quanto accaduto nel secondo film”, e questo è vero; ma per lo spettatore che entra in sala senza quel bagaglio, gran parte delle motivazioni resta opaca. Il film non si ferma mai a ricapitolare con chiarezza: lavora come un episodio di una serie già in corso, in cui i personaggi parlano e agiscono su presupposti che vengono solo rapidamente evocati.
La stessa introduzione di nuove tribù, come i Mangkwan/ Ash People e i Wind Traders, arricchisce l’universo ma complica ulteriormente il quadro, moltiplicando nomi, ruoli, alleanze e rotture che il film non ha il tempo di spiegare a chi non sia già un “iniziato”. L’effetto complessivo è quello di un’opera ricchissima ma poco autoconclusiva, più capitolo di un grande romanzo che film autonomo.
Un altro limite è la relativa povertà di approfondimento psicologico. Sulla carta, le premesse per un grande dramma corale ci sono tutte – e il pressbook insiste molto sulle dinamiche familiari, sui sensi di colpa, sulla crisi di fede dei Na’vi colpiti dal vulcano. Ma sullo schermo queste linee restano spesso abbozzate. Ad esempio, l'umano adottato Spider è trattenuto in un eterno conflitto di lealtà che il film non osa davvero portare alle estreme conseguenze. Anche la nuova protagonista, Varang, pur affascinante come figura di sciamana “oscura”, rischia di restare soprattutto un dispositivo narrativo per aggiungere un fronte di guerra.
Se si pensa al modo in cui un film corale del Marvel Cinematic Universe come Avengers: Endgame riusciva a far emergere, nel bel mezzo dell’apocalisse supereroistica, nodi interiori precisi – il fallimento esistenziale di Thor, il senso di colpa di Tony Stark, la malinconia di Capitan America, la tragedia di Natasha. La differenza è evidente: nel film di Cameron la psicologia è quasi sempre subordinata alla funzione tattica dei personaggi nel campo di battaglia.
L’aspetto forse più problematico, in questo capitolo, è l’escalation di violenza. La guerra su Pandora non è mai stata un tema marginale, ma in Fuoco e cenere diventa praticamente l’unico orizzonte possibile. Non sono solo gli umani dell’RDA a incarnare l’aggressività coloniale: anche i Na’vi, compresi i Sully e le apparentemente “bucoliche” Metkayina, vengono mostrati sempre più come guerrieri spietati, cacciatori abilissimi, adolescenti pronti a uccidere con la stessa naturalezza con cui qualche scena prima giocavano in acqua. Le donne Na’vi, in particolare, appaiono divise fra maternità e furia guerriera, in una sorta di iconografia amazzonica: Neytiri, Ronal, le giovani combattenti degli Ash People – tutte bellissime, tutte letali. L’ecologismo quasi "panico" dei primi Avatar si scontra così contro un dato di fatto: anche su Pandora i conflitti si risolvono quasi sempre con le armi, con imboscate e contro–imboscate, con duelli che si ripetono di film in film.
Viene in mente quel verso rock citato da un grande poeta contemporaneo: “They say we are endowed with free will… But between our instincts and the lust to kill / We bow our heads in submission” (“Dicono che siamo dotati di libero arbitrio… Ma tra i nostri istinti e la brama di uccidere / chiniamo la testa in segno di sottomissione”): in questo terzo capitolo sembra quasi che ci si debba rassegnare all’idea che gli esseri senzienti, umani o Na’vi che siano, restino intrappolati nella stessa logica di sopraffazione.
In definitiva, Avatar – Fuoco e cenere è un film che va assolutamente visto sul grande schermo: per la potenza dell’immaginario visivo, per l’audacia tecnica del performance capture, per la capacità di Cameron di costruire un universo coerente che continua a espandersi in direzioni impreviste. È cinemaspettacolo allo stato puro, che conferma la vocazione del regista a reinventare continuamente le possibilità sensoriali del mezzo.
Ma è anche un’opera che mostra i limiti di questa stessa vocazione: la durata monstre, la concentrazione sull’azione, la trama sempre più seriale e i personaggi schiacciati sul ruolo di pedine belliche rischiano di allontanare parte del pubblico, soprattutto chi non abbia seguito religiosamente i capitoli precedenti. L’impressione finale è quella di un affresco grandioso e ipnotico, in cui però la bellezza delle immagini e la coerenza del mondo non bastano a colmare del tutto la nostalgia per un cinema capace di ricordarsi, ogni tanto, che la vera posta in gioco non è solo vincere la guerra, ma capire se sia ancora possibile evitarla.
A chi è cresciuto con la fantascienza filosofica di Kubrick e Lem, questo nuovo corso dei kolossal stile science fiction lascia un retrogusto ambivalente. L’immaginazione tecnica è oggi sterminata, i mondi possibili sono resi con una perfezione visiva che il cinema del Novecento non poteva nemmeno immaginare. Ma proprio mentre la tecnologia permetterebbe finalmente di dare corpo a qualunque utopia o incubo futuribile, il futuro sullo schermo sembra ridursi sempre più spesso a un campo di battaglia. La fantascienza che un tempo serviva a pensare la condizione umana ora tende a intrattenerla, e Avatar – Fuoco e cenere incarna in modo esemplare questa grandezza spettacolare e, insieme, questa rinuncia alla vera dimensione speculativa del genere.


