- Articolo di:Daniela Puggioni
Il 7 agosto scorso Dido and Æneas, opera in tre atti di Henry Purcell, su libretto di Nahum Tate ha inaugurato, al Teatro Caio Melisso, l’80° stagione del Teatro Lirico Sperimentale “A. Belli” di Spoleto. Lo spettacolo del 7 agosto di cui scriviamo ha ottenuto una entusiastica accoglienza. L’opera, ha avuto un’anteprima giovedì 6 agosto alle ore 20.30 e sono previste repliche sabato 8 agosto alle 18.00 e domenica 9 agosto alle 17.00. Domenica 27 settembre alle 17.00 e lunedì 28 settembre alle 20.30 sarà ripresa al Teatro Comunale di Todi.
Il bacio della donna ragno: un remake in chiaroscuro
Ci sono sfide e sfide. Alcune, artisticamente, contemplano un rischio più alto. Nella fattispecie, pur non rientrando forse tra le pellicole più viste e ricordate, tra i cinefili di ultima generazione, Il bacio della donna ragno (1985) di Héctor Babenco resta indubbiamente un cult movie, benedetto peraltro dall'Oscar come Miglior attore protagonista a uno strepitoso William Hurt e da diverse altre candidature agli Oscar, compreso quello per il Miglior film. Senza contare la sfilza di premi ricevuti altrove. A Cannes, per esempio. Un successo, anche di pubblico, che in un certo senso certificò l'originalità, la profondità e le vertiginose intuizioni del lungometraggio diretto da Héctor Babenco, cineasta argentino naturalizzato brasiliano deceduto nel luglio 2016, che in tal modo aveva saputo denunciare la brutalità delle dittature sudamericane senza rinunciare a mettere in scena istanze soggettive e qualche fuga, potente, nell'immaginario cinematografico.
Con la versione de Il bacio della donna ragno datata 2025 e approdata ora in sala, per la regia di Bill Condon, la questione si complica. Ed appare decisamente più articolata. Anche perché, data per scontata l'ispirazione comune proveniente dal romanzo di Manuel Puig, uscito la prima volta nel 1976 e divenuto un classico della letteratura queer, il referente più diretto di questo nuovo adattamento è comunque il fortunato musical di John Kander, Fred Ebb e Terrence McNally, che debuttò nel 1992 a Broadway, rimanendo in cartellone per oltre novecento rappresentazioni e vincendo sette Tony Award. Le differenze quindi si notano, nel bene e nel male.
Identiche sono naturalmente le coordinate di base del racconto: al centro della scena, costretti a condividere la stessa cella, vi sono infatti il vetrinista gay Louis Alberto Molina (Tonatiuh), condannato a otto anni di reclusione in un duro carcere sudamericano per "corruzione" di un minore e reclutato, apparentemente, dai suoi carcerieri, per estorcere informazioni al prigioniero politico Valentin Arregui Paz (Diego Luna), soggetto come altri oppositori a infami interrogatori e torture, in quell'Argentina dei primi anni '80 dove il canto del cigno della dittatura produceva ancora orrori e sopraffazione. La convivenza tra i due appare difficile, se si considera che Molina tende a comportarsi sempre in modo disinibito ed eccentrico, mentre Valentin, pur liberale e “tollerante” a parole, resta di fondo un rude marxista, dedito ad altre cause. In più, per sopportare le continue umiliazioni, Molina ama rifugiarsi nel ricordo sui suoi film più amati e nel culto della diva preferita, Aurora (Jennifer Lopez), tutte cose che vorrebbe condividere con l'altro. E solo qualora si riuscisse a trovare un linguaggio comune, nel segno della lotta all'oppressione sia individuale che collettiva, tale apertura li potrebbe unire più di quanto ciascuno di loro, all'inizio, riesca ad immaginare...
Nella resa filmica di un plot impostato in ciascuna delle successive versioni su più livelli (realistico, simbolico, onirico, di denuncia, melodrammatico, fantastico), ciò che abbiamo colto è innanzitutto una spiccata predilezione di Bill Condon per i segmenti metacinematografici della narrazione. Laddove Héctor Babenco, in modo più essenziale, vi articolava uno struggente mélo bellico ambientato durante l'occupazione nazista della Francia, il regista e sceneggiatore americano (suoi, tra l'altro, il cinefilo Uomini e dèi datato 1998, gli ultimi capitoli della saga di Twilight e il live action de La bella e la bestia) pare essersi divertito un mondo a ricreare un clima da vecchia Hollywood giocando col trasparente in auto, con cromatismi sgargianti ed esagerati da pellicola in technicolor, con continue invenzioni scenografiche e con balletti alquanto eleganti e curati; il tutto, per giunta, al servizio di un esotico noir, in cui si resta incantati soprattutto davanti alla sempiterna bellezza di una Jennifer Lopez che specie nel ruolo della femme fatale buca ancora una volta lo schermo.
Molto meno ispirato di Babenco ci è parso invece il film-maker americano nella gestione fisica dell'angusto spazio carcerario, nella parte politica più “tradizionale” del racconto e nei pur frequenti riferimenti alla dittatura militare, se si esclude forse l'eccellente trovata registica per cui il raccordo tra la parte metacinematografica e quella maggiormente realistica viene espresso, all'interno di una delle sequenze più suggestive, attraverso uno sfumato, rapsodico passaggio dalle luci intermittenti sull'immaginifico set alle scariche elettriche con cui vengono torturati i prigionieri.
Quanto al resto a farsi notare è uno sbilanciamento ulteriore, anche sotto il profilo carnale, verso la poetica queer, col serio rischio di soffocare altre importanti istanze, di marca più intimista o altresì orientate verso un “impegno civile” d'impronta classica. Se poi il bravo Diego Luna non sfigura affatto, nei panni dell'oppositore comunista che si fa conquistare gradualmente dalla sensibilità e dalla passione di Molina, la già osannatissima performance di Tonatiuh a.k.a. Tonatiuh Elizarraraz, attore statunitense di origini messicane molto vicino alla causa LGBT, pur regalando momenti di notevole intensità fa un po' rimpiangere la ricchezza di sfumature che William Hurt (meritatamente premiato, come si accennava all'inizio, sia agli Oscar che al Festival di Cannes) era riuscito a far emergere in quello stesso ruolo.


