Biennale di Venezia 82. Gaza. Who is Still Alive?

Articolo di: 
Stefano Coccia
Qui vit encore

All'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia le terribili notizie inerenti al GENOCIDIO, di marca sionista, in atto a Gaza, per fortuna qualche eco l'hanno avuta; tutto ciò nonostante quel clima forsennato, modaiolo, fracassone e volgare, che troppo spesso si percepisce al Lido tra gli avventori abituali del festival. Bene comunque che la kermesse veneziana non sia rimasta sorda alle grida disperate del popolo palestinese.

Tra le iniziative poste in atto vi è innanzitutto la lettera aperta indirizzata alla Biennale e alla Mostra del Cinema da centinaia di addetti ai lavori e da svariate realtà, per esortare le istituzioni e i settori del cinema, dell’arte, della cultura e della formazione a essere più netti e coraggiosi nella condanna dei crimini commessi a Gaza e della pulizia etnica portata avanti in tutta la Palestina, da parte del governo e dell’esercito israeliani. Nell'elenco dei firmatari figurano anche, per inciso, i nomi del sottoscritto e di Livia Bidoli, nonché della stessa Gothic Network. A tale iniziativa ha fatto poi seguito il 31 agosto al Lido una manifestazione di protesta dalla partecipazione decisamente alta. Altro segnale di rilievo è stato l'interesse destato da un'opera come The Voice of Hind Rajab della regista tunisina Kaouther Ben Hania, ambientata proprio a Gaza; e non entriamo qui nel merito delle polemiche innescate da una parte della stampa, in seguito al Gran Premio della Giuria assegnato al film, sia perché dobbiamo ancora recuperarne le visione, sia perché a naso il tenore delle critiche sembrerebbe orientarsi o verso ambigui posizionamenti politici o verso certe “questioni di lana caprina”, indubbiamente care all'ala più snob del giornalismo dello spettacolo. Ed è è comunque su un altro titolo che vorremmo ora soffermarci.

Passato a Venezia con molto meno clamore, Who is Still Alive (in francese, Qui vit encore) del cineasta svizzero Nicolas Wadimoff è un documentario tanto straziante quanto rigoroso, impeccabile, sul piano formale. Ciò cui assistiamo trae del resto origine da quello straniamento che concerne, in parte, le alienanti condizioni di vita dei protagonisti, per riflettersi poi anche su un una dimensione prettamente spaziale, scenica: posizionati sopra la mappa di Gaza tracciata approssimativamente a terra, in un paese straniero, nove rifugiati raccontano tutto d'un fiato sogni infranti, insostenibili perdite personali e una residua volontà di resistere, tentando così di riconnettersi alla vita. Dettaglio non da poco, le didascalie iniziali del film avvertono lo spettatore che i personaggi di cui si scopriranno a breve le terrificanti vicende biografiche non soltanto sono dovuti scappare dopo l'aggressione militare israeliana e vivono come profughi in Egitto, vedendosi riconosciuti ben pochi diritti, ma non hanno nemmeno ricevuto il visto per partecipare alle riprese in Svizzera, paese d'origine del regista, il quale ha dovuto così ripiegare sul Sudafrica per poter portare avanti il progetto.
Per comprendere meglio da un punto di vista artistico e umano la portata dell'operazione tentata da Wadimoff (artista il cui interesse per il Medio Oriente, diversamente espresso nell'affascinante L’Apollon de Gaza datato 2018, non è certo nuovo), può essere opportuno confrontarsi direttamente con le dichiarazioni dell'autore, da noi intercettate sul sito della Mostra del Cinema: «Ciò che i sopravvissuti di Gaza hanno subito non può essere raccontato solo con le parole. Gesti, respiri, silenzi sono più eloquenti, a volte. Qualunque parola usiamo per descrivere questa sistematica campagna di distruzione e cancellazione, il nostro quadro di riferimento comune per comprendere il mondo sembra essere divenuto inefficace di fronte a qualcosa che, seppur indicibile, invece non deve rimanere inascoltato e invisibile. Al di là delle appartenenze e delle opinioni politiche, l’idea è dare visibilità alle storie di un popolo troppo spesso disumanizzato, ridotto a numeri. Di prendersi il tempo di ascoltare, guardare, sentire i corpi martoriati e le anime ferite. Considero il film come un ponte tra l’esperienza intima e collettiva di un popolo devastato e gli spettatori che ne diventeranno testimoni. Un movimento per pensare insieme l’impensabile. Per interrogare, cercare, riconsiderare la nostra umanità, quella che stiamo perdendo, quella di cui dobbiamo riappropriarci. Per restare vivi, tanto laggiù quanto qui»

“Teatro degli orrori”
che si disvela atrocemente sotto lo sguardo del pubblico più sensibile, Who is Still Alive si avvale pertanto di un meccanismo rappresentativo che con quelle linee bianche tracciate sul pavimento, per alludere ai luoghi della striscia di Gaza abbandonati e/o distrutti, può tranquillamente ricordare le scelte formali adottate da Lars von Trier nel seminale, rivoluzionario Dogville e nel successivo (nonché meno incisivo, a parer nostro) Manderlay; senza dimenticare, volendo, un'analoga rappresentazione simbolica e cartografica del Cile, attuata con maturità da Patricio Guzmán nel film La memoria dell'acqua (la cui recensione è presente su Gothic Network a firma Livia Bidoli al link), altro manifesto non a caso della volontà di resistere all'oblio del mondo attraverso la testimonianza di massacri più o meno vicini nel tempo.

In tale cornice e con intento velatamente catartico il regista elvetico ha chiesto ai propri ospiti palestinesi di raccontare le loro storie, intrise di violenza e soprusi, con sullo sfondo famiglie annientate e luoghi un tempo cari, ridotti dai sionisti a cumuli di macerie e di cadaveri, che si teme d'aver lasciato per sempre. Continuare a vivere in esilio? Sperare un giorno di ricostruire qualcosa, laggiù? All'ombra di una desolazione senza pari, il comune denominatore delle varie testimonianze sembrerebbe essere, accanto al trauma profondo della perdita, quell'ansia costante mista a irrazionali sensi di colpa, per essere sopravvissuti ai propri cari trucidati dagli israeliani e trovarsi ora distanti dai superstiti, che ancora lottano per la sopravvivenza nei territori palestinesi sotto costante attacco.

Accorta è stata anche, da parte di Nicolas Wadimoff,  la scelta delle voci più rappresentative, nel senso che in Who is Still Alive a raccontarsi al pubblico sono persone di generazioni diverse, di differenti classi sociali, tutte provenienti dai territori occupati ma non dalla stessa area, con un background personale che può spaziare dalle attività sociali alla musica, al cinema e a tanto altro ancora. Il suono del qanun (o kanun), strumento a corde della tradizione classica araba portato in salvo con enorme difficoltà da uno dei protagonisti, diventa così la colonna sonora di un'elegia triste, che fa appello alla coscienza di ognuno e inchioda i colpevoli dei massacri alle loro pesantissime responsabilità.

Pubblicato in: 
GN44 Anno XVII 15 settembre 2025
Scheda
Titolo completo: 

Biennale di Venezia 82
Giornate degli Autori

Eventi Speciali 2025
QUI VIT ENCORE
WHO IS STILL ALIVE
Nicolas Wadimoff
Svizzera, 2025, 113', colore
Sceneggiatura: Nicolas Wadimoff

fotografia
Leandro Monti
Camille Cottagnoud
montaggio
Jean Reusser

musica
Dom La Nena
suono
Carlos Ibanes Diaz
Vuk Vukmanovic
Niels Barletta

con
Jawdat Khoudary
Mahmoud Jouda
Adel Altaweel
Haneen Harara
Malak Khadra
Hana Eleiwa
Feras Elshrafi
Eman Shannan
Ghada Alabadla

produzione
Akka Films
co-produzioni
Easy Riders Films
Philistine Films
RTS Radio Television Suisse
SRG SSR
produttori
Ketsia Stocker
Nicolas Wadimoff
co-produttori
Nadia Turincev
Omar El Kadi
Ossama Bawardi
May Jabareen

Filmografia parziale di Nicolas Wadimoff

2025 Qui vit encore (doc)
2025 Unrwa, 75 ans d’une histoire provisoire
(doc, diretto con Lyana Saleh)
2018 L’Apollon de Gaza (doc)
2016 Jean Ziegler, l’optimisme de la volonté (doc)
2014 Spartiates (doc)
2012 Opération libertad
2010 Aisheen (doc)
2005 L’accord (doc, diretto con Béatrice Guelpa)
2000 Mondialito
1997 Clandestins (diretto con Denis Chouinard)
1992 Les Gants d’Or d’Akka (mm)
1991 Le bol (cm)