- Articolo di:Giulio Migliorini
‘Dite: non foste mai convalescente/ in un aprile un po’ velato? È vero/ che nulla al mondo, nulla è più soave?’ recitava ‘La passeggiata’ di Gabriele d’Annunzio, ed anche me quest’opera singolare ha beneficato. Pelléas et Mélisande, dramma lirico in cinque atti e dodici quadri di Claude Debussy su libretto di Maurice Maeterlinck, rappresentato la prima volta il 30 aprile 1902 all’Opéra-Comique di Parigi, va in scena tra il 22 aprile e il 9 maggio 2026 al Teatro alla Scala di Milano per sei rappresentazioni. Assisto alla seconda, domenica 26 aprile alle ore 14:30. L’Orchestra della Scala è diretta da Maxime Pascal, la regia è di Romeo Castellucci.
Bregenzer Festspiele 2025. Una grande festa gotica
Al Bregenzer Festspiele 2025, sul lago, è stata messa in scena l'opera per eccellenza del romanticismo tedesco: Der Freischütz di Carl Maria von Weber, con il libretto di Johann Friedrich Kind, che vide la sua premiere assoluta a Berlino nella Schauspielhaus il 18 giugno 1821. In questo nuovo allestimento di Philipp Stölzl con i dialoghi di Jan Dvořák e la musica aggiuntiva di Ingo Ludwig Frenzel, ci si trova in una gothic story medievale, affascinante come una favola antica. Dal 17 luglio fino al 17 agosto sul Lago di Costanza a Bregenz.
La prima grande opera romantica tedesca, Der Freischütz ebbe non solo un successo immediato e clamoroso in Germania ma in tutta Europa, tanto che Berlioz lo tradusse in Robin des bois con l'adattamento di Castile-Blaze e la prima all'Odéon di Parigi nel 1824.
Il Franco cacciatore in italiano, si radica sul folclore tedesco delle leggende tratte dalla lettura da parte di Weber del Gespensterbuch di Johann August Apel e Friedrich Laun, irrorandola di magia e demonologia, con la figura pregnante del diabolico cacciatore “nero” Samiel, che vediamo agitarsi sul palco fin dall'attacco del baton di Christoph Altstaedt della famosa ouverture trascinante, che configura i due temi musicali e narrativi della lotta tra bene e male, che riconosciamo e riconduciamo alla scena finale dell'atto II della fusione della pallottola da parte di Kaspar (il primo cacciatore) e quello dello slancio d'amore di Agathe verso Max (il secondo cacciatore) quando lo vede arrivare (Atto II scena 8). Tra questi due temi precipui il risveglio della natura – caratteristica portata dal romanticismo alla sua più alta epsressione – si rileva invece nelle note più limpide.
Sul palcoscenico, l'attorialità snella, veloce e demoniaca, unita ai rutilanti gesti di un brillantissimo Moritz von Treuenfels (Samiel) ci rende chiaro che siamo già finiti nella “Gola del lupo” (Wolfsschlucht). Moritz von Treuenfels è prima un diabolico prete, con un cappello nero a tese larghe medioevale, che si scoprirà diavolo: assimilabile al Madiel de L'Angelo di Fuoco di Sergej Prokof'ev, che tormenta Renata, qui invece si impossessa di Max attraverso Kaspar, già ai suoi ordini da anni. Un patto faustiano che condanna quest'ultimo a trovare nuove vittime per Samiel.
La voce di Agathe risplende fin dall'inizio con la sua innocenza, lo straordinaria soprabo tedesco Irina Simmes fa così il suo debutto a Bregenz, la cui voce ricca fa il paio con la sua intensità drammatica, propriamente commovente, come nella fede nella riuscita dell'amato Max.
La meravigliosa e trionfale entrata del Coro di cacciatori (Marcia dei contadini) “Viktoria!Viktoria!”, con i due cori, il Bregenzer Festspielchor diretto da Benjamin Lack
ed il Prager Philharmonischer Chor diretto da Lukáš Kozubík evidenziano quanto sia importante caratura del coro insieme a quella dei cantanti come dell'orchestra della Wiener Symphoniker, diretta egregiamente da Christoph Altstaedt, in stato di grazia e dalla sicurezza irremovibile oltreché entusiasmante all'ascolto dall'inizio alla fine.
La scena che osserviamo sul palcoscenico si svolge in un bosco della Boemia nel XVII secolo, da libretto, e l'oscurità viene illuminata da una luce inquietante– luci a cura di Philipp Stölzl insieme a Florian Schmitt - sulla Gola del lupo, una caverna ad imbuto che possiamo immaginare come ritratta dalla litografia di Carl Lieber (1781-1861) dal bozzetto scenico di Holdermann per la ripresa a Weimar del 1822.
La scena della disperazione di Agathe: ha un incubo prima che Max vada nella Gola del lupo convinto di farsi aiutare da Kaspar con una pallottola stregata. Max è infatti il promesso sposo di Agathe ma bisogna che vinca la gara di caccia per aspirare alla sua mano, come predetto dal principe Ottokar - il lodevole ed affascinante baritono austriaco Liviu Holender. Kuno, è il basso-baritono tedesco Raimund Nolte, padre di Aagathe che interpreta la guardia forestale del principe, da cui risulta personalità, grande presenza attoriale e voce equilibrata.
La figura di Ännchen, una parente di Agathe che le fa da compagnia e supporto come una damigella, è qui rappresentata dalla personalità e dalla voce seducente del soprano Katharina Ruckgaber: solare e superficiale rispetto ad Agathe, la rassicura quando ha il presagio funesto con un quadro che le cade in testa dalla parete, ferendola. Scena clou in questo caso quella delle mani sporche di sangue delle due fanciulle, dove Agathe risulta disperata.
La sfiducia di Max nelle sue capacità, è quindi il motivo per cui accetta la proposta di Kaspar, la cupa voce del basso Oliver Zwang - professore di Canto all'Università di Graz, tra l'altro -, che lo irretisce e convince ad usare una pallottola stregata che gli verrà consegnata nel luogo della tregenda appunto: la Gola del lupo. Kaspar, servitore di Samiel, demonio ironico e sadico sempre vestito di rosso, vuole scambiare la sua anima – condannata dal patto con quest'ultimo in scadenza – con quella di Max, facendogli colpire l'amata Agathe. La scena dell'evocazione di Samiel è arricchhita dagli zombie che passano tra il pubblico per spaventarli. “Umsonst ist der Tod!” (“Gratuita è solo la morte!”): la terribilità del grido di Kaspar risuona potente e evidenzia con chi sta stringendo un patto Max, che verrà salvato dalla corona d'argento che porta Agathe e la pallottola virerà su Kaspar ponendo fine alla maledizione. L'intervento salvifico e autorevole dell'Eremita, il basso monachense Frederic Jost che sembra veramente poter salvare Max anche solo con la sua presenza, è dotato di una voce che rassicura finalmente tutti.
Finale felice per tutti quindi, nonchè ironico, con l'arrivo del ghignante diavoletto Samiel che, con una riscossa finale, si ripresenta sul palco ad assicurare che lui continuerà a regnare indisturbato nella Gola del Lupo ed in altre tenebrose caverne per sedurre altri cacciatori e le loro anime.
Abbiamo seguito, per una tempesta sul Lago di Costanza, l'opera nella meravigliosa Festspielhaus del festival ed abbiamo goduto degli effetti speciali in mezzo al pubblico, tra cui zombie e attori e cantanti che ci si avvicinavano nel buio facendoci rabbrividire: senza lago ma un'atmosfera da vera festa gotica!
Grandiosa rappresentazione gotica di intenso valore orchestrale, di voci, di Coro, che fa capire anche quanto possa aver influenzato Wagner, soprattutto nelle sue opere romantiche (pensiamo ai Cantori in particolare per i Cori) e poi per lo sviluppo del concetto di leitmotiv. La scrittura di Weber, così impreziosita dagli impasti timbrici, dimostra come la scenografia sonora sarà tratto dominante nel futuro sviluppo della musica tedesca ed il meraviglioso Coro finale lo reitera sciogliendosi negli applausi scroscianti per tutte le parti.



