- Articolo di:Giulio Migliorini
In piazza Castello a Torino, il Teatro Regio (opera ultima del grande architetto Carlo Mollino) è celato dietro un paramento murario storico che fronteggia il Castello del Valentino, la svettante superba chiesa di san Lorenzo, i verdi tigli del parco. Al Regio è andata in scena per sei recite dal 31 marzo al 12 aprile Dialogues des Carmélites, Opera in tre atti e dodici quadri di Francis Poulenc (i dialoghi sono di Georges Bernanos, e traggono spunto da una novella di Gertrud von Le Fort, die Letzte am Schafott, L’ultima al patibolo, del 1931. La prima esecuzione in italiano avvenne al Teatro alla Scala di Milano il 26 gennaio 1957, mentre quella in francese si tenne all’Opéra di Parigi il 21 giugno dello stesso anno), con la regia di Robert Carsen ripresa da Christophe Gayral, l’Orchestra del Teatro Regio di Torino diretta da Yves Abel. Ho assistito all’ultima recita, il 12 aprile alle ore 15:00.
Cloud Gate Dance Theatre. Il mandala concentrico dell'infinito
L’unica compagnia di danza contemporanea in lingua cinese, la Cloud Gate Dance Theatre of Taiwan, si è presentata per la prima italiana il 22 e 23 giugno 2010 nel magnifico scenario di Villa Adriana a Tivoli per la quarta edizione del festival prodotto dalla Fondazione Musica per Roma ed il contributo della Regione Lazio con Songs of the Wanderers. Sabbia che scivola sul capo del Maestro e coreografo Lin Hwai-min: la luce giallognola della villa che si espande negli spruzzi di sabbia ci avviluppa, e la fissità del maestro ci guida dentro i sentieri tortuosi dei wanderers, dei viandanti della ricerca interiore.
Scivolano chicchi di riso su un fantasma di luce, le mani a forma di preghiera ed il capo rivolto al pubblico: Lin Hwai-min comunica colla stessa sua presenza l’occhio cui rivolgerci, perché le figurazioni dei dodici danzatori potranno liberarci di noi, quel noi occidentale e duale che divide la materia dallo spirito, soltanto attraverso uno sguardo verso l’interno. Guardare i viandanti che si muovono lenti per percorsi accidentati, che lottano contro sé stessi e si dibattono su un terreno tanto morbido quanto la sabbia, che agitano i bastoni come a indicare vie imperscrutabili, è già dentro il rituale che ci mostrano.
Tutta la performance sarà una catarsi che non farà che far diventare il tempo un accrocco occidentale e lo ridimensionerà nella sua durata: a fare attenzione si accorcerà, direttamente e proporzionalmente in rapporto alla lentezza delle flessuose movenze dei danzatori. Le flagellazioni con i rami d’ulivo verde scuro, e la stella che formeranno poi, sono costruzioni per la mente di chi osserva, ed il colore giallo della sabbia rimanda alle luci con cui si adorna la villa dove Adriano riposava, s’acquietava, come mi sentivo io ed il pubblico dopo le danze sufi ed il fuoco, i suoi cinque elementi che chiamavano finalmente alla costruzione del mandala.
Cerchi concentrici delineati con piccole variazioni nel percorso da colui che durante tutto lo spettacolo ha spazzato la sabbia, per erigere dall’inizio il suo spazio energetico, per poi condividerlo con tutti. La spirale si allarga giro dopo giro in un ritmo che suona d’infinito, un nastro di Moebius a forma di cerchio e sempre percorribile in un senso oppure nell’altro. Il mandala (dal sanscrito – letteralmente “cerchio”) è l’energia che si trattiene solo per un istante, solo durante la sua costruzione, la meta è la “costruzione”, la meta è il viaggio, come insegnava Jung dopo averlo appreso da quel saggio Oriente che non suddivide il corpo dall’anima, come pure i Greci. Ora le campane tibetane risuonano a festa e l’energia dell’universo riprende a scorrere, con più levità, senza essere recintata dal tempo e dallo spazio.



