Cremona Teatro Ponchielli. Don Quichotte, il mulino a vento della psicanalisi

Articolo di: 
Giulio Migliorini
Don Quichotte

Al Teatro Ponchielli di Cremona l’ultimo titolo in cartellone per la Stagione Lirica 2025-26 è stato Don Quichotte, opera in cinque atti di Jules Massenet su libretto di Henri Cain, che ha avuto la sua première il 19 febbraio 1910 al Grand Théâtre di Monte Carlo. Il libretto si basa sul capolavoro di Miguel de Cervantes ma anche sulla pièce teatrale di Jacques de Lorrain (Le Chevalier de la Longue-Figure), dove il personaggio di Dulcinée, che non compare mai fisicamente nel grande romanzo, ha invece un ruolo di primo piano. Al Teatro Ponchielli le due serate del 23 e 25 gennaio scorse, sono state dedicate all'opera di Massenet con la regia di Kristian Frédric e sul podio Jacopo Brusa ha diretto l'Orchestra I Pomeriggi Musicali.

Nel primo atto don Quichotte entra in un paese spagnolo assieme allo scudiero Sancho, canta una serenata alla bella Dulcinée, civettuola e maliziosa bellezza locale, inizia un duello, promette alla donna di portarle una collana rubata dai banditi. Nei due atti successivi l’Eroe, seguito dal fido staffiere, si batte con i mulini a vento e grazie alla sua eloquenza riceve la collana dalle mani del capo dei banditi. Nel quarto atto l’Hidalgo porta la collana alla donna, e le chiede di sposarlo, ma lei rifiuta per amore della libertà. Don Quichotte se ne rattrista, e Sancho rimprovera chi canzona il suo Cavaliere, ‘che parla di ecloghe, di amore e di bontà’. Nel quinto atto don Quichotte muore, appesantito dagli anni, dalla nostalgia, dal rifiuto di Dulcinée, ma prima di spirare dona al fido scudiero l’isola promessa: quella dei Sogni. 

Nello spettacolo messo in cartellone da OperaLombardia, la storia è trasposta all’interno di una casa di riposo, dove passa il tempo un signore di settant’anni (circa l’età che aveva Massenet quando compose l’opera), che ‘si perde nei propri labirinti interiori’ come scrive Kristian Frédric. Dulcinée è la dottoressa che visita l’uomo con lo stetoscopio, Sancho è un infermiere amabile, un discreto ‘fratello d’anima’ che sa vedere oltre le apparenze. Gli spasimanti della dottoressa, Rodriguez e Juan, lavorano nella struttura, sono più fortunati del protagonista ma restano sempre superficiali, non vanno oltre le carezze ed i fiori. Lo spazio reale della casa ad un certo punto si trasforma in quello della mente dell’uomo - dove ‘i confini si sciolgono’-, il moderno don Quichotte che raccoglie i ricordi della sua infanzia, cammina sui prati nell’aurora e sulle scoscese montagne dei banditi alla sera. Una trasformazione speculare avviene alla fine, quando le scene e i costumi riprendono lentamente ma non del tutto le sembianze della realtà.

La regia di Kristian Frédric è molto curata e dialoga perfettamente con i tempi della musica e del dramma, racconta veramente qualcosa di nuovo. All’inizio dell’opera si sente la voce di una psichiatra, che racconta la storia di un uomo, Picchio, il quale ha una strana malattia: ricorda le fiabe. Sul proscenio un ragazzino in pigiama azzurro legge un libro cartonato, dalla rossa copertina accattivante che presenta la figura di don Quichotte, alla luce di una lampada da comodino. Anche il protagonista dell’opera, vestito allo stesso modo, si avvicina e legge.
La voce della psichiatra torna all’apertura del secondo atto, parla di del paziente che ‘parte spesso per viaggi, e[…] Lo si accompagna affinché non sia solo laggiù’. Altre note psichiatriche precedono il quinto atto: 'Sono passato da qui […] Non sono stato soltanto polvere […] Segnare il mondo con il proprio passaggio per non sparire del tutto’.

Il ragazzino compare più volte, anche con la madre lungo il corso della rappresentazione. Anche le parolette e i gridolini di un pargolo in sala sembrano cadere perfettamente a piombo in questo allestimento, non riesco a capire se siano state pensate, genialmente, o se fatalmente siano giunte alle nostre orecchie uscendo dall’ugola di un qualche giovane spettatore o spettatrice. 
Il carretto dei giochi, che compare nel terzo atto, contiene un piccolo mulino a vento. È rosso come il libro delle avventure di Don Quichotte, come il plaid che l’Hidalgo porta sulle spalle all’inizio e si trasfigura nel breve mantello dell’Eroe, come i palloncini che troviamo negli ultimi due atti dell’opera e che indicano la leggerezza dello spirito, i sogni e i desideri dei personaggi. 

L’orsacchiotto azzurro è ricordo dell’infanzia di un bambino, compare spesso, e con prepotenza  alla fine, sotto forma di un enorme gonfiabile. Nel primo atto il protagonista lo tiene tra le mani quando si fa buio. Nella notte del terzo atto poi, un lettino con l'orsetto dormente si innalza nell’aria dei sogni, con una lucina che pende da un arco. L’orsetto è il rifugio dell’uomo sconfitto dal mondo, l’amico a cui stare accanto per guardare il proprio cuore. L’altro oggetto azzurro è la collana di Dulcinée, ‘les trente perles fines’, che scende dall'alto, molto grande, quasi come in un’opera di Claes Oldenburg, nel terzo atto, restituita dai banditi. 

Il rosa è l’altro colore chiave, è il colore delle vesti della Dottoressa, all’inizio abiti da lavoro, poi eleganti gonne e corpetti, e si accende fino alle tonalità del magenta e del porpora. Il rosa è il colore femminile. Anche la torta nuziale che arriva in scena assieme all’Hidalgo nel quarto atto, snella e fuori asse, coronata da un mulino a vento, è tutta rosa, bubblegum pink, ornata di perle e dolciumi, aspirazione di un’anima semplice che pensa all’amore. 

Le sedie azzurre nell’atto onirico dei banditi, con traverse curve, di tipo bistrot, con schienale a croce, sono anch’esse, come la collana e il libro, di molto fuori scala. Sembrano quasi architetture moresche, così grandi da far tornare bambino chi vi si avvicina. 

Il tema dei mulini a vento, annunciato fin dalla prima scena con i tre ventilatori montati su una trave, è centrale nel secondo atto, dove accanto al letto del protagonista malato si trova un ventilatore a piantana. Ad un tratto, con mistero, “Regarde!” Fa segno l’Hidalgo al suo scudiero: nella sua mente sono comparsi i giganti da sfidare, don Quichotte esclama: ”Faîtes-nous place, ou bien à la dague, à la lance, Je vous porte un défi, moi le Haut Chevalier!”. Con un colapasta d’acciaio in testa, una interminabile vestaglia viola - colore di regalità e mistero - bellissima, con le spalle tutte a pieghe geometriche, l’Eroe impugna la lancia dell’asta portaflebo, l’elegante e intagliato bastone-spada, e spinto a rotta di collo dall’infermiere che fa correre il letto in tutte le direzioni, si avventa contro i mulini impalpabili che vertiginosamente gli si fanno vicini, sembrano vibrare le pale come braccia di giganti mostruosi, in un effetto caleidoscopico di optical art, ottenuto dalla sovrapposizione di video di pale eoliche in bianco e nero. 

Le scene sono sapientemente ideate da Marilène Bastien, ricche di sorprese, racchiudono la vicenda in un mondo dalle tinte morbide, sospese tra la realtà e il sogno. Lo spazio del primo atto ritrae la sala della casa di riposo, dove ai tavoli rotondi sono seduti gli ospiti: chi parla, chi grida, chi gioca a carte. Nel secondo atto il fondo della scena è celato da una cortina trasparente che attraversa il palcoscenico, e sul davanti c’è il letto di don Quichotte. Il terzo atto è quello tardo crepuscolare. Siamo nel cuore della storia, seguiamo la mente del protagonista, gli abiti sono surreali e gli oggetti dilatati, solo il pianoforte dice che siamo in sala, mentre nella scena cerebrale si vede il covo dei banditi. Il quarto atto è un trionfo di sole e luce. Qui siamo nel cuore di una festa alla casa di riposo. Si vede anche una tavola tonda sulla destra, con una grande piramide di mele e scintillante frutta finta, che parla di un desiderio irraggiungibile. Il quinto atto è simile al secondo. Legato alla testiera del letto del Cavaliere, un palloncino rosso, teso nell'aria come l'anima verso l'infinito. Ci sono anche altri malati, nel letto a sinistra dell'eroe, un cavallino giocattolo a ruote, mentre a destra, nell’altro letto, una piccola Barbie: È la fine per la cavalleria, per i destrieri e per le dame.  

I video di Antoine Belot sono ricchi di fantasia e perfettamente legati alle scene, con effetti impressionanti. La vista della campagna con alberi al primo atto ha il sapore di un’opera di René Magritte, come il cielo che nel quarto atto si scorge tra le tende verdi, spazio etereo in cui brillano nimbi spumosi dai colori vividi e cangianti nel sole. All’arrivo dell’Hidalgo che pensa alle nozze, il fondale azzurro come un ghiaccio cade a pezzi come il cristallo e lascia posto al nero dello sconforto, infranto come i sogni. I video della notte, con la giostrina a cavalli, con le stelle infuocate e palpitanti, con il blu e l’azzurro cangianti talora in porpora e rosa, sono affascinanti. 
Le luci pensose e morbide dello spettacolo, di Rick Martin, velano le tinte cangianti degli oggetti brillanti o nascosti, e il gioco scenico dei personaggi, gli ambienti visionari, ricevono dal contrappunto di questa illuminazione un’anima profonda ed essenziale.

I costumi di Margherita Platè sono sorprendenti e molto ben curati. L’azzurro e il viola del protagonista, il rosa di Dulcinée, sono accostati al nero di Sancho, che veste negli atti centrali dell’opera un bellissimo frac con cilindro, con le code arricciate e foderate di chiffon. Nell’ultimo atto la figura del palafreniere è inquietante nella marsina dalle cui braccia pendono due fisarmoniche di stoffa nera, rastremate, propaggini bellissime dei sogni, memori di imprese oniriche segrete. Ma tutti i costumi sono ricercati, e vi si intravedono i lacerti del passato cavalleresco innestati sul mondo di oggi: giubbe di cuoio, bracciali, cosciali e schinieri di armature scintillanti vanno assieme a completi di tessuto nero, anche con maniche a palloncino. 

I personaggi sono cantati molto bene e la recitazione è notevole. Il protagonista Nicola Ulivieri ci regala il ritratto di un signore che si affaccia sulla vecchiaia con il sorriso che gli viene dall’infanzia. La voce è pastosa e imponente, molto intonata, sonora e bella. Don Quichotte cammina incerto, qualche volta cade, è spinto sulla sedia a rotelle da Sancho. La sua serenata ‘Quand apparaissent les étoiles’ è efficace nell’accento e nell’interpretazione. Nel terzo atto la sua preghiera è declinata in ginocchio, sul tappeto sonoro creato dell’organo. Il 'Je suis le chevalier errant' detto ai banditi è un pezzo alto e malinconico, dove le parole sono nobili e luminose. La tristezza davanti al rifiuto della donna amata, al quarto atto, è raccolta in un sorriso di circostanza. Al quinto atto l’Hidalgo canta 'j'ai fait la bonne guerre!' si alza in ginocchio nel letto, cade coricato. Pensando a Dulcinée 'Qui m’attends’, don Quichotte muore. È commovente vedere allora il fanciullo che viene avanti e slega il palloncino rosso che vola nell’aria. 
Il baritono Giorgio Caoduro canta e recita un Sancho straordinario, grazie alla voce sonora e fuori del comune, di grande volume, al grande talento espressivo e alla profonda umanità. Nel secondo atto l’infermiere abbevera il suo Malato, ne deterge con pezzuole umide i piedi, le mani, il costato, come a pulire le stigmate a Gesù (dirà più avanti ‘comme autrefois Jésus!’ riferendosi alla sua bontà), e lo pettina. Al quarto atto è straziante il rimbrotto del baritono alla folla: ‘Riez, allez, riez du pauvre idéologue’, così ricco nella cavata, così giusto, così vario negli accenti. 'Viens mon grand!’, accompagnato dall’arpa, ha una bellezza di poema cavalleresco, indimenticabile. Del pari commovente ‘O mon maître, ô mon Grand!’ Che apre il quinto atto.  

Seduce anche la cuprea bellezza della voce di questa Dulcinée, il mezzosoprano Chiara Tirotta, avvenente nella figura ed espressiva nella recitazione, che dalla malia leggera del primo atto passa allo stupore dolente del quarto. La scanzonata ‘Quand la femme a vingt ans’ e la malinconica ‘Lorsque le temps d'amour a fui’ trovano nella sua voce gli accenti giusti e il personaggio è scolpito a tutto tondo. Efficaci, tonanti ed espressivi i tenori Roberto Covatta nei panni di Rodriguez e Raffaele Feo in quelli di Juan. Belle le voci di Marta Leung e di Erica Zulikha Benato nei ruoli di Pedro e di Garcias.

Il Coro OperaLombardia, guidato dall’ottimo Diego Maccagnola, è impegnato nel primo, terzo e quarto atto al ritmo rapinoso dell’orchestra, i primi ‘Alza! Alza! Olé!’ sono intonati e perfettamente a fuoco, allo stesso modo dei motti grotteschi dei banditi, neri sul fondale magenta del terzo atto. ‘L'aube bientôt blanchira l’horizon!’ cantano al quarto atto gli ospiti della casa di riposo, nei vestiti di porpora, con maschere di fanciulli e fanciulle, e sembra di vedere davvero la luce del sole. 

L’Orchestra I Pomeriggi Musicali è diretta da Jacopo Brusa, giovane maestro di grande preparazione e talento, dal gesto elegante, preciso e raccolto. Gli strumentisti stendono i colori di un affascinante acquerello sulla vicenda, rendendo tangibile questo ‘ammiccante esotismo spagnolo’ di Massenet. All’inizio dell’opera si ascolta la melodia dell’interludio del quinto atto, - secondo l’intuizione di Georges Prêtre che diresse l’opera alla Fenice nel 1982 - la quale illumina la continuità tra l’inizio e la fine della vita. Il suonatore di ukulele-arpa, di grande bravura, che si esibisce nel quarto atto, è il Maestro Giovanni Albini.  

Al termine, applausi per tutti gli interpreti, in particolare per i protagonisti, il direttore d’orchestra e il regista. Uscendo, il modellino in legno di un piccolo mulino a vento ci saluta come dimenticato sul bordo della ribalta, mentre dall'alto ci guarda il palloncino volante, trattenuto dall’arco scenico, rosso come il carretto dei giochi, come la nostra infanzia sempre accarezzata in segreto.

Pubblicato in: 
GN14 Anno XVIII 2 febbraio 2026
Scheda
Titolo completo: 

Teatro Amilcare Pinchielli di Cremona
venerdì 23 gennaio 2026 ore 20:00
domenica 25 gennaio 2026 ore 16:00

DON QUICHOTTE

Comédie-héroïque in cinque atti.
Musica di Jules Massenet.
Libretto di Henri Caïn da Le Lorrain.
Prima rappresentazione: Monte Carlo, Grand Théâtre, 19 febbraio 1910.

Personaggi e Interpreti

Don Quichotte Nicola Ulivieri
Sancho Giorgio Caoduro
La belle Dulcinée Chiara Tirotta
Juan Raffaele Feo
Rodriguez Roberto Covatta
Pedro Marta Leung
Garcias Erica Zulikha Benato

direttore Jacopo Brusa
regia Kristian Frédric

scene Marilène Bastien
costumi Margherita Platé
luci Rick Martin
video Antoine Belot
assistente regia Richard Rittelmann

maestro del coro Diego Maccagnola
Coro OperaLombardia
Orchestra I Pomeriggi Musicali

nuovo allestimento
Coproduzione Teatri di OperaLombardia