- Articolo di:Daniela Puggioni
Il Quartetto di Cremona è un ospite abituale e molto amato dai frequentatori dei concerti della IUC-Istituzione Universitaria dei Concerti, che dal 2011, anno del suo primo concerto, ha proposto esecuzioni integrali ma anche esplorazioni musicali inconsuete. Nel concerto dello scorso sabato 9 maggio ha presentato un intrigante programma insieme a Pablo Barragán, famoso clarinettista di notevole virtuosismo.
El Jockey. Il gioco senza limite
Prima ci fu L'Angelo del crimine per Luis Ortega, ed ora El Jockey: un'altra entità fuori dei limiti del pensabile, e dell'umano. Presentato alla Biennale di Venezia 81° l'anno scorso, è distribuito ora da Lucky Red in uscita il 17 luglio prossimo.
Lo stesso fascino, un ipnotismo che traspare dalle immagini dettagliate, i primi piani sugli occhi del protagonista argentino Nahuel Pérez Biscayart con un occhio fisso a spillo; su un fondale sonico che va da Piazzolla a Gardel fino al Lacrimosa del Requiem di Mozart. Il tutto è a cura di Sune Wagner, compositore e produttore danese di gruppi come Raveonettes.
El Jockey è un fantino di nome Remo Manfredini che vince tutto quando non ha incidenti mortali: fidanzato con la fantina Abril, la seducente attrice spagnola Úrsula Corberó, da cui attende un figlio, Remo è dipendente financo dal ketanolo che danno ai cavalli, oltreché dall'alcool e dalle droghe correnti.
Con un berretto bianco ed una stella nera in centro, simbolo massonico dell'uomo nel suo percorso di elevazione, è destinato a "morire per rinascere", come gli predice Abril, senza sapere che cosa veramente significhi.
I dettagli, nel film, sono il vero percorso per riuscire a dare una spiegazione a questa pellicola così particolare: dall'asso di bastoni del nuovo inizio della tradizione napoletana al nome del cavallo giapponese Mishima.
Un film che si può agevolmente dividere in una prima e in una seconda parte: la seconda è quasi soprannaturale, labirintica, ci mostra una città in delirio quanto il nostro protagonista, un Biscayart in stato di grazia, irriconoscibile rispetto ad altri film e che ci auguriamo di rivedere presto in altre pellicole.
L'unica pecca ci è sembrata un calcare il dito su uno dei temi in voga, che forse poteva essere spiegato in maniera più efficace e meno ovvia. Per il resto, un capolavoro, come il primo film di Ortega.
PS: Riassumendo il film in una doppia battuta, quella che si ripete, come refrain è: "No sé", il "non so" dell'omertà delle dittature sudamericane dell'epoca; l'altro è quello che dice una ragazza down mentre attende di abortire: "La vida es perfecta". Crediamo che debba fare come Abril (nel nome un sunto di primavera): scappare e crederci.



