- Articolo di:Giulio Migliorini
A Bergamo, nella seconda parte del mese di novembre, ha luogo il prestigioso Festival Donizetti, con la rappresentazione di alcune opere ogni anno, accanto al recupero di pezzi musicali sconosciuti, in diverse sedi. In questo caso si trattava de Il Campanello e di Deux hommes et une femme, il 15 novembre scorso con il baton di Enrico Pagano e la regia di Stefania Bonfadelli. Il turista che vuol godere della buona gastronomia non manca di servirsi nei numerosi negozi e alle bancarelle, che si trovano tanto nella città alta quanto al mercatino di Natale nei pressi della Stazione. Il turista che vuol poi coniugare tali prelibati incontri con la “Luce di quest’anima”, intesa come godimento dell’anima, si reca a teatro e tende le orecchie, si mette ad ascoltare, cerca di comprendere, di entrare nelle storie che vengono messe in scena.
El Jockey. Il gioco senza limite
Prima ci fu L'Angelo del crimine per Luis Ortega, ed ora El Jockey: un'altra entità fuori dei limiti del pensabile, e dell'umano. Presentato alla Biennale di Venezia 81° l'anno scorso, è distribuito ora da Lucky Red in uscita il 17 luglio prossimo.
Lo stesso fascino, un ipnotismo che traspare dalle immagini dettagliate, i primi piani sugli occhi del protagonista argentino Nahuel Pérez Biscayart con un occhio fisso a spillo; su un fondale sonico che va da Piazzolla a Gardel fino al Lacrimosa del Requiem di Mozart. Il tutto è a cura di Sune Wagner, compositore e produttore danese di gruppi come Raveonettes.
El Jockey è un fantino di nome Remo Manfredini che vince tutto quando non ha incidenti mortali: fidanzato con la fantina Abril, la seducente attrice spagnola Úrsula Corberó, da cui attende un figlio, Remo è dipendente financo dal ketanolo che danno ai cavalli, oltreché dall'alcool e dalle droghe correnti.
Con un berretto bianco ed una stella nera in centro, simbolo massonico dell'uomo nel suo percorso di elevazione, è destinato a "morire per rinascere", come gli predice Abril, senza sapere che cosa veramente significhi.
I dettagli, nel film, sono il vero percorso per riuscire a dare una spiegazione a questa pellicola così particolare: dall'asso di bastoni del nuovo inizio della tradizione napoletana al nome del cavallo giapponese Mishima.
Un film che si può agevolmente dividere in una prima e in una seconda parte: la seconda è quasi soprannaturale, labirintica, ci mostra una città in delirio quanto il nostro protagonista, un Biscayart in stato di grazia, irriconoscibile rispetto ad altri film e che ci auguriamo di rivedere presto in altre pellicole.
L'unica pecca ci è sembrata un calcare il dito su uno dei temi in voga, che forse poteva essere spiegato in maniera più efficace e meno ovvia. Per il resto, un capolavoro, come il primo film di Ortega.
PS: Riassumendo il film in una doppia battuta, quella che si ripete, come refrain è: "No sé", il "non so" dell'omertà delle dittature sudamericane dell'epoca; l'altro è quello che dice una ragazza down mentre attende di abortire: "La vida es perfecta". Crediamo che debba fare come Abril (nel nome un sunto di primavera): scappare e crederci.



