- Articolo di:Giulio Migliorini
A Bergamo, nella seconda parte del mese di novembre, ha luogo il prestigioso Festival Donizetti, con la rappresentazione di alcune opere ogni anno, accanto al recupero di pezzi musicali sconosciuti, in diverse sedi. In questo caso si trattava de Il Campanello e di Deux hommes et une femme, il 15 novembre scorso con il baton di Enrico Pagano e la regia di Stefania Bonfadelli. Il turista che vuol godere della buona gastronomia non manca di servirsi nei numerosi negozi e alle bancarelle, che si trovano tanto nella città alta quanto al mercatino di Natale nei pressi della Stazione. Il turista che vuol poi coniugare tali prelibati incontri con la “Luce di quest’anima”, intesa come godimento dell’anima, si reca a teatro e tende le orecchie, si mette ad ascoltare, cerca di comprendere, di entrare nelle storie che vengono messe in scena.
Festival Donizetti Opera 2025. Dalla Bottega al palco in dittico
A Bergamo, nella seconda parte del mese di novembre, ha luogo il prestigioso Festival Donizetti, con la rappresentazione di alcune opere ogni anno, accanto al recupero di pezzi musicali sconosciuti, in diverse sedi. In questo caso si trattava de Il Campanello e di Deux hommes et une femme, il 15 novembre scorso con il baton di Enrico Pagano e la regia di Stefania Bonfadelli. Il turista che vuol godere della buona gastronomia non manca di servirsi nei numerosi negozi e alle bancarelle, che si trovano tanto nella città alta quanto al mercatino di Natale nei pressi della Stazione. Il turista che vuol poi coniugare tali prelibati incontri con la “Luce di quest’anima”, intesa come godimento dell’anima, si reca a teatro e tende le orecchie, si mette ad ascoltare, cerca di comprendere, di entrare nelle storie che vengono messe in scena.
Sono arrivato a Bergamo in un terso pomeriggio d’autunno; dalla stazione dei treni si scorgeva in lontananza la sagoma della Città Alta con le cuspidi della Basilica di Santa Maria Maggiore. Città natale di Gaetano Donizetti, che vide la luce in una povera casa, come lui stesso ci scrive: “...la mia nascita fu più segreta però, poiché naqui, (sic) sotto terra in Borgo Canale. Scendevasi per una scala di cantina ov'ombra di luce non mai penetrò. E siccome gufo presi il mio volo…" (da una lettera di Gaetano Donizetti a Simone Mayr).
Il Teatro Sociale, luogo della rappresentazione recensita qui, si trova nella Città Alta, e si affaccia nascostamente sulla via Bartolomeo Colleoni. La sala presenta una caratteristica peculiare: il soffitto con le capriate a vista. Rispetto al più moderno Teatro Donizetti, forse eccessivamente restaurato, è questo il teatro di Bergamo che mi piace, e riflette la stoffa un po’ rustica, ma elegante e ricercata al tempo stesso, di questa città del nord della Lombardia, quasi sulle montagne. Il turista musicale che assiste ad un’opera comica o farsa di Donizetti, come in questo caso, è stupefatto da trovate melodiche elettrizzanti, e da situazioni affatto nuove e insolite, dettagli faceti e ammiccanti.
Spesso il livello esecutivo è alto. L’opera buffa Il campanello su libretto dello stesso Donizetti, che nella veste in cui ci viene presentata vide la luce nel 1837 a Napoli, è affiancata in questa produzione da un’opera comica su libretto di Gustave Vaëz (Deux hommes et une femme), che fu musicata dal bergamasco nel 1841 ma rappresentata a Parigi solo nel 1860 col titolo Rita ou le mari battu. La prima opera ha tre protagonisti principali, che sono un farmacista, Annibale Pistacchio, basso, la sua promessa sposa, Serafina, soprano, e il cugino di lei, nonché suo spasimante, respinto ma non rassegnato, Enrico. Accanto a loro troviamo Madama Rosa, la madre di Serafina, e Spiridione, il giovane di bottega di Annibale. Enrico, che non si è rassegnato, sotto vari travestimenti suona più volte il campanello di Annibale per chiedere medicine; il povero speziale è costretto ad ascoltarlo, e non riesce a consumare il matrimonio con Serafina. Alla mattina il farmacista deve partire per una questione di eredità, e lascia via libera ad Enrico, che non perderà tempo.
La seconda opera, Deux hommes et une femme, ha per protagonisti un marito, Pepé, tenore, un marito redivivo, Gasparo, baritono, e una albergatrice, Rita, soprano. Quest’ultima si sposa con Pepé, lo batte e lo sottomette. Il poveretto è stanco delle angherie della moglie. Arriva Gasparo che gli racconta come un tempo fosse lui a picchiare la moglie. Si scopre che la moglie era proprio Rita. I due se la giocano alla morra e poi alla paglia più lunga, ciascuno desidera perdere Rita e affibbiarla all’altro. Rita si accorge del vecchio marito, ma nasconde l’atto di matrimonio. Con uno stratagemma l’atto è ottenuto, e il primo marito parte tranquillo con il documento e l’intenzione di risposarsi. Pepé deve restare con Rita, ma è stato ammaestrato da Gasparo e non si farà più mettere i piedi in testa.
Bello l’allestimento delle due opere, con una scena bipartita di Serena Rocco, che vede sulla destra la farmacia, con servizio notturno, caratterizzata da luci verde menta, e sulla destra l’hotel Rita, con tre stelle ben in vista, e colori nei toni del giallo e del rosso. Accanto alla hall dell’albergo, con le poltroncine e il banco del concierge, troviamo la farmacia con i suoi caratteristici vasi erboristici. Nella parte alta c’è una terrazza da cui i personaggi assistono alla scena principale, sbirciano o danno vita a divertenti controscene. La rutilante regia è di Stefania Bonfadelli, che spiega nell’opuscolo di accompagnamento come queste due opere sembrino due facce di una stessa medaglia: infatti nella prima un marito parte, nella seconda un marito arriva e inoltre sono anche strettamente affini anche per la comicità che presentano: scevra da indagini psicologiche o momenti lacrimevoli. La regia lega i due atti unici usando anche una situazione divertente: alla fine del Campanello, Enrico si chiude nella farmacia con Serafina, e alla fine della serata ricompare esausto e implorante invano da lei una pausa. Caratteristici i travestimenti di Enrico, come damerino avvinazzato, poi come cantante d’opera che ricorda vagamente Pavarotti, e ancora come vegliardo con barba che elenca i malanni della moglie ed esige un medicamento elaboratissimo.
I personaggi sono accattivanti, e la recitazione è ottima. Le controscene con alcuni figuranti, ad esempio le signore che fanno conversazione nella hall dell’albergo, immergono l’azione nella metà del secolo scorso, e c’è anche un inquietante gorilla che fa la sua apparizione sulla terrazza, tanto nella prima quanto nella seconda opera. Questa bizzarra figura ha forse il compito di rappresentare ciò che ci sfugge e non riusciamo a controllare, essendo fuori dagli schemi la sua presenza surreale, una figura che mi ha destato il ricordo del gorilla di Stanlio e Ollio, che muoveva il ponte di assi sul precipizio nel divertente film Avventura a Vallechiara.
I personaggi della prima opera sono magnifici, e provengono quasi tutti dalla Bottega Donizetti, un laboratorio di perfezionamento per giovani cantanti lirici, dedicato al repertorio di Gaetano Donizetti e gestito dal Teatro Donizetti di Bergamo. L’eccezione riguarda il divertente Spiridione del tenore Giovanni Dragano.La Serafina di Lucrezia Tacchi ha una bella voce di pasta morbida, ben appoggiata ed emessa, una voce ideale per questa parte, così come l’avvenente figura dell’artista. Fantastici: da notare in particolare il duetto con Enrico, dove la ragazza mette tutta la civetteria dell’adolescenza nelle parole “Io v’amava sperando che il core”, e il finale con le parole “Da me lungi ancor vivendo” con l’amabile malinconia della melodia, sposata a parole che non sembrano sincere neanche da lontano. L’Annibale di Pierpaolo Martella è un interprete di classe e svecchia il personaggio delle gigionerie di certa tradizione, come si ascolta bene nell’aria “già parmi d’essere padre beato”; l’artista canta bene ed è intonato, la sua recitazione è ottima nelle vesti dello speziale, un professionista pieno di sé ma burlato e messo fuori gioco da un caparbio innamorato.
Splendidi gli interventi e le arie di Enrico, interpretato da Francesco Bossi, che ha una bella voce baritonale, piegata ora al francese del damerino, ora alla romanza del cantante, ora alla dettatura della complessa ricetta dell’anziano marito, eseguita rapida rapida e con perfetta dizione (che fa il paio con la cavatina di Dulcamara nell’Elisir): un momento entusiasmante, molto divertente ed autentico. Ottima anche la Madama Rosa di Eleonora de Prez, dalla voce non comune e dalla presenza ingombrante quanto può esserla solo quella di una suocera in casa.
I personaggi della seconda opera, cantata in francese, sono del pari strepitosi. Qui, accanto al veterano Alessandro Corbelli, baritono dal passato glorioso e interprete prestigioso di questo repertorio buffo donizettiano e rossiniano, agiscono due artisti perfezionatisi alla Bottega Donizetti, la viperina Rita di Cristina de Carolis e l’allegro Pepé di Cristóbal Campos Marín. Alessandro Corbelli canta meravigliosamente, interpreta con la lucidità del grande artista, recita benissimo, è totalmente a suo agio nel “dirle grosse”, per usare il tono di don Ramiro nella Cenerentola rossiniana, e nel farle credere, compito assai più arduo. Con la giacca scamosciata che ha, con le frange che sfarfallano spesso, è un playboy d’antica data, come ce ne sono in ogni paese, e impartisce lezioni da par suo al più giovane marito, in merito al modo di trattare una moglie, usando per esempio la frase che in italiano è resa con: “si può picchiar la moglie, non la si de’ accoppar”, eloquentissima.
Cristóbal Campos Marín ha una voce bellissima ed è intonatissimo, come ben si vede nell’aria “Tra la la la la la la la la…” (in italiano ”Allegro io son”), con le puntature all’acuto sempre azzeccate, che si fa ricordare per un pezzo. È una voce lirica, intrisa di gioia e di dolcezza, di semplicità e di naïveté, una voce che ci parla della giovinezza e che la mostra in ogni piega. Cristina de Carolis interpreta la parte di Rita con un mordente e una voce fuori dal comune, e fin dall’aria di sortita “De mon auberge ainsi”, dalla coloratura accattivante, domina assai bene la parte. Questa Rita è ben cantata ed interpretata, nei duetti e nel trio strappa-risate “Il est manchot”, il penultimo numero dell’opera.
Ottimo il coro dell’Accademia Teatro alla Scala, istruito dal Maestro Salvo Sgrò, che è impegnato solo nel Campanello e che apre con brio l’opera cantando “Evviva don Annibale”. Ottima l’orchestra Gli Originali, guidata con piglio e precisione, oltre che con grande trasporto e adesione alle linee vocali, dal Maestro Enrico Pagano.
Il teatro era al completo, gli spettatori hanno molto gradito e hanno dispensato calorosi applausi. Per inciso, nel palco accanto al proscenio dov’ero seduto, c’era anche un signore tedesco molto preso dallo spettacolo. Il pubblico, data l’importanza e la rarità del programma, si è radunato anche da lontano. Spesso mi capita di incontrare spettatori che vengono dall’estero: con la loro presenza sostengono e fanno perdurare la tradizione del belcanto italiano.



