Galleria Borghese. L’inquietante seduzione della Metamorfosi

Articolo di: 
Daniela Puggioni
Gian Lorenzo Bernini

A Roma, alla Galleria Borghese, la nuova mostra, Metamorfosi. Ovidio e le arti, è iniziata il 23 giugno e durerà fino al 20 settembre 2026. Il progetto espositivo è nato dalla collaborazione tra la Galleria Borghese e Rijksmuseum di Amsterdam, dove l’esposizione si è già svolta con grande successo. La mostra è curata da Francesca Cappelletti, direttrice della Galleria Borghese, e Frits Scholten. L’esposizione alla Galleria Borghese ha una forma autonoma e originale rispetto a quella olandese, frutto di un dialogo scientifico condiviso. Sono in mostra oltre 80 capolavori ispirati alle Metamorfosi di Ovidio, provenienti da prestigiosi musei e dalla Galleria Borghese.

Le Metamorfosi di Ovidio è uno dei testi che più ha ispirato la creatività degli artisti occidentali, la cui interpretazione è stata usata per spiegare i modi differenti in cui si manifestano i molteplici accadimenti del cosmo, della materia e della condizione umana. La scelta del tema della Metamorfosi di Ovidio, nelle intenzioni dei curatori, si propone di esplorare una visione del mondo fondata sul mutamento, sull’instabilità delle forme e sulla permeabilità dei confini tra umano, naturale e divino.

Una sfida per il visitatore, che può scegliere, se farsi attrarre solo dalla bellezza, che però è il più potente antidoto agli orrori, che ogni giorno subisce, o anche interrogarsi sulle diverse interpretazioni dei vari e inquietanti aspetti, che artisti di epoche diverse hanno messo in luce e proposto su questo tema. Una contrapposizione tra l’origine antica greco-romana dei miti, che non nascondeva i diversi e opposti esiti dei cambiamenti, ampiamente illustrati dal poema di Ovidio, e l’attuale situazione psicologica umana di terrore e paralisi dinnanzi ai mutamenti. 

Francesca Cappelletti, nel saggio del catalogo, presente nella cartella stampa, ha spiegato come la Galleria Borghese sia un luogo privilegiato per l’esposizione, fin dalla sua fondazione come Villa “fuori Porta Pinciana” per volere del cardinale Scipione Borghese, che fece edificare il Casino nobile per accogliere parte della propria collezione. La Cappelletti sottolinea come tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 il tema di Apollo e dell’Aurora sia ricorrente e, nel caso del cardinale Scipione con chiari intenti autocelebrativi come patrono delle arti, assumendo come simbolo Apollo circondato dalle Muse. Nel Settecento i restauri voluti da Marcantonio IV Borghese accrebbero questo intento e accentuando la presenza simbolica dei miti narrati nelle Metamorfosi di Ovidio. I restauri furono affidati ad Antonio Asprucci, che riorganizzò gli spazi ponendo le sculture al centro delle sale integrandole in un apparato decorativo ispirato alle Metamorfosi.

Il percorso espositivo parte dal Salone d’ingresso, con la Creazione del mondo, narrata dai versi iniziali del poema di Ovidio. Le opere degli artisti in mostra illustrano il passaggio dal caos all’ordine facendo della metamorfosi il principio originario che governa la natura e della vita.Tra le opere in mostra è significativo il Caos o Allegoria dei quattro Elementi di Louis Finson (1570/78-1617), i corpi sono le personificazioni di terra, acqua, aria e fuoco, la loro tensione nella lotta tra loro è la potente raffigurazione del caos che ha preceduto l’armonia della creazione, mentre l’incisione di Hendrick Goltzius (1558-1617) Ordine nel Caos o La creazione dei quatto elementi descrive l’affermazione della forma sul caos.

Nel Medioevo l’obiettivo di armonizzare Ovidio con la religione cristiana si concretizzò nell’Ovide moralisé, un poema composto in Francia nei primi decenni del XIV secolo, che proponeva una reinterpretazione dei racconti del poeta secondo la morale cristiana.
Il Paradiso terrestre di Herri met de Bles (1510 ca. -1566), in cui il racconto della Genesi si intreccia alla cosmologia antica, ne è una testimonianza. Venendo a opere più moderne La terra di Auguste Rodin (1840-1917) raffigura con vigore espressivo una figura che emerge a fatica dal fango, mentre il la forma ovoidale del Prometeo di Constantin Brâncuși (1876-1957) evoca l’origine della vita e dell’atto creativo.

La parte Il poeta e il libro Le metamorfosi del testo e il Primus Amor di Apollo è dedicata a al cambiamento avvenuto con il Rinascimento grazie al recupero filologico del latino e la diffusione delle edizioni illustrate. Il dipinto Apollo e Dafne di Antonio del Pollaiolo (1441 ca. – ante 1496), proveniente dalla National Gallery di Londra ne è una splendida testimonianza. La trasformazione della ninfa è descritta efficacemente mentre sta avvenendo con le braccia già tramutate in rami frondosi, ma i protagonisti sono vestiti e non raffigurati nella forma classica del nudo. Al centro della sala giganteggia la stupefacente rappresentazione teatrale della scena della metamorfosi nel gruppo scultoreo di Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), che riesce a coniugare in modo stupefacente l’evolvere della trasformazione, che l’osservatore può seguire girando intorno al gruppo, ma rende anche mirabilmente la corsa disperata e forsennata di Dafne e il terrore impresso sul suo viso.
 
Il mutare delle stagioni è una metamorfosi naturale che fu rappresentata attraverso il mito del rapimento di Proserpina di Plutone che la trascinò nell’Ade facendone la sua sposa. La madre Cerere, dea dei raccolti e della fertilità, alla disperata ricerca della figlia rese la terra sterile provocando la carestia. L’intervento conciliatore di Giove stabilì che per sei mesi Proserpina, sarebbe rimasta nell’Ade sposa di Plutone mentre la restante parte dell’anno vivrebbe sulla terra con la madre, ma dopo aver mangiato alcuni chicchi di melograno per essere comunque legata al mondo infero.

La sala che ospita il dinamico gruppo del Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini è quella dedicata a Plutone e il mondo sotterraneo Anche in questo caso Bernini ha prodigiosamente rappresentato la violenza del dio nella compressione delle carni di Proserpina e il suo panico angoscioso espresso dal viso e dalla bocca dischiusa nell’invocare la madre. Nello stesso luogo c’è il gruppo romano di Ercole e Cerbero, il cane a tre teste, guardiano dell’oltretomba e simbolo del confine tra vita e morte, il sarcofago con la narrazione delle scene del mito, presente anche nel dipinto un po’ inquietante Plutone di Agostino Carracci (1557 - 1602). Completa la sezione il fascinoso e Orfeo ed Euridice, ritratti in un momento di illusoria speranza sottolineata dallo scambio degli sguardi dei protagonisti, i due mortali e gli dei inferi, una tela di Peter Paul Rubens (1577-1640) proveniente da Prado.

Nel VI libro Ovidio descrive la tessitura come metafora della creazione poetica e dell’arte di trasformare le parole in immagini e a questo scopo usa il mito di Aracne. Aracne, che dotata di una straordinaria abilità nella tessitura, osò sfidare in una gara Minerva, simbolo del potere degli dèi e delle punizioni inflitte ai mortali. La sua opera perfetta eccita l’ira della dea che la trasforma in ragno, condannandola a tessere per l’eternità. In questa sezione sono esposti splendidi arazzi, che quando furono realizzati erano più costosi dei quadri, in essi sono raccontate altre metamorfosi narrate da Ovidio: quella in canne palustri della  Siringa insidiata da Pan, che diede il nome allo strumento, Bacco che dona ad Arianna la corona che poi lanciata in cielo dal dio è trasformata in una costellazione: la Corona boreale
Lo splendido dipinto di Tintoretto (1518-1594), in esposizione, mostra Aracne intenta nel suo lavoro al telaio osservata con attenzione da Minerva, mentre nel quadro del Prado di  Rubens, il pittore seguendo Ovidio, descrive l’ira della dea che colpisce Aracne dopo aver ammirato, suo malgrado, l’arazzo in cui è descritto il Ratto di Europa, rapita da Giove nelle sembianze di un toro.

Le incontrollate pulsioni erotiche di Giove lo indussero a essere il protagonista indiscusso delle più varie metamorfosi. Le opere di pittura e scultura presenti nella sezione dedicata a Leda e il cigno affrontano il tema in modi differenti. La Leda e il cigno, che il Sodoma (1477 – 1549) copiò dal quadro ora perduto di Leonardo, mostra una scena  immersa in un paesaggio fluviale di ispirazione fiamminga con una dolce intesa tra la regina di Sparta e lo splendido cigno, da cui nacquero i Dioscuri, Castore e Polluce, e le mortali Elena e Clitennestra. Totalmente diversa è la visione di Michelangelo nella copia dell’opera perduta proveniente dalla National Gallery di Londra, qui l’erotismo dell’atto sensuale è reso esplicito dalla fisicità dell’immagine e nell’abbandono al godimento della donna.Tra le altre opere in mostra il gruppo marmore Leda e il cigno dell’Ammannati (1511 – 1592), proveniente dal Bargello, riprende l’idea michelangiolesca, mentre un altro gruppo sul medesimo soggetto del Danti (1530 – 1576) o sempre dell’Ammannati, proveniente dal Victoria and Albert Museum, riprende l’immagine leonardesca della donna in piedi, ma con un erotismo più esplicito.

In questa sezione è anche esposta la Danae di Correggio (1489/94 ca. -1534), della Galleria Borghese. Altra celeberrima trasformazione di Giove, che scende come pioggia d’oro sul corpo della giovane rinchiusa dal padre Acrisio. In una interpretazione che contraddice il mito, Correggio ha dipinto una finestra aperta, c'è la presenza di Cupido che, a differenza di Giove è entrato con le sue sembianze, e assiste alla scena, mentre Danae è tra incuriosita e ironica.

L’argomento della sezione successiva è il mito di Pigmalione, nel X libro Ovidio narra dello scultore di Cipro che, deluso dalle donne, chiede a Venere una sposa simile alla propria opera d’arte, che grazie alla dea prende vita. Nelle versioni dipinte di Pigmalione e Galatea di Jean-Léon Gérôme (1824-1904) è il bacio che permette la trasformazione. Mentre nel gruppo marmoreo di Rodin, proveniente dal Metropolitan Museum di New York, in una sospensione tra materia e vita Galatea emerge ancora parzialmente dalla pietra grezza, mentre l’artefice la contempla e medita sulla sua creazione.

Se in questo mito è la materia a prendere vita in quello di Medusa sono gli esseri viventi a diventare statue. Medusa era sacerdotessa di Minerva, sedotta da Nettuno, fu punita dalla dea: il suo volto diventò mostruoso, i capelli serpenti e il suo sguardo acquisì il potere di pietrificare chiunque l'avesse guardata. Su questo mito si innesca quello di Perseo che con l’aiuto di Minerva decapita Medusa e mostrando la sua testa, che anche da morta  conserva il potere di pietrificare con il suo sguardo, libera Andromeda e sconfigge i nemici.
In esposizione l’intensa terrificante Testa di Medusa di Rubens del Moravská Galerie di Brno dialoga con Adromeda liberata da Perseo di Rutilio Manetti (1571-1639). Nella riuscita composizione il pittore mette in primo piano la bellezza del corpo della giovane che guarda rassegnata il mostro che vuole divorarla, mentre Perseo, in groppa al suo cavallo alato, la vede incatenata a una rupe. Dal Paul Getty museum proviene il dipinto di Sebastiano Ricci (1659-1734) Perseo sconfigge Fineo con la testa di Medusa. Fineo antico pretendente di Andromeda, irrompe armato con i seguaci durante le nozze per rivendicare la fanciulla, Ricci rappresenta l’istante in cui avviene la metamorfosi e i corpi si pietrificano.

La duplicità delle metamorfosi: causate dall’amore che possono essere favorevoli o letali è anche presente nell’ultima sala della mostra dedicata a Venere, Cupido e Narciso dove dominano le due splendide tele di Tiziano Vecellio (1488/1490 –1576) Amor Sacro e Amor Profano e Venere che benda Amore appartenenti alla Galleria Borghese.

Il mito di Narciso è una riflessione sul desiderio e il suo esito più tragico. Narciso è un giovane di straordinaria bellezza, incapace di ricambiare l’amore altrui, la ninfa Eco respinta si riduce alla sola voce. Narciso, però, vedendo la propria immagine riflessa nell’acqua non si riconosce e si innamora della sua immagine, ma non può raggiungerla, si lascia morire e viene trasformato nel fiore che porta il suo nome.
In esposizione l’Arazzo millefleurs in cui il mito viene ambientato nell’immaginari raffinato dell’amor cortese tardomedievale. Narciso è descritto in un giardino ricco di fiori e animali simbolici, mentre si contempla in una preziosa fontana marmorea. 
Nel dipinto del Louvre, Eco e Narciso di Nicolas Poussin (1594 -1665) Narciso, ormai morto, è immerso nella natura, mentre Eco lo guarda disperata. Ultima perla, il busto di epoca romana (II sec. d.C.) di Narciso, che lo Storico dell'Arte Claudio Sagliocco - che ha inoltre dato vita al podcast di guida alla mostra - ci ha indicato come forse raffigurante Antinoo, o comunque rappresentante della stessa bellezza del giovane amante di Adriano.

Pubblicato in: 
GN35 Anno XVIII 30 giugno 2026
Scheda
Titolo completo: 

GALLERIA BORGHESE

Metamorfosi. Ovidio e le arti
23 giugno - 20 settembre 2026

Galleria Borghese
Piazzale Scipione Borghese, 5
00197 Roma, Italia
Giorni e orari di apertura del museo
Dal martedì alla domenica,
dalle 9.00 alle 19.00
(ultimo ingresso alle ore 17.45).
Chiuso tutti i lunedì.
I turni di ingresso sono ogni ora.

Biglietti
• Intero 16€
• Ridotto 18-25 anni 2€
• Gratuito
• Prenotazione obbligatoria, per
tutte le tipologie di biglietto 2€
Biglietteria e modalità
di prenotazione
La prenotazione è obbligatoria
e la biglietteria chiude 30
minuti prima del museo.
Prenotazione
+39 06 32810
www.galleriaborghese.it

Attività educative
dedicate alla mostra
Visite guidate:
venerdì, sabato e domenica
ore 17.10 in italiano e inglese.
Il costo è di 8€ oltre il prezzo del
biglietto e i diritti di prenotazione