- Articolo di:Teo Orlando
Era grande l'attesa di pubblico e critica per l'esordio in prima assoluta – nella sua versione italiana al Teatro dell'Opera di Roma – di Inferno di Lucia Ronchetti. Attesa che è stata pienamente soddisfatta, da un'opera che arricchisce il panorama del teatro musicale contemporaneo con un capitolo di straordinaria potenza visiva e acustica: e, potremmo aggiungere, con una fruibilità anche per un pubblico non troppo avvezzo a sperimentalismi sonori e ad accordi dissonanti. Dal 19 febbraio al 7 marzo al Teatro Costanzi con Tito Ceccherini sul podio e David Hermann alla regia.
Genova Teatro Carlo Felice. Il Tristan delle ellissi
Nel cuore di Genova, a pochi passi dal severo ed eloquente Duomo romanico dove il riflesso del mare è nelle cromie delle pietre, nelle onde delle colonnette tortili, il Teatro Carlo Felice ha accolto dal 13 al 22 febbraio il secondo titolo marino di Richard Wagner, dove i frangenti scintillano nella melodia cangiante, nel cromatismo ardente ed estenuato dell’orchestra, nei canti marinareschi, nei ricordi dei protagonisti, affioranti come foglie dorate che la corrente trae alla luce del sole. Tristan und Isolde, Azione (Handlung) in tre atti, libretto e musica di Richard Wagner, rappresentata la prima volta a Monaco di Baviera, al Königlisches Hof- und Nationaltheater il 10 giugno 1865, ha visto sul podio dell’Orchestra del Carlo Felice la bacchetta esperta di Donato Renzetti, alla regia Laurence Dale. La recita qui recensita è quella del 15 febbraio scorso.
Percorrendo in dettaglio la trama
Durante l’opera, dai racconti dei personaggi apprendiamo che in Irlanda la principessa Isolde era un tempo fidanzata con l'eroe Morold, ucciso in duello da Tristan, signore di Kareol in Bretagna e nipote di Marke re di Cornovaglia. Lei aveva curato le ferite del giovane con la magia, accorgendosi che un frammento mancante nella sua spada combaciava con quello trovato nel capo del fidanzato. Ripresosi, Tristan si reca dallo zio vedovo e senza figli, dopo averlo convinto a prendere una nuova moglie, torna in Irlanda per prelevare la donna e portarla in Cornovaglia. Nel primo atto, sulla nave che veleggia verso est, lo scudiero Kurwenal schernisce Morold, Isolde è furente, vuole vendicare il fidanzato e comanda alla fedele ancella Brangäne di mescere un filtro di morte. Isolde invita Tristan a bere, per la riconciliazione, e i due sono presi da passione bruciante: Brangäne, non avendo il coraggio di somministrare la morte, versa nella coppa d'oro il filtro dell'amore.
Il notturno secondo atto si svolge nel giardino del re, dove la sposa di Marke attende Tristan, vorrebbe dargli il segnale per un incontro nascosto a tutti spegnendo la fiaccola, che tuttavia la fida Brangäne si ostina a voler tenere accesa: la caccia notturna potrebbe essere una trappola per sorprenderli, e il cavaliere Melot sembrerebbe troppo amico di Tristan per non rivelarsi una spia e un traditore. Spenta la fiaccola, entra il giovane, i due si abbracciano e lungamente mormorano parole d'amore. Grigio come l'alba irrompe il corteggio regale. Marke è distrutto dai fatti, ne chiede il motivo a Tristan, che dopo aver nominato un luogo dove non splende il sole, si lascia trafiggere da Melot. Il terzo atto ha luogo in Bretagna. Kurwenal ha accompagnato il ferito al suo castello. Nel giardino presso il mare, Tristan dorme mentre il taglio mortale lo annienta, attende l'arrivo della nave di Isotta che sola potrebbe ancora una volta curarlo. Fluiscono i ricordi, ma non si vede la nave, che il pastore ha il comando di annunciare con una musica allegra della sua cornamusa. All’arrivo dell’imbarcazione, l’eroe forsennato si strappa le bende e muore tra le braccia dell'amata. Arriva un'altra nave, con il re e i suoi uomini. Kurwenal è ucciso, anche Melot perisce nello scontro. Marke medita sulla morte, sull'innocenza del suo Cavaliere e nipote. Isotta trasfigurata si spegne nell'esaltazione ardente dell'Amore.
Le scenografie ellittiche di Gary McCann
La scena progettata con anima geniale da Gary McCann è formata da due ellissi, di dimensioni simili, inclinate rispetto al palcoscenico. Su quella in basso si muovono i personaggi. Essa è il ponte della nave nel primo atto, con il timone e il cofano dorato dei filtri agli estremi opposti, è il giardino di Marke al secondo atto, con gli alberelli luminosi e la sfera nera centrale dal cuore ardente di luce (che richiama il centro della Terra, il pericolo, la passione); è la spiaggia di Bretagna al terzo, dove solo è appoggiata la materassa accartocciata dell’eroe ferito. L’ellisse tesa accidentalmente dall’alto, con un disegno di stampo cubista che ricorda un vecchio assito, si accende di figure che riprendono i video del fondale. I margini dei due cerchi allungati si fanno luminosi, al variare delle scene divengono azzurri, verdi, violetti.
I video di Leandro Sommo principiano nell’Overture, dove accompagnano le note descrivendo un giorno grigio, con ombre sfocate che via via si addensano e scompaiono. Nel primo atto i video riprendono immagini del mare, visto da altezze diverse, quieto oppure incontenibile, riverberante la luce del sole o tempestoso durante la maledizione di Isolde, venato di rosso alla scena del filtro, poi nero e dorato, tranquillo mentre la nave approda. Il bosco spoglio e il cielo infuocato descritti dai video al principio del secondo atto hanno l’atmosfera gotica di un dipinto di Caspar David Friedrich, poi le immagini assumono i toni del verde, scorrono come in una passeggiata in autunno inoltrato, sempre uguali come i ricordi dell’infanzia di cui non si trovino che frammenti. Le stelle infine, come fiocchi di neve, lasciano la scena all’aurora che dardeggia distruggendo il segreto della notte e dell’amore. Le immagini che scorrono nel terzo atto sono astratte sequenze di colori, di geometrie cristallizzate. Il fuoco dell’aurora ruggisce sul mare, il rosso del sangue lambisce il verde dei prati di Bretagna e durante il monologo del protagonista penetriamo in un giardino, poi in una grotta con formazioni prismatiche cristalline, un paesaggio ultraterreno segnato da abissi di ombra, cavità misteriose che squarciano il bianco splendente delle strutture poligonali. Tornano ancora le ombre del preludio, il giardino virente, ed infine la landa desolata che si copre di nebbia, si colora di rosso, si impregna di luce diafana.
Semplici ed efficaci sono le luci di John Bishop, che inquadrano i personaggi nelle loro solitudini che tutti nascondono nella notte. Accarezzano i volumi dei corpi, si spingono nelle increspature delle vesti, illuminano con delicatezza azioni immerse nell’ombra. Violette e magiche sugli alberelli del giardino, bianche e tristi sul lungo monologo di Tristan, le luci si raccolgono dolcemente alla fine dell’opera attorno al silenzio, quasi a consolare, a promettere, come la vita dopo la morte. Dentro questo spazio quasi immateriale, i costumi, sempre disegnati da Gary McCann, richiamano la tradizione. Il madreperla o verde antracite, con pietre splendenti, broccati e pelliccia di Isolde è accostato al solenne nero della lunga veste di Brangäne, custode della notte, su cui splendono le scintillanti perle dell’acconciatura. L’amaranto e il nero di Tristan sono accostati al nero di Melot e al bruno di Kurwenal e del pastore, che ha anche lui una pelliccia. Il re Marke infine indossa un ricco mantello dorato, una corona istoriata sul crine canuto, una veste color ruggine.
La regia di Laurence Dale è scabra e misurata, ricca di momenti pregnanti. In principio è bello riconoscere il duello di Morold e Tristan (che indossa un bacinetto metallico), tangibile nella pantomima davanti agli occhi di Isolde che racconta. Le mosse elastiche dei marinai sopra il piano inclinato della ‘nave’ punteggiano poi vivacemente tutta l’azione del primo atto, dove la scena, divisa tra il ‘padiglione’ di Isolde in primo piano e la tolda col timone sul fondo, ruota assieme al fluire della narrazione. Ricca di tensione la scena del filtro, che si scioglie nella solenne e araldica scena dei soldati inginocchiati all’arrivo del sovrano, mentre Brangäne tenta di separare gli amanti.
Il secondo atto principia con l’accensione della sfera, metafora dell’amore, unico approdo in un mondo ostile e senza speranza, unica luce nella notte tanto desiderata. L’ancella veglia sugli amanti, protegge, osserva l’orizzonte, partecipa intimamente alla storia, è tesa verso il re che giunge, verso i cacciatori fraudolenti, mentre Kurwenal trae la spada per difendere il suo signore. Bellissima è poi la sagoma nera del re che entra da sinistra, col cuore pesante, con la corona che punge l’aria, e raggiungendo il centro del palco si fa via via più nitido mano a mano che il sospetto del tradimento gli si muta in evidenza. Gli amanti sono rapiti e lontani, gli sguardi estranei al disvelamento del segreto, e alla fine Melot estrae la lama, ma è Tristan a lasciarsi cadere su di essa, la regia lasciando intendere una reticenza dell’amico meschino, il quale soffre intimamente e non vuole uccidere, nemmeno per lavare l’onore del suo re. Nel terzo atto vediamo Kurwenal seduto accanto a Tristan, che canta sognante e poi si protende ad indicare la nave lontana. Bellissima e movimentata ancora una volta la scena con i guerrieri, nella sapiente coreografia di Carmine De Amicis, alla quale segue la trasfigurazione di Isolde, con l’incontro finale degli amanti oltre la vita. Lui si leva, esce dall’ombra, va incontro a lei, accosta la fronte per accogliere la dolcezza dell’amato volto. Da ultimo, sono splendidi i quadri controluce alla fine degli atti, che fermano le vive immagini delle sagome dei personaggi sul turchese dei fondali.
L’Orchestra del Teatro Carlo Felice è vibrante e precisa, la direzione di Donato Renzetti è italiana, rapida e toccante, ricca di luce e di sfumature. Si notano i contorni nitidi dell’ouverture, il mistero del Todestrank (malato terminale). Nobile è lo staccato degli archi, di elevato peso specifico (e a pieni ranghi), emergente dal grande golfo mistico del Teatro mentre Tristan giunge al cospetto di Isolde. I legni poi, e i violoncelli si inabissano in una stanza oscura, come il liquido che scende nei corpi. Si affaccia il motivo dello Sguardo, e le arpe dipingono la luce degli occhi innamorati.
Nel secondo atto si ascolta il motivo del Richiamo d’amore, l’eco dei corni della caccia, il sublime motivo della Redenzione d’Amore, che deriva da Walküre, poco prima dello spegnimento della fiaccola. Esalando il motivo del Canto della notte poi, l’Orchestra dipinge la magia dell’amore e l’abbandono dei sensi, l’oblio e il sonno. L’accompagnamento al lungo duo è sostenuto da un respiro intimo e affettuoso assieme. L’Orchestra sembra stringere un cuore con fili sanguinosi; scossa e colloquiale, ricinge il paradiso dell’arpa, incalza, cresce, si svuota e languisce, rivela una gamma enorme di sfumature e colori diversi. Poi, il tonante lamento del re è accompagnato dalle dolorose note del fagotto e del clarinetto basso, le trombe rimarcano le parole di Tristan, tutti chiudono con impeto quasi disegnando la ferita mortale dell’eroe. La luce metafisica dei violini e il nero pianto dei violoncelli al principio del terzo atto sbalzano un paesaggio profondissimo dove si staglia il lamento del pastore, che suona il corno inglese. L’Orchestra dipinge arie antiche, descrive la desolata ampiezza del mare, esplode in pianto quando Tristan maledice il giorno e la luce. Si fa poi grave alla morte di Tristan, si sublima nel ‘Mild und leise’ (mite e tranquillo), dove udiamo il motivo del Liebestod, che sale in un vortice estatico oltre la morte.
Ricco di maschia forza è il coro guidato da Claudio Marino Moretti, con i suoi interventi che rendono tangibili la gioventù, la gioia, la sciolta vivacità della ciurma.
Marjorie Owens canta una Isolde luciferina negli acuti di grande volume, conosce tutte le pieghe dell’estesa parte, si impegna a fondo nella resa drammatica. La voce è fuori dal comune ma non sempre arriva a rendere la zona intima del personaggio. ‘Still das Herz’ (ancora il cuore), rileva alla fine davanti all’amato, ma il colore della voce, pur notevole, non si imprime a fondo nella memoria.
Il tenore Tilmann Unger è eroico quanto deve esserlo il personaggio che interpreta, a tratti esprime una nascosta angoscia, la voce si appiattisce come per illuminare fenditure anguste dell’anima; dentro essa non si stenta a riconoscere la cara notte. Voce non sempre bella, a volte aspra, emerge del tutto nel terzo atto, dove specialmente l’interprete si impegna a fondo ed emette note lucenti ed intonate. Si ricordano l’imperioso ‘Begehrt, Herrin’ alla quinta scena del primo atto, ‘namenlos in Lieb’ umfangen’ al secondo atto, ‘Muss ich dich so verstehn’ al terzo atto.
La voce rocciosa e compatta di Evgeny Stavinsky è bella da ascoltare, si tratta di un autentico basso, ma può essere che manchi qualcosa in ricchezza e in varietà di colori, anche se il personaggio è autorevole e ottimo sulla scena: incredulo nel pronunciare ‘warum mir dieser Schmach?’, pensoso quando dice ‘Alles tot’, commosso nel cantare ‘Mein Held, mein Tristan! Trautester Freund!’.
Meraviglioso il Kurwenal interpretato da Nicolò Ceriani, che letteralmente illumina la scena con la sua recitazione appassionata. La sua voce è ricca di armonici, intonata, squillante. Canta con fuoco vero ‘Wer Kornwalls Kron’, con forza annuncia ‘Herr Tristan!’ al primo atto. ‘Rette dich, Tristan!’ esclama con urgenza al secondo atto, ed i suoi interventi nel terzo atto sono intrisi di dolcezza e di amore, di affetto, amicizia e lacrime, e quasi torva un sorriso quando spiega ‘Zu Ross rittest du nicht’. In breve, il miglior personaggio del cast.
Impressionante anche la Brangäne di Daniela Barcellona, con la voce sonora della tempesta che si sposa bene con quella di Owens al primo atto, disegna un ‘Was mir ihn verdächtig’ al secondo denso di apprensione, ammonisce ‘Habet acht!’, e nel terzo è incredula davanti alla morte. Il personaggio è stato studiato a fondo, e anche drammaticamente è tutto da vedere, nell’ampiezza della verste nera, negli sguardi intensi, nella stilizzata eleganza dei gesti. Dopo averla ascoltata nella bellissima incisione di Semiramide per OperaRara, e come Amneris nell’ultima Aida di Zubin Mehta al Maggio Fiorentino, dopo averla ascoltata a Mantova, dove ha eseguito superbamente il sublime ‘Agnus Dei’ dalla ‘Petite Messe Solennelle di Gioachino Rossini tra le pareti della cinquecentesca basilica palatina di santa Barbara, ero trepidante all’idea di ascoltarla in Wagner.
Intonato e appassionato il giovane marinaio nel ‘Westwärts schweift Der blick’, Andrea Schifaudo, che canta bene anche la parte del pastore. È a fuoco anche il Melot di Saverio Fiore, ed ottima è la voce del pilota di Matteo Peirone.
Al termine, applausi convinti per gli interpreti, segnatamente per Ceriani, ma anche per Barcellona, Owens, Renzetti. Una ragazza confida che ha pianto, una signora esclama che ‘non è Verdi’ (sic!, N.d.C.).


.preview.jpg)

.preview.jpeg)