- Articolo di:Teo Orlando
Era grande l'attesa di pubblico e critica per l'esordio in prima assoluta – nella sua versione italiana al Teatro dell'Opera di Roma – di Inferno di Lucia Ronchetti. Attesa che è stata pienamente soddisfatta, da un'opera che arricchisce il panorama del teatro musicale contemporaneo con un capitolo di straordinaria potenza visiva e acustica: e, potremmo aggiungere, con una fruibilità anche per un pubblico non troppo avvezzo a sperimentalismi sonori e ad accordi dissonanti. Dal 19 febbraio al 7 marzo al Teatro Costanzi con Tito Ceccherini sul podio e David Hermann alla regia.
Götterdämmerung alla Scala. Il trapezio di luce del Ring
Al Teatro alla Scala di Milano nel mese di febbraio la stagione d’opera 2025 - 2026 ha raggiunto il suo secondo titolo: Götterdämmerung, terza giornata dell’Anello del Nibelungo in un prologo e tre atti, libretto e musica di Richard Wagner, viene messa in scena per un totale di cinque rappresentazioni tra il 1° e il 17 febbraio, con direzione d’orchestra di Alexander Soddy e Simone Young, regia di David McVicar.
L’opera racconta una storia di uomini. Spezzata la lancia del dio Wotan ad opera di Siegfried (suo nipote), il mondo è in declino. Nel prologo le Norne tessono il filo del destino, che si spezza: la fine degli dèi è vicina. Siegfried e Brünnhilde escono da una stanza rocciosa e si salutano, scambiandosi doni: lei il cavallo Grane, lui l’Anello del Nibelungo. Il primo atto inizia alla Reggia dei Gibicunghi, retta da Gunther, fratello di Gutrune, la cui madre generò anche Hagen unendosi ad Alberich (il nano che rubando l’Oro del Reno alle Ondine diede inizio alla Tetralogia). I fratelli sono consigliati da Hagen di sposarsi, con Siegfried e con Brünnhilde. Grazie ad una pozione, l’Eroe sopraggiunto dimentica la Valchiria, e si innamora di Gutrune. Per l'incantesimo dell’elmo conquistato nella grotta del drago Fafner, Siegfried assume le sembianze di Gunther e per lui conquista Brünnhilde in una gara. Nella seconda scena dell’atto la Valchiria, che si rifiuta di cedere l’anello alla sorella Waltraute, deve suo malgrado piegarsi alla forza dell’Eroe, che glielo strappa di mano.
Nel secondo atto il nano Alberich entra nel sogno del figlio, e gli raccomanda di conquistare l’anello con ogni mezzo. Alle nozze delle due coppie, sia Gunther sia Brünnhilde si sentono traditi, ma Siegfried non ricorda la donna. Brünnhilde rivela poi ad Hagen il punto debole dell’eroe: il dorso. Nel terzo atto le Ondine rimproverano Siegfried, ma lui non cede loro l’Anello. Dopo aver raccontato la sua storia ai cacciatori, e riacquistato la memoria grazie al vino di Hagen, il figlio di Siegmund e di Sieglinde parla di come abbia destato la Valchiria, ma Hagen lo trafigge alle spalle. Brünnhilde si lancia a cavallo sulla pira e cede l’anello alle Ondine, Hagen perisce nei flutti, le fiamme avvolgono il Walhalla, la reggia degli dei.
Il regista David McVicar firma le scene assieme ad Hannah Postlethwaite. Lo spettacolo è caratterizzato da coesione e omogeneità. Sulla rupe delle Valchirie, la figura colossale della testa sezionata assialmente, con una scala sospesa e una stanza sponsale, e la figura della mano, talamo alla coppia divina, sono le stesse dell’ultima scena di Siegfried, visto qualche mese addietro sempre alla Scala. Vengono alla mente alcune creazioni di Igor Mitoraj, che indaga la statuaria classica riflettendo sulla caducità dell’esistenza. Le grandi pietre dalle forme antropomorfe sono nell’idea del regista l’immagine della violenza che impregna il mondo. Le metafore fisiche, come le teste e le mani, si trasformano portando i segni delle azioni negative, in un’opera dove il male è il nero cuore pulsante dell’intreccio. La superficie del palco è come una lava rappresa, con fenditure da cui esalano vapori sulfurei, balenano vampe improvvise, luci sinistre. Sembra di udire gli spasimi di Erda. Ciò che vediamo parrebbe un'ammonizione sul peccato, una riflessione riguardante la catena di conseguenze di un’azione malvagia. La regia si riallaccia alla tragedia antica, di cui ripropone gli archetipi e le situazioni. Nel prologo le Norne si passano il pesante filo del destino, Siegfried si desta alla voce di Brünnhilde, prende confidenza col cavallo sospettoso, parte.
La prima scena dell’atto primo è ambientata nella Reggia dei Gibicunghi, rappresentata da due alte pareti di pietra, concave, simili a due polmoni, grigie, con varie aste sporgenti, tra cui si apre un passaggio per accedere al fondo. Vi sono poi due ali molto più basse di detriti brillanti. Al centro della scena, il Mondo, azzurro e cerchiato con fasce dorate, sembra galleggiare sulla materia primordiale, sporge in piccola parte dal suolo, è legato alle travi grigie con catene pendenti. È il simbolo che si vedeva nel secondo atto della Walküre, una denuncia della situazione globale. Nella scena finale la mano-talamo è distrutta dall’inganno imminente.
Il secondo atto si svolge in uno spazio dominato da cinque grandi totem eretti a divinità di cui portano le maschere. La scena di Alberich è giocata sull’estenuante sparire e comparire di padre e figlio, sul suolo nebbioso e nei meandri della mente. Durante le nozze si staglia sul fondo il grande teschio argenteo e dorato che avevamo già visto nell’Oro del Reno. Il maestro di arti marziali e di prestazioni circensi David Greeves ha ideato la messinscena dei guerrieri che si muovono in parallelo, con lance orizzontali e verticali, impressionante per la descrizione della violenza arcaica celata sotto gli elmi fantastici e le vesti dorate. La prigionia di Brünnhilde, tenuta con una fune dorata, è una riflessione sul destino delle donne.
Nel terzo atto la scena delle Ondine è formata da tre grandi mani, corrose dalla brama di potere, una di esse nell’atto di arraffare. La scena della caccia è tutta in nero, e dominata dalla macabra figura di un cinghiale ucciso, pendente dall’alto, prefigurazione del destino dell’eroe. Sul finire del racconto di Siegfried, bellissimo è il repentino verticale volo dei corvi di Wotan, dalle stupende arcuate ali, che ne annunciano la morte. L’intermezzo funebre, con il cadavere che viene visitato dai neri amanti gemelli che lo generarono, e da Wotan con la lancia spezzata, è ricco di commozione. Il mesto corteo ideato dal coreografo Gareth Mole, con gli uomini a torso nudo, è di grande impatto, così come le scene successive dove questi si raccolgono in cerchio, in un'atmosfera sacrale, di geometrica bellezza. Questa scena della Reggia è dominata da un'alta e larga saracinesca. Il cerchio dorato che scende poi dall’alto rappresenta quasi di certo la luna. Di gran forza è la scena di Brünnhilde e geniale è il comparire finale del personaggio dell’Oro.
Il cavallo Grane, un giovane snello con trampoli elastici e la sagoma metallica di una testa equina che ne sovrasta il capo, è un’invenzione magnifica, la più bella tra le malizie escogitate dalla costumista Emma Kingsbury per far vivere gli animali del Ring. Per inciso, la scena dell’annuncio di morte nella Walküre, col cavallo che si scrolla, attende impaziente, si piega su sé stesso come a partecipare della drammaticità dell’evento, è di quelle che non dimenticherò mai.
I costumi sono tutti realizzati con grande perizia, da quelli morbidi e ricadenti delle Norne a quelli increspati delle Ondine dalle irte chiome, da quelli indorati e ferini degli uomini, dalle corna di capri e tori, a quelli neri e metafisici del corteo funebre. Waltraute nel bellissimo nero argento del suo abito entra in scena con la chioma punk più spettacolare della Tetralogia, mentre la sorella Brünnhilde è in rosso come una fiamma o una rosa, porta il colore del sangue e della passione, che si cambia alla fine nel nero del lutto. Siegfried ha le vesti sbarazzine dell’adolescente burbanzoso, mentre i tre figli di Gibich hanno i costumi più vicini all’epoca moderna. Il cattivo porta lunghi soprabiti, l’altro una divisa da re ottocentesco, la donna splende sempre d’oro. Le corone escogitate per la scena nuziale avvolgono anche i volti in ferali maschere dorate. Alberich infine, caduto in disgrazia, ha una dimessa veste a brandelli.
Le luci di David Finn sottolineano il dramma, e sarebbero da citare innanzitutto il rosso purpureo che all’inizio illumina le Norne e il volto dimezzato, poi le ombre degli amanti proiettate sulla roccia. Ancora, il trapezio di luce che si staglia sul palcoscenico ai piedi delle pareti della Reggia, e in generale la forza plastica che da questa illuminazione prendono tutti i volumi. Nella scena di Waltraute, si apprezza la nebbia bianca che fa risaltare il profilo del grande volto roccioso nell’atmosfera perturbata, e nel secondo atto inquieta il baluginare di riti primordiali. Al terzo atto, è bello vedere la luce a chiazze che richiama la fresca acqua del Reno, e le ombre degli uomini che si aprono a ventaglio verso la platea con un ritmo ineffabile, il cerchio di luce della scena funebre, la nera eclissi che avanza dalla cavea e si ferma al centro del palcoscenico. Il sipario è effigiato con un grande anello che brilla alla fine come la luna nuova, e molte mani a esso protese.
I video di S. Katy Tucker, a partire dalle fiammelle azzurre che circondano le Norne e gli amanti assopiti, contribuiscono alla grande riuscita dello spettacolo. È impressionante l’azzurro trovato per la scena delle Ondine al terzo atto, che ravviva nella memoria il ricordo di opere di William Blake e William Turner. Fa saltare sulla sedia l’accensione della luna che divampa, al tocco della protagonista, e poi la visione del fuoco che morde i contorni del Walhalla e le spoglie degli Eroi.
I cantanti sono impegnati e ben preparati. La prima Norna, che rappresenta il passato, ha la bella voce contraltile di Christa Mayer, ricca e drammatica, molto personale, ben impostata ed emessa. La seconda Norna, che rappresenta il presente, si esprime con la voce mediosopranile di Szylvia Vörös, brava come la terza (quella del futuro); il soprano Olga Bezsmertna, la quale interpreta anche Gutrune, se all’inizio pare leggermente aspra, nel prosieguo dell’opera guadagna in dolcezza e calore. Il baritono Russell Braun è perfetto nella parte del fratello Gunther. La voce è bella e arriva a rendere l’impotenza e la frustrazione del personaggio, con punte di dolorosa disperazione nel trio che chiude il secondo atto. Le Ondine guizzanti e scherzose, dolenti e infauste, hanno le belle voci del soprano Lea-Ann Dunbar (Woglinde), e dei mezzosoprani Svetlana Stoyanova e Virginie Verrez (rispettivamente Wellgunde e Flosshilde).
Il Siegfried di Klaus Florian Vogt si esprime con i modi dinoccolati e la voce lirica che ritraggono un adolescente ingenuo, proteso alla gioia e all’amore, nobile d’animo, ignaro del pericolo. La voce è limpida e non accusa fatica nell’affrontare l’improba parte. Alla fine del primo atto è coperto dall’elmo e pronunzia ‘Brünnhild'! Ein Freier kam, den dein Feuer nicht geschreckt’ (Brunilde!Un uomo liberissimo viene a te, cui il fuoco non mette paura) con voce quasi baritonale. Al giuramento del secondo atto ‘Helle Wehr! Heilige Waffe’ (Arma luminosa, arma sacra) compiuto sulla lancia di Hagen, fa ascoltare una voce sonora e audace, con begli acuti. Il Do da cantare con i cacciatori è però evitato, tuttavia il racconto e la scena della morte sono pezzi stupendi.
Brünnhilde attacca ‘Zu neuen Taten’ (Verso nuove imprese) e desta il suo eroe dormiente. La voce del soprano Camilla Nylund, l’eroina di questa Tetralogia, all’inizio balla leggermente sulle note lunghe, poi si immerge a fondo nel personaggio e tali difetti sembra scompaiano, tanto che affronta di petto il micidiale finale, regalando un fastello di emozioni tutte diverse. Hagen sostiene bene il Fa diesis al saluto di Siegfried, una nota acuta e quasi dissonante sul grande tappeto sonoro dell’orchestra. Il basso Günther Groissböck, già ascoltato nel ruolo nero di Hunding, è un interprete prestigioso e un fine cantante. Se alcuni passaggi suonano vuoti e sembrano poveri di suono, e se la voce forse non è abbastanza enorme per questa Incarnazione del Male, col passare del tempo la perizia interpretativa si mostra molto spiccata.
‘Höre mit Sinn!’ (Ascolta con attenzione!) esclama la grande Nina Stemme, e il racconto di Waltraute si dipana angoscioso e pregnante, accorato e incisivo. La corda di mezzosoprano è governata bene dall’interprete, la voce è ricca di armonici, il personaggio è molto approfondito. Forse il canto non è nettamente saldo in alcune note lunghe, gli acuti sono tuttavia tonanti e la pasta di questa voce è un balsamo per le orecchie: ci voleva una primadonna come questa per Waltraute.
Dall’abisso di miseria in cui è sprofondato, Alberich entra nel sogno di Hagen per consigliarlo, ed è il carattere nero e raziocinante di chi non ha più nulla da perdere e spera continuamente nella rimonta, reso alla perfezione dalla voce del baritono Johannes Martin Kränzle. Sugli scudi, letteralmente, la prestazione del Coro del Teatro alla Scala, guidato da Alberto Malazzi, incandescente nel second’atto, dall’incedere epico, dal respiro altisonante e ineffabile, sia nella risposta al malvagio Hunding, che nell’accogliere gli sposi o nel gridare allo scandalo di fronte ai veli squarciati dalle parole di Brünnhilde. Nel terzo atto poi, il coro sbalza la fresca e virescente atmosfera dei prati e dei boschi della caccia, risponde ai richiami dei protagonisti, si raccoglie interessato attorno al racconto, si tende in grido stupefatto al colpo mortale.
Acclamata ad ogni apertura d’atto l’Orchestra del Teatro alla Scala, diretta da Alexander Soddy, compagine di strumentisti di prim’ordine stretti nella grande cavea del Teatro, che ha donato al pubblico una gamma di emozioni vastissima, eseguendo con anima la complessa partitura, di suono spesso grandioso, drammatico (il Leitmotiv del Patto di vendetta alla fine dell’atto secondo, quello della Servitù all’inizio del terzo), eroico (il tema di Siegfried); ma anche intimo, sottile, soave (le cinque eteree arpe alla morte di Siegfried), timbrato e preciso. L’Orchestra ha tratteggiato i paesaggi sonori della vicenda, ha rivelato i segreti dei personaggi. Come è stato sottolineato dal professor Raffaele Mellace nella conferenza introduttiva all’opera, il terzo racconto di Siegfried è quello che ci dona l’orchestra nell’interludio chiamato impropriamente ‘Marcia Funebre’, un viaggio nella memoria del Protagonista. Stupendo il Postludio strumentale dell’opera, dove compare il motivo della Redenzione attraverso l’amore, già udito solo nella Walküre, nel momento in cui Sieglinde ringraziava Brünnhilde al terzo atto.
Il pubblico attento e preparato ha seguito la rappresentazione in silenzio assoluto, e ha decretato numerosi applausi a tutti gli interpreti. La Tetralogia si potrà ascoltare interamente alla Scala per due volte, nelle prime due settimane di marzo.


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