- Articolo di:Livia Bidoli
Un'opera di Gioachino Rossini molto particolare, con vari finali, che torna con grande verve al Teatro dell’Opera di Roma dopo ventidue anni: la regia della palermitana, ora di stanza a Roma, Emma Dante, ed il Direttore musicale del Costanzi Michele Mariotti sul podio, al suo debutto per questo melodramma eroico rossiniano. Tancredi è stato accolto con un tutto esaurito in tutte le serate, dal 19 al 29 maggio scorsi.
IUC. Goljov e la cecità in musica
Il Quartetto di Cremona è un ospite abituale e molto amato dai frequentatori dei concerti della IUC-Istituzione Universitaria dei Concerti, che dal 2011, anno del suo primo concerto, ha proposto esecuzioni integrali ma anche esplorazioni musicali inconsuete. Nel concerto dello scorso sabato 9 maggio ha presentato un intrigante programma insieme a Pablo Barragán, famoso clarinettista di notevole virtuosismo.
Il Quartetto di Cremona è considerato giustamente da molti erede del mitico Quartetto Italiano, colpisce per l’armonia dell’intesa tra i componenti, la bellezza del suono unita alla cantabilità e al respiro dato ad ogni frase musicale. Pablo Barragán si è perfettamente inserito nel modo di affrontare le composizioni in programma a cominciare dal Quintetto in la maggiore per clarinetto K. 581 “Stadler” di Mozart. All’epoca il clarinetto era uno strumento di costruzione recente, che non si era ancora conquistato un posto stabile in orchestra. Dopo averne acquisito la conoscenza a Londra all’età di 8 anni, per Mozart ne fu l’ascolto ed il suo impiego nell'orchestra di Mannheim a mostrargli il perfetto uso sinfonico dello strumento.
Solo negli ultimi due anni di vita del compositore fu la conoscenza dello strumentista Anton Stadler, un virtuoso del clarinetto di straordinaria abilità, che svelò a Mozart le potenzialità espressive del clarinetto in un ruolo solistico. Lo strumentista suonava su uno strumento detto "clarinetto di bassetto" che si differenziava dal modello moderno per una maggiore estensione nel registro grave. La parte del clarinetto nel Quintetto K. 581 fu confezionata su misura da Mozart sulle capacità del grande virtuoso. Lo "Stadler-Quintett", così detto dallo stesso Mozart, è una composizione che mette mirabilmente in luce il timbro dolcemente sensuale dello strumento, la sua straordinaria estensione, le doti cantabili e quelle virtuosistiche, splendidamente emerse per la bravura di Pablo Barragán. Grazie anche a una scrittura in cui spicca il ruolo solistico del clarinetto, senza che per questo il quartetto d’archi abbia una funzione di solo accompagnamento, ma ci sia un dialogo armonioso tra gli strumenti.
L'Allegro iniziale è in forma sonata, su temi ampi e cantabili, il secondo è venato da una malinconia, evidenziata dalla ripresa in minore del clarinetto; nello sviluppo non ci sono contrasti dialettici ma offre ai cinque strumenti le maggiori possibilità di intreccio e di scambio di ruoli. Nel successivo Larghetto in forma di Lied, il clarinetto può mostrare le proprie capacità melodiche, il rapido passaggio dai gravi agli acuti e nella sezione centrale inizia un seducente dialogo con il primo violino. Nel terzo movimento c’è la presenza inconsueta di due Trii, che avvicina lo svolgimento del Minuetto affine a quello dei Divertimenti salisburghesi. C’è poi un motivo dal carattere di Ländler popolaresco, come popolaresco è anche il Tema con variazioni che conclude il quintetto.
I sogni e le preghiere di Isacco il cieco è una intensa composizione per quintetto d’archi e clarinetto del 1994 di Osvaldo Golijov. Il musicista fu colpito da Isacco il Cieco, il grande rabbino cabalista di Provenza, vissuto otto secoli fa, che dettò un manoscritto in cui affermava che tutte le cose e gli eventi dell'universo sono il prodotto di combinazioni delle lettere dell'alfabeto ebraico: "La loro radice è in un nome, poiché le lettere sono come rami, che appaiono come fiammelle tremolanti, mobili, eppure legate al carbone". Golijov scrive nella presentazione della composizione che: “La dedizione di Isacco alla sua arte, protrattasi per tutta la vita, è tanto sorprendente quanto quella dei quartetti d'archi e dei musicisti klezmer”. In seguito aggiunge che: “I movimenti di quest'opera mi sembrano scritti in tre delle diverse lingue parlate dal popolo ebraico nel corso della sua storia Questo in qualche modo riflette la natura epica della composizione. Sento il preludio e il primo movimento, il più antico, in aramaico; il secondo movimento è in yiddish, la lingua ricca e fragile di un lungo esilio; il terzo movimento e il postludio sono in ebraico sacro".
"Il preludio e il primo movimento esplorano simultaneamente due preghiere in modi diversi: il quartetto esegue la prima parte della preghiera centrale delle Grandi Festività, "Osserveremo la grande santità di questo giorno...", mentre il clarinetto evoca i motivi del "Padre Nostro, Re Nostro". Il secondo movimento è basato su "The Old Klezmer Band", una melodia di danza tradizionale, che qui è circondata da manifestazioni contrastanti della sua stessa aura. Il terzo movimento è stato scritto prima di tutti gli altri. È una versione strumentale di K'vakarat, un'opera che ho scritto alcuni anni fa per Kronos e il Cantore Misha Alexandrovich. Il significato della parola klezmer: strumento del canto, diventa chiaro quando si ascolta l'interpretazione di David Krakauer della linea del cantore. Questo movimento, insieme al postludio, porta a conclusione la preghiera lasciata aperta nel primo movimento: "...Tu passi e registri, conti e visiti, ogni anima vivente,stabilendo la misura della vita di ogni creatura e decretandone il destino”.
Golijov aggiunge: “La cecità è importante in quest'opera quanto sognare e pregare. Ho sempre avuto l'intuizione che, per raggiungere la massima intensità possibile in un'esecuzione, i musicisti dovrebbero suonare, metaforicamente parlando, "alla cieca". Ecco perché, credo, si dice che tutti i bardi leggendari delle culture di tutto il mondo, a cominciare da Omero, fossero ciechi. La "cecità" è probabilmente il segreto dei grandi quartetti d'archi, quelli che non hanno bisogno degli occhi per comunicare tra loro, con la musica o con il pubblico. Il mio omaggio a tutti loro e a Isacco di Provenza è quest'opera per musicisti ciechi, affinché possano suonarla a memoria. La cecità, quindi, mi ha ricordato come si compone la musica alle origini: un'arte che nasce e si basa sulla nostra capacità di cantare e ascoltare, con il potere di costruire castelli di suono nella nostra memoria.”
La composizione coinvolge per l’intensa interpretazione data da questi straordinari interpreti, che hanno messo la loro straordinaria sensibilità e profondità artistica al servizio di questa opera cosi meditativa che interroga l’ascoltatore.
L'ultimo brano in programma è di Béla Bartók con le Danze popolari rumene SZ 68 per piccola orchestra, nella versione per quartetto d’archi e clarinetto di Jonas Dominique. L'interesse di Bartók per la musica popolare è testimoniato dalle ricerche sistematiche sulle autentiche radici paesane del folclore magiaro e centro-orientale, dal conseguente studio di questo patrimonio etnico e infine dalla rielaborazione e ricreazione nella sua opera compositiva.
Ognuna delle sette danze, oltre al luogo di provenienza, ha il titolo che indica il carattere e la destinazione d'uso: sono: Danza col bastone, Girotondo, Sul posto, Danza del corno, Polca rumena, Passettino di Belényes e Passettino di Nyàgra. La musica evoca i musicisti girovaghi e in alcuni brani la musica Klezmer da loro suonata. Oltre al valore etnomusicologico le testimonianze musicali raccolte da compositori come Bartok o Kodaly, ricordano che molto è andato perduto perché molti dei musicisti girovaghi sono scomparsi per mano del regime fascio-nazista e razzista dell’ammiraglio Horty Miklós.
In questa versione per quartetto d’archi e clarinetto la bravura dei musicisti ha evidenziato ritmi e colori. Scroscianti ovazioni hanno accolto il termine di ogni brano e al termine del concerto è stato offerto come bis il Larghetto del Quintetto mozartiano.



