- Articolo di:Teo Orlando
Domenica 4 gennaio 2026 nel piccolo e raccolto Teatro Il Cantiere, situato nel cuore di Trastevere, abbiamo assistito a un incontro speciale: quello tra Marilena Paradisi e Kevin Harris, nel nome del jazz storico e dell'avanguardia contemporanea. Si presentava con una promessa impegnativa: un concerto “speciale” incentrato su improvvisazione e libertà creativa, con l’interplay come vera trama della serata. Non si tratta di etichetta di comodo: l’assetto in duo, essenziale e scoperto, impone che ogni secondo venga guadagnato con ascolto reciproco, perché senza una scaletta protettiva (o un repertorio “salvagente”) la musica vive o muore nel modo in cui due personalità riescono a farsi spazio senza schiacciarsi.
Las Estrellas all'Auditorium. Flamenco y Tacos
Il gala di danze e musiche spagnole a cura di Daniele Cipriani titolato Las Estrellas, con la consulenza artistica di Sergio Bernal ed il prezioso sostegno dell'Ambasciata di Spagna in Italia è tornato a calcare con flamenco y tacos il palcoscenico dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma nella Sala Santa Cecilia, gli scorsi 3 e 4 gennaio.
Il cast tutto spagnoleggiante ha inaugurato il nuovo anno 2026 con una gittata di energheia pura con in testa Sergio Bernal e la sua compagnia di danza, la Sergio Bernal Dance Company con la quale ha danzato una trascinante versione del Boléro di Maurice Ravel, a firma del coreografo Rafael Aguilar.
Tra le agitate performance della bata de cola (il vestito delle bailaoras di flamenco), i taconeo e zapateo (il ritmico battere sul suolo del tacco e della scarpa), il ticchettio delle nacchere, l’arpeggio delle chitarre e i penetranti canti gitani, appare, solo e come una visione dalle ombre, Eva Yerbabuena, Jesús Carmona e José Maya, accompagnati dai loro personali musicisti: guitarristas, percusionistas e tocaores.
Si inizia con un lento ondeggiante e romantico canto della cantaora Sandra Carrasco insieme al chitarrista, David de Arahal: il primo numero è la Milonga del melón sabroso, che è seguito dal secondo Fandanguillos del S. XXI entre mis manos. Ci fanno addentrare nel buio delle notti spagnole.
José Maya, solista, presenta due numeri affascinanti e dalla modernità traslucida al flamenco, in un mixing, sia musicale sia per figurazioni, all'elettropalpito: Latente e Color sin nombre. Insieme a Bernal, il piu' applaudito, per un vigoroso passo che fa tremare il palco come se fosse un tappetino, mentre sconquassa le signore delle prime file.
Sergio Bernal balla prima da solo con Obertura, su sua coreografia e musica di Coetus: uno sciabordio in black di estenuanti battute di tacos che fanno l'occhiolino a questo tremendamente misterico ballerino che nella sua algidità esprime in tutte le sfumature di un colore interno e vibrante. Ritmica possente e grande attenzione ai dettagli ed ai ritorni dalle pirouette.
L'altra eclatante coreografia che vede Sergio Bernal con la sua compagnia, la Sergio Bernal Dance Company è il celeberrimo Boléro di Maurice Ravel, che Maurice Bèjart ha danzato nel 1960 rendendola iconica, tuttora è la piu' strabiliante delle sue prime coreografie.
Sergio Bernal è il mentore prima, ed il deus ex machina poi, di una compagnia di ballerine, tre in rosso e tre in arancio - vestiti di velluto tipicamente da flamenco, con ventaglio di piume nere e nacchere - le cui figurazioni comprendono dei panchetti di legno con cui loro danzano, mimando l'interno di un'osteria. Giungono poi anche sei danzatori, che Bernal guida, indirizza e con cui danza a volte in sincrono, altre quasi in contrasto. Eccezionale coreografia, questa di Rafael Aguilar, fervida di idee che hanno fatto esplodere il punnlico in un lunghissimo applauso prima dell'usuale Fin de fiesta, con la chiamata sul palco di tutti gli artisti.


