- Articolo di:Teo Orlando
Il concerto che la IUC ha ospitato martedì 31 marzo 2026 nell’Aula Magna della Sapienza, affidato a Veronika Eberle e Dénes Várjon, aveva un disegno programmatico di rara intelligenza: due rapsodie di Bartók, alternate a due sonate di Ludwig van Beethoven e di César Franck, con una disposizione quasi a "canone inverso": ossia, la prima rapsodia di Bartók viene posta all'inizio, a introdurre Beethoven, mentre la seconda a metà, come preludio simbolico a Franck. Simbolicamente, costituiscono, le quattro composizioni, una piccola storia del duo per violino e pianoforte fra Vienna, Budapest e Parigi: dalla Rapsodia n. 2 BB 96a SZ 89 di Bartók si passava alla Sonata op. 47 “A Kreutzer” di Beethoven; dopo l’intervallo, era il turmo della Rapsodia n. 1 BB 94a SZ 86 e della Sonata in la maggiore di César Franck.
Liminal a Mantova. Fotografare la soglia dell'essere
In una sala terrena della Casa di Andrea Mantegna in via Acerbi, col camino dagli imponenti modiglioni in marmo rosso, ha avuto luogo la vernice della IV Biennale della Fotografia Femminile (BFF) organizzata a Mantova dall’Associazione La Papessa. La Biennale è il primo Festival Internazionale dedicato al lavoro delle fotografe. L’Associazione ha sede in via fratelli Bronzetti ed è composta da alcune fotografe, artiste, esperte di comunicazione visiva; prende il nome da una carta dei Tarocchi, donna dal potere spirituale e temporale, trasmettitrice di conoscenza.
La Biennale, giunta alla sua quarta edizione, ha quest’anno il titolo LIMINAL (in inglese), che fa riferimento ad un luogo di passaggio da attraversare, una situazione ambigua e di mutamento, un viaggio affrontato spesso senza conoscerne il punto d’approdo.
Tra il 6 e il 29 marzo in alcune prestigiose Cornici della cultura mantovana come la Casa di Andrea Mantegna, la Galleria Disegno, lo Spazio Arrivabene 2, la Casa del Pittore, la Casa di Rigoletto, si terranno le mostre fotografiche di importanti fotografe a livello internazionale. La Biennale collabora con il Fotofestival Lenzburg in Svizzera, assegna il premio Musa per donne fotografe, istituisce il Circuito Off dedicato alle fotografe emergenti. La disabilità viene raccontata autenticamente in un progetto dal titolo Non c’è limite al limite. Nell’ambito della Biennale, numerosi sono i Talk gratuiti alla Casa del Mantegna, nei sabati e nelle domeniche del mese di marzo. Nella stessa sede si terranno due Laboratori didattici per l’Infanzia, gratuiti, nel fine settimana di metà marzo. Presso il Palazzo del Plenipotenziario di piazza Sordello si terranno alcuni Workshop fotografici con numero chiuso di partecipanti e le Letture Portfolio per fotografi che vogliano confrontarsi con professionisti del settore.
L’allestimento floreale è stato curato da I fiori di san Lorenzo di via Bertani (grande architetto mantovano), la parte culinaria è stata approntata da Levoni di Castellucchio.
Prima di incontrare le opere esposte nelle sale attigue, l’uditorio ha seguito in partecipe silenzio gli interventi della Presidente dell’Associazione, la fotografa Anna Volpi, della direttrice del Festival Alessia Locatelli, dell’Assessora Chiara Sortino.
Anna Volpi ha raccontato come il Festival nasca dall’impegno appassionato dei membri dell’Associazione, con l’intento di far nascere domande e curiosità, per trasmettere conoscenza. Alessia Locatelli ha parlato del tempo necessario a trovare il Tema per un Festival, per preparare mostre di qualità. Le fotografe sono state selezionate per mettere in mostra tutti i linguaggi della fotografia. Raccontano il mondo, sollevano questioni, percorrono il fil rouge del Tema; attraverso l’obiettivo scandagliano il momento in cui viviamo, le sue storie personali o collettive. La direttrice ha spiegato poi il concetto di Liminale, dal latino ‘limen’, soglia tra un passato disgregato ed un orizzonte senza costruzioni, momento di passaggio sovrapponibile a quello che stiamo vivendo ora. Il caos della Soglia può portare ad illuminazioni o ad altre situazioni che pullulano nella pancia del mondo. Le artiste in mostra, ha concluso Locatelli, provengono da tutte le latitudini; vi sono tematiche diverse tra cui il Corpo (il corpo esterno, il corpo intimo, il corpo che si muove all’interno della società), l’Ecologia (nelle ricerche di Gaia Squarci), la Geopolitica. Chiara Sortino ha messo in luce i traguardi raggiunti dalla Rassegna nel corso delle sue edizioni, che l’hanno resa un punto fondamentale all’interno della Cultura mantovana.
Le quattro fotografe in mostra presso la Casa del grande pittore padovano sondano il concetto LIMINAL da punti di vista diversi, offrono alcune sfaccettature di questo poliedrico Tema.
Mackenzie Calle, fotografa statunitense nata nel 1994, residente a Brooklyn, impegnata come Explorer per National Geographic, presenta una selezione di opere dal titolo THE GAY SPACE AGENCY. L’artista è irriverente e critica, lavora con fotomontaggi e materiale di archivio per denunciare la discriminazione delle persone omosessuali nella NASA. In queste opere lo spazio, il luogo più liminale di tutti, è la metafora di una storia oscura, da scrivere nel libro nero dei diritti violati. Secondo l’astronoma Sally Ride: ‘Non puoi essere ciò che non vuoi vedere’. Nell’immagine manipolata di una proiezione al National Air and Space Museum, dalla cavea buia della Sala molte persone sedute osservano il primo piano di un audace bacio alla francese di due ragazze. ‘La tomba di Franklin Kameny’, un attivista astronomo licenziato dal governo federale negli anni ‘50 a causa del suo orientamento sessuale, è fotografata dall’alto: una lapide posata tra l’erba, col nome dell’uomo tra petali di fiori rosa, piccolo vivace tarassaco, due conchiglie simbolo di fertilità, femminilità, rinascita. Affascinante la fotografia ‘Immaginare astronauta queer sulla Luna’ dove il detto astronauta posa nella rossa tuta spaziale di fronte ad un pietroso declivio d’ombra, con la testa che aggalla nella sinistra galassia oscura, sparsa di puntiformi infinite stelle.
Keerthana Kunnath, artista visuale e fotografa tra India e Londra, è nata nel 1995 nel Kerala, a sud del suo Paese. L’artista lavora a documentari e fotografie artistiche, si focalizza su identità e femminilità. Le donne che ritrae, spesso in abiti tipici, qualche volta in primi piani di membra ed arti, sono immerse negli spazi del suo paese: si vedono l’oceano gagliardo di flutti, la terra rossa, le verdi palme, le costruzioni del vernacolo, gli specchi d’acqua. Gli scenari sono familiari, i corpi femminili sono scolpiti dalla forza. I fisici muscolosi non sono conformi agli abiti femminili, ma l’artista nella sua opera racconta che la forza è femminile. La sua mostra ha il titolo NOT WHAT YOU SAW, perché quest’energia è autodeterminazione della donna, oltre il mito della bellezza. ‘Con un po’ di dolore’ presenta la lunga bruciatura sul possente avambraccio di una donna in tenuta sportiva. Sfocato, sul fondo, l’oceano con le creste schiumose delle onde, il verde e il blu intenso delle acque. La fotografia ‘Mamma e papà’ presenta il primo piano di un avambraccio con pugno chiuso, recante il tatuaggio ‘Mum and Dad’, sbalza il ricordo indelebile della famiglia.
Il progetto documentario di Barbara Peacock (fotografa americana nata nel 1954), con il titolo di AMERICAN BEDROOM, è una serie di ritratti di personaggi o coppie nei loro spazi intimi. I corpi sono spesso delineati nelle loro nudità, mostrano la loro intima storia fatta di età, tatuaggi, cicatrici. L’autrice mette in luce le idee delle persone, la loro ricerca di equilibrio e di serenità, la loro posizione verso il mondo - in una parola la loro filosofia - e passa in rassegna le forme e gli oggetti di queste Weltanschauungen. La stanza da letto rappresenta per la fotografa il luogo della catarsi, il microcosmo privato. Lei immortala etnie e provenienze sociali diverse, istanti che si dissolvono immediatamente dopo, oggetti densi di significati sconosciuti che raccontano tuttavia qualcosa degli abitanti. Nell’opera ‘Cai e Claire - 28 e 29 anni, Bliss, Idaho’ i due personaggi di bellezza efebica compongono un elegante fregio sotto la curva del lenzuolo senape che ne occulta l’intimità ma lascia scoperta la cicatrice di una mastectomia, forse decisa per trovare pace, per approdare ad un benessere anelato. Questa equilibrata composizione potrebbe ben rappresentare Paolo e Francesca all’Inferno. La piccola ‘Claire - 3 anni, Atalanta, Georgia’ è ritratta allegra sul lettone dai pomoli in cristallo sfaccettato, in una stanza dei sogni in rosa. Ci sono passeggini, fiori-cuscino, orsetti, e sulla parete un quadro orizzontale con la scritta ‘Little Princess’. ‘Betty - 88 anni, Sweden, Maine’ è su un divano con una bambola e un unicorno rosa di peluche, sul tavolino un grande paralume di porcellana. Alla parete alcune foto della giovinezza e col marito. La donna, capelli in disordine, sta gustando in estasi una sigaretta. Il volto ha una espressione risolutiva - è solcato dalle rughe ma ha trovato un equilibrio - e la didascalia spiega che ‘Mio marito è morto, ora posso fumare in casa’. ‘Chloe - 18 anni, Lake Worth, Florida’ è ritratta senza vestiti, di spalle, seduta a suonare la batteria nella sua stanza. ‘Molti mi considerano un’anima antica’, racconta sulla didascalia. La ragazza usa le percussioni per andare oltre le parole. Tra gli oggetti, la bandiera USA alla parete, l’orsetto Winnie, una riproduzione di un olio su tela del surrealista Salvador Dalí: ‘Il Torero allucinogeno’ del periodo della ‘Mistica nucleare’.
La fotografa americana Imogen Cunningham (Portland 1883 - San Francisco 1976), per inciso nata nell’anno della morte di Richard Wagner e morta nell’anno del centenario del ‘Ring’, unisce nella sua esperienza l’arte tedesca degli anni ’20 e la sensibilità della fotografia USA. Indipendente sperimentatrice, è una donna di frontiera che va oltre le convenzioni artistiche e trasfigura il mondo con lo sguardo. L’opera ‘Lei e la sua ombra #2’ del 1931 rappresenta un giovane corpo femminile rilassato, con un seno proteso tra l’arco dell’ascella e il rettilineo del femore. L’ombra ricalca il sensuale profilo, si spezza sul capezzolo, si biforca sulle pieghe del ventre. Il bianco e nero fa risaltare la plasticità della figura legandola a doppio filo con la statuaria greca: ad esempio vengono alla mente l’Afrodite cnidia di Prassitele, nella copia romana conservata al Museo Pio-Clementino, e l’Afrodite di Milo del Louvre. La ricerca dell’artista è estremamente elegante nella ripresa di altre forme organiche, come il ‘Germoglio di magnolia’ degli anni ’20 o la ‘Colletia Cruciata #7’ del 1929 - pianta esotica originaria dell’Uruguay - dove l’articolata e armoniosa geometria ortogonale delle spine acuminate aggetta nel buio e trova sintesi nella penetrante ombra proiettata sul trapezio di luce a manca. Stupenda questa artista.
Dopo la mostra, oltre la lunga anticamera della Casa, oltre l’arco del portale, nella luce emergeva la chiesa di san Sebastiano, capolavoro di Leon Battista Alberti, con i rettangoli aurei, gli archi a pieno centro, il timpano. Il portico con la teoria laterale di colonne lentamente divorate dall'ombra.




