L'Ultimo dei Vichinghi. Il mito nordico incontra il grand-guignol

Articolo di: 
Livia Bidoli
Mio fratello è un vichingo

L'ultimo vichingo (Den sidste Viking), ovvero Mio fratello è un vichingo, poichè in italiano hanno tradotto così il titolo del nuovo film di Anders Thomas Jensen, noto scneeggiatore e regista danese, io me lo ricordo per lo struggente Le mele di Adamo, del 2005, con protagonista Mads Mikkelsen, come questa volta, in cui interpreta il fratello "strano" di Anker, Manfred, che ad un certo punto si dissocia da sé stesso e crede di essere John Lennon.

Il titolo originale, L'ultimo vichingo, lo preferisco perchè, anche se quello italiano è ironico e per questa volta, ben traduce il nodo metaforico della vicenda, quello originale parte da un bel fumetto animato mitologico e riadattato modernamente molto interessante proprio a livello antropologico

Poi spiegheremo meglio perché ci interessa il livello mitico, intanto di nuovo sottolineiamo che il film di Jensen vede uno dei suoi attori culto, appunto Mads Mikkelsen ed anche suo fratello Anker, il protagonista interpretato da NIkolaj Lie Kaas, eccezionali nei loro ruoli di fratelli molto stretti nella loro relazione sebbene appaia che l'uno (Anker) si serva dell'altro per i propri (loschi) scopi.

Mio fratello è un vichingo è quindi una commedia efferata che si muove con sicurezza tra registri diversi: il gotico della vecchia casa di famiglia nel bosco, il noir venato di grand-guignol e una violenza à go-go che non rinuncia mai all'autoironia. Il termine "black humor" potrebbe sembrare abusato, eppure in questo caso calza a pennello.

La storia prende le mosse da una rapina. Anker, fratello di Manfred — entrambi danesi, in una Danimarca che come altri film ambientati lì, rivela i suoi profondi legami con la Svezia e più in generale con la penisola scandinava — finisce in prigione. Quando ne esce dopo quindici anni, trova il fratello Manfred profondamente cambiato: convinto di essere John Lennon, rifiuta di rispondere a qualsiasi altro nome, pena il lanciarsi dalla finestra, dall'auto in corsa o da qualsiasi spazio in cui si senta in qualche modo circoscritto.

Ma il film non si esaurisce nella sua trama criminale. Al contrario, ha molto a che fare con le strutture antropologiche antiche, e lo rivela fin dall'inizio attraverso una sequenza animata citata sopra, che per uno studioso di antropologia risulterebbe di straordinario interesse. Il materiale antropologico cui mi ha fatto pensare proviene in larga misura da René Girard e dal suo libro su Il capro espiatorio (Le bouc émissaire), testo che chi scrive ha studiato direttamente: e guardando il film, il riconoscimento è immediato. Vi si ritrovano i meccanismi del sacrificio collettivo, della vittima che unifica il gruppo, del capro espiatorio come fondamento celato dell'ordine sociale — sebbene il film li rielabori e li "trucchi" con mano libera ed inventiva.

La sequenza animata racconta di un figlio del capo vichingo - che fa riferimento a Baldur o Baldr, figlio di Odino e Frigga (anche chiamati Wotan e Freya) che viene ucciso con uno stratagemma nel mito vero e proprio - che perde un braccio in guerra. Per non farlo sentire diverso — in un gesto che oggi chiameremmo di inclusione, ma che porta alle estreme conseguenze logiche — vengono amputati i bracci a tutti gli altri membri del clan, con una menomazione generale che diventa l'incipit di una catena simbolica destinata a sciogliersi solo nel finale. Non sveleremo come: lasciamo il mistero ai lettori. Ciò che possiamo dire è che questo episodio si aggancia perfettamente al tema del sacrificio rituale — il bambino che perde il braccio come vittima e divinità insieme, gli altri sacrificati per non farlo sentire diverso — e che nel corso del film tale meccanismo viene trasformato in qualcos'altro che, con un po' di attenzione ai dettagli, è possibile riconoscere.

Le storie si intrecciano con precisione: quella di Anker e Manfred si incrocia con quella della sorella Freya — nome non casuale, essendo Freya dea del pantheon scandinavo, il Walhalla e moglie di Wotan/Odino; un altro filo che ricollega il film al mito nordico e all'epopea vichinga — e poi con quella di una coppia e di quattro internati che si dilettano a fare i Beatles. La musica, del resto, è una presenza costante: accanto ai Fab Four, gli ABBA fanno capolino come colonna sonora di un'epoca — quella degli anni Ottanta e Novanta — in cui il gruppo svedese era il più celebrato dell'emisfero scandinavo e godeva di un riconoscimento popolare planetario.

Tutto questo ci riconduce all'origine dei miti e ai loro insegnamenti. Il film procede per stadi evolutivi fino ad un finale spettacolare che nessuno si aspetta, e lungo il cammino la personalità di Manfred — con il suo elmo bipenne cornuto — sembra risuonare dell'inconscio collettivo junghiano. Non è una suggestione arbitraria: il copricapo con le corna, presente nella tradizione greca, egizia e latina come simbolo divino e portafortuna, ha un nesso diretto con il labirinto di Cnosso e con la tauromachia. È Manfred stesso, con il suo comportamento e i suoi sentimenti, a dargli un senso preciso all'interno della narrazione.

Nonostante le scene di violenza — che non mancano, e sono tutt'altro che edulcorate — Mio fratello è un vichingo è un film che ha qualcosa da insegnare: a rileggere i miti, a rileggere noi stessi in funzione di un'evoluzione storica e antropologica che ci riguarda tutti, e ad appassionarci alle storie e alle favole che sono il recipiente del nostro inconscio collettivo.

Pubblicato in: 
GN21 Anno XVIII 23 marzo 2026
Scheda
Titolo completo: 

Mio fratello è un vichingo
Titolo originale    Den sidste viking (L'ultimo vichingo)
Lingua originale    danese
Paese di produzione    Danimarca, Svezia
Anno    2025
Durata    116 min
Rapporto    2,39:1
Genere    commedia
Regia    Anders Thomas Jensen
Sceneggiatura    Anders Thomas Jensen
Produttore    Sisse Graum Jørgensen, Sidsel Hybschmann
Casa di produzione    Zentropa, Zentropa Sweden, Film i Väst
Distribuzione in italiano    Plaion
Fotografia    Sebastian Blenkov
Montaggio    Anders Albjerg Kristensen, Nicolaj Monberg
Effetti speciali    Peter Hjorth
Musiche    Jeppe Kaas
Scenografia    Nikolaj Danielsen
Costumi    Rikke Simonsen
Trucco    Louise Hauberg Lohmann

Interpreti e personaggi
Nikolaj Lie Kaas: Anker
Mads Mikkelsen: Manfred
Sofie Gråbøl: Margrethe
Søren Malling: Werner
Bodil Jørgensen: Freja
Lars Brygmann: Lothar
Kardo Razzazi: Hamdan
Nicolas Bro: Flemming
Peter Düring: Anton
Lars Ranthe: padre

Uscita al cinema 26 marzo 2026