- Articolo di:Giulio Migliorini
‘Dite: non foste mai convalescente/ in un aprile un po’ velato? È vero/ che nulla al mondo, nulla è più soave?’ recitava ‘La passeggiata’ di Gabriele d’Annunzio, ed anche me quest’opera singolare ha beneficato. Pelléas et Mélisande, dramma lirico in cinque atti e dodici quadri di Claude Debussy su libretto di Maurice Maeterlinck, rappresentato la prima volta il 30 aprile 1902 all’Opéra-Comique di Parigi, va in scena tra il 22 aprile e il 9 maggio 2026 al Teatro alla Scala di Milano per sei rappresentazioni. Assisto alla seconda, domenica 26 aprile alle ore 14:30. L’Orchestra della Scala è diretta da Maxime Pascal, la regia è di Romeo Castellucci.
Il Maestro e Margherita. La trasposizione cinematografica di Michael Lockshin
Visto il clima di censura che negli ultimi anni si è abbattuto, in modo grottesco e assai discutibile, su qualsiasi cosa potesse rappresentare la Russia in campo sportivo, musicale, cinematografico, teatrale e culturale in senso lato, già il fatto di veder distribuito nelle sale italiane un film con tale provenienza può rappresentare una boccata d'ossigeno, per chiunque abbia conservato un minimo di spirito critico e voglia sottrarsi all'ipnosi collettiva.
Paradosso tra i paradossi, tra i motivi che hanno reso gradita la diffusione del film anche in Occidente vi è l'aura di opera cinematografica critica nei confronti del governo russo, con cui sta circolando e ottenendo consensi Il Maestro e Margherita di Michael Lockshin (o Lokšin, se lo si vuole traslitterare così). Vi sono, inutile negarlo, diversi elementi che sembrerebbero comprovare tale fama: il fatto che il regista – pur avendo la famiglia di origini russe – sia di nazionalità americana, le posizioni critiche da lui espresse riguardo al conflitto in Ucraina, la “scomunica” arrivata dai “falchi” del Cremlino e le parole ancor più dure usate da alcuni deputati di Russia Unita, che bollando il lungometraggio come satanico e anti-patriottico hanno chiesto persino la sospensione delle proiezioni.
Eppure, ed è questo il rovescio della medaglia, la diffidenza delle autorità e dei media ufficiali non ha impedito che il film, la cui produzione era stata comunque avviata nel 2021 e quindi prima della guerra, venisse visto quest'anno da 5 milioni di russi e incassasse oltre 2 miliardi di rubli, ovvero 20 milioni di euro, quasi il doppio di quanto era costato. Ricevendo poi anche in patria il plauso di parte della critica.
Alla faccia dei tanti detrattori aprioristici della Russia di Putin che si annidano nelle redazioni dei giornali italiani, il fatto stesso che un simile successo sia stato reso possibile non andrebbe sottovalutato, specie se si considera che al contempo non in una “galassia lontana lontana” ma nella vicina Ucraina i grandi capolavori della letteratura russa vengono mandati al macero (si assiste a scene terribili e deprimenti, in tal senso, persino in un documentario realizzato da quel versante della barricata, The Invasion di Sergei Loznitsa), le statue di personaggi importanti dell'era sovietica sono rese oggetto di inqualificabili attacchi vandalici, le opposizioni vengono regolarmente zittite, la corruzione dilaga ovunque. Putin “dittatore” e Zelensky portavoce di valori “democratici”? Suvvia, non scherziamo. La realtà è molto più complessa di così o di come ce la vorrebbero mostrare Repubblica e il Corriere della Sera.
Tornando al film, che è poi l'oggetto principale del nostro discorso, questa trasposizione cinematografica del capolavoro (a lungo censurato) di Michail Bulgakov è invero brillante sotto ogni punto di vista e può semmai essere considerata, a nostro avviso, un più universale ed effervescente apologo contro qualsiasi tentazione autoritaria, contro qualsiasi censura del libero pensiero, contro qualsiasi manipolazione delle coscienze. E se ciò ci riporta al presente nella forma che ognuno poi sarà libero di elaborare, secondo i propri parametri, la matrice dell'adattamento cinematografico come pure del romanzo cui è ispirato è in ogni caso molto ben definita: l'Unione Sovietica ritratta negli anni in cui censura, repressione politica, controllo poliziesco ed eliminazioni di massa furono più evidenti e cospicui. Gli anni di Stalin. Tutto questo ci spingerebbe quasi in automatico ad approfondire il parallelo con un'altra produzione russa recente, Il naso o la cospirazione degli anticonformisti di Andrej Chržanovskij, ancor più strabiliante sul piano formale e altrettanto decisa nel rivolgere al defunto regime sovietico uno sguardo tanto pungente quanto amaro e disincantato, ma simili ragionamenti ci porterebbero lontano, alla deriva, rischiando persino di far perdere di vista l'obiettivo al lettore.
Definita così un po' di sguincio una humus socio-politica comune alle due opere, cominciamo col dire che Il Maestro e Margherita riconfigura la già complessa architettura del romanzo di Bulgakov stabilendo nuove connessioni, creando ponti immaginifici, piegando la visionarietà e i toni surreali del racconto a una satira sempre più mordace anche sul piano iconografico, innestando sapide parentesi meta-linguistiche che finiscono per trasformare la narrazione stessa in un elegante gioco di specchi. Vere e proprie “scatole cinesi” in cui i confini tra autore e personaggi diventano ancora più labili.
Nel fluviale lungometraggio di Michael Lockshin, fantasy dalle mille sfaccettature, le coordinate di base del romanzo vengono comunque rispettate: la storia pone anche qui in evidenza una visita “in incognito” del Diavolo a Mosca, capitale del primo stato al mondo dichiaratamente ateo. La trama riflette poi la storia d'amore tra uno scrittore e drammaturgo anonimo (definito il "Maestro") e Margherita Nikolaevna, soffermandosi in particolare sull'ostracismo politico e sulle persecuzioni politiche che costui subisce da parte delle autorità sovietiche degli anni Trenta. A tali vicende s'intrecciano in parallelo sequenze bibliche del processo a Gesù con la figura di Ponzio Pilato in primo piano, scene cioè che costituiscono l'oggetto dell'opera scritta dal Maestro stesso e in procinto di essere messa in scena a teatro, prima che il Sindacato degli Scrittori e altre emanazioni dell'autorità sovietica la proibiscano facendo precipitare l'autore nella depressione e in una latente follia.
Caleidoscopico è l'approccio del regista, non nuovo peraltro ad ambiziose trasposizioni di romanzi celebri (aveva debuttato nel lungometraggio con una sua versione di Pattini d'argento), a un così incandescente materiale narrativo. La stessa “effettistica” che trasfigura la Mosca degli anni '30 rendendola un set archeo-futurista meriterebbe da sola applausi a scena aperta. Lo si percepisce sin dalla geniale sequenza d'apertura, che vede un grigio censore sovietico ricevere la visita di una spettrale e adirata figura femminile, nel proprio appartamento, sulla falsariga di qualche altro topos del cinema fantastico, vedi L'uomo invisibile. Ma Il Maestro e Margherita vive anche dell'energia di personaggi memorabili. Se statuari sono indubbiamente i russi Yevgeny Tsyganov nel ruolo del Maestro e Yuliya Snigir nei panni (spesso discinti) della splendida amante Margherita Nikolaevna, il vero valore aggiunto dell'opera è l'attore tedesco August Dieh, già caro a Zemeckis, Malick, Tarantino e Bille August, che impersona qui il mefostofelico Woland con un carisma ineguagliabile. Un cocktail davvero unico di luciferina intelligenza, velata ironia, sguardi penetranti e beffardi, il personaggio d'ispirazione dichiaratamente faustiana da lui interpretato. E lo ritroviamo non a caso al centro di alcune delle scene più stranianti e pregne di significato del film, come ad esempio la conturbante diatriba teologica ai Patriaršie Prudy, gli stagni del Patriarca, il cui agghiacciante epilogo ha la una tensione interna simile a quella sovente riscontrata nel cinema di Roman Polański.
La sinistra corte che attornia Woland resta ugualmente impressa. Sia i personaggi in carne e ossa che quelli... animati. Una menzione speciale va infatti all'infernale gatto Behemoth, che, sempre grazie ad una calibratissima computer grafica, vediamo mettere a soqquadro Mosca fumando sigari, facendo gestacci e decapitando uomini di teatro insolenti; fino a sacrificare una delle proverbiali “nove vite”, pur di provocare la morale comunista e sfidare il potere sovietico, di fronte al quale si ergerà nuovamente, sardonico e irriverente, non appena risorto davanti agli occhi increduli di qualche ottuso bolscevico.



