Mahler a Dobbiaco 2026. Cacciari e l'inizio del caos

Articolo di: 
Giulio Migliorini
Mahler a Dobbiaco

Nella sala degli Specchi, al primo piano del Grand Hotel di Dobbiaco, il 18 luglio alle ore 15:30 assisto ad un incontro con Massimo Cacciari, filosofo e socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, sul tema dell’Inizio, che si inserisce tra i concerti dell’Orchestra Beethoven di Bonn dedicati alla prima sinfonia di Beethoven e alla prima sinfonia di Mahler. Il filosofo parla di archè, come inizio e come comando, l’elemento che dà principio alle cose e anche quello che le comanda, che ne ordina e dispone il divenire. Si tratta non di un creatore, ma di un ente libero che nessuna necessità (ananke, forza suprema a cui sottostanno uomini e dei) costringe a creare. Il convegno è a cura del Prof. Federico Celestini dell'Università di Innsbruck.

"Archè", prosegue Cacciari, "non è determinato o determinabile, ma da esso nascono tutti gli enti determinabili; esso precede tutte le cause finite che spiegano i mondi. Come può avvenire questo? Per i credenti gli enti determinabili vengono da un Creatore (nelle lettere paoline Dio si svuota, generosamente si ritira per dar modo a noi di esistere). Per la filosofia invece c’è un abisso tra infinito divino e indeterminatezza degli enti finiti, che sono eterni e sempre in trasformazione, non muoiono ma mutano continuamente. Secondo Anassimandro l’archè è l’apeiron, un principio senza termine né confine, da cui tutto deriva."

La crisi linguistica alla fine del XIX secolo è dovuta alla consapevolezza che le cose possono sfuggire ai nostri tentativi di denominarle con parole. Spiega Cacciari che le parole hanno autonomia e bellezza intrinseca, diventano musica, si rivolgono all’apeiron originario, accedono alla spiritualità, e che lo Streben è nostalgica tensione verso un suono originario, un inizio che è nel silenzio, pianissimo inaudibile.

"I suoni", prosegue il filosofo, "sgorgano dal suono del silenzio, e caos è il nome greco di questo inizio. Caos è l’opposto di disordine, è l’aperto, das Leere: il vuoto (che non è un fondamento, ma il posto per mettere un fondamento). Caos è oltre l’essere e il non essere di Parmenide, come aveva capito Platone, come nelle tradizioni induiste. Il caos contiene una energia germinale, è grembo, contiene molti enti finiti, è il luogo senza limiti in cui ci troviamo e diveniamo. Noi siamo all’aperto, in relazione con il caos, e ogni nostra parola è nostalgia verso di esso. Nella Teogonia di Esiodo, il caos è prima di ogni ente e di ogni dio. Caos è ciò che abbraccia quello che conosciamo dell’universo e ciò che non conosciamo: per i cosmologi il prima della prima frazione di secondo in cui calcoliamo il divenire dell’universo, e l’infinito che ignoriamo."

Si chiede il professor Cacciari, se non ci fosse l’aperto dove saremmo? L’aperto non ha confine, è l’inizio, è lo sfondo in cui ci proiettiamo costantemente. Esso non diviene, mentre gli altri esistono nel suo fondale, senza poggiare su alcun fondamento. Il vuoto costituisce l’esistenza, è il vuoto della soglia da oltrepassare, come nell’esperienza drammatica di Kafka, come in Musil: l’essenza dell’anello è il vuoto, è la relazione col vuoto. La nostra esperienza è commista al vuoto, alla pausa prima del suono. Ogni suono è in relazione col silenzio, e la casa è costituita dal vuoto, si avvicina al caos.

L’osservazione che giunge verso il termine dell’interessante conferenza è che noi cerchiamo di cancellare il vuoto perché abbiamo paura di esso, chiudiamo porte e finestre per non confrontarci con il caos. Siamo insicuri, temiamo il nemico, tendiamo a farci monadi, a rimuovere l’idea dell’Inizio e del caos vuoto dalle nostre quotidiane esperienze. Fare grumo è la nostra difesa dal nemico, come la talpa della novella di Kafka.

"Caos", conclude il professore, "è il nemico del disordine, della confusione delle menti. È il luogo aperto in cui le differenze si confrontano, dialogano tutte assieme, e ognuna sa di non essere il tutto, di aver bisogno di un rapporto con l’altro, di essere in relazione. Tutto ciò di cui facciamo esperienza è nell’inizio caos. Poi attraversiamo una soglia della vita, facciamo silenzio, ascoltiamo dei suoni. L’idea del caos è un buon farmaco, contro una cultura che voglia fare della nostra casa un fortilizio, del nostro discorso una logorrea senza pause, senza silenzio."

Il concerto che segue immediatamente la conferenza, alle ore 18:00 nell’attigua Sala Gustav Mahler, vede la partecipazione della prestigiosa Orchestra Beethoven di Bonn, del suo direttore Dirk Kaftan, del violinista Jonian Ilias Kadesha. Il primo numero del programma è l’Overture The Sea Hawk di Erich Wolfgang Korngold. L’autore, amato da Strauss e Mahler e già attivo a Hollywood nel 1934, dopo l’Anschluss del 1938 fu costretto all’esilio americano. La stagione americana fu per lui densa di lavoro nell’ambito della musica da film, e Lo sparviero del mare è un lungometraggio del 1940, propagandistico a favore degli Alleati. Questa Ouverture è un brano sorprendente per la modernità e i saldi legami che mantiene con il romanticismo e la musica di fine dell'Ottocento. L’inizio è plasmato in una potente illuminante immagine sonora, cui segue una fanfara di ottoni accompagnata dai timpani e dagli archi. Poi la compagine si scioglie in un grande cantabile degli archi, con i flauti a gettare gli spruzzi delle onde sul mareggiare dell’orchestra. Nella voce distesa dei violini si indovina una bonaccia, suggerita anche dal suono brillante della celesta. Il tema enunciato acquista in seguito vigore, e sembra emergere dalle onde come ali di sparviero, si traduce in una fantastica melodia che porta al fortissimo finale. L’esecuzione dell’Ouverture è di forte brillantezza e spicco emotivo, coglie la parte europea di questa bellissima musica.

Il primo tempo del concerto per violino e orchestra di Korngold, Moderato nobile, inizia con un intimo canto del solista, che esegue una breve cadenza, con una ripresa di tutta l’orchestra. Il violino dialoga con gli altri strumenti, è poi meravigliosa la voce del corno solo che sembra sorgere da spazi lontanissimi. Il secondo tempo, Romanze (Andante) è aperto dal tema trattenuto e brillante dei violini, sembra un mattino d’inverno, dove la melodia del solista si incida come una linea sul ghiaccio. Il legato impeccabile degli archi su cui si intaglia la bellissima melodia dei violini è come un parlare, perorare, supplicare. Il Finale (Allegro assai vivace) è esposto dall’orchestra e ripreso dal violino. Segue una melodia dell’orchestra, un passaggio di bravura del solista, un gioioso ascendere ad elica degli archi. Dopo l’intervento di tutta l’orchestra, giunge la cadenza decrescente del violino. Al tema grandioso degli archi e dei legni, si contrappone la dolcezza solistica di un addio. Il solista, chiamato alla ribalta, riceve ovazioni e applausi vivissimi. Offre al pubblico un bis, un brano di Nikos Skalkottas, un pezzo veloce e dissonante che ricorda Arnold Schönberg, un tema ripreso con variazioni, staccato prezioso, diminuendi, sottovoce e scherzo finale.

La prima sinfonia di Gustav Mahler inizia con una vibrazione, Langsam. Schleppend. Wie ein Naturlaut (Lento, trascinante. Come un suono di natura) un pedale di la disteso su sette ottave negli archi che indica una strada. Secondo Theodor W. Adorno è il suono di un logoro sipario che sale. Gli intervalli di quarta indicano la Natura. Il suono dei legni è sorpreso da una fanfara lontana. Sul fondale dei contrabbassi torna come un vecchio amico il tema di Ging heut’ Morgen übers Feld, Questa mattina andavo per i prati, il secondo dei Lieder eines fahrenden Gesellen, i canti di uno in cammino. È la commovente gioia della gioventù, l’esuberanza. Gli strumenti entrano in un controluce sopra il quale si ode il tinnire del triangolo, il suono primaverile dei flauti. L’anima si muove verso le cose alte, le domande della vita. Si ode il cadenzare dell’arpa, la parola incalzante dei violoncelli, che sono fantastici. Si tocca il suono caldo delle viole, si seguono con lo sguardo i riflessi degli ottoni, che sulla superficie a quadri intagliati di geometrie stellari del soffitto passano come bagliori ultraterreni. Gli strumenti respirano assieme nella bellissima melodia dello Scherzo, Kräftig bewegt, doch nicht zu schnell (Vigorosamente mosso, ma non troppo presto) ancora una volta preparata dalle voci gravi dei contrabbassi, e questa volta anche dei violoncelli. Bello è udire il suono delle trombe e dei corni in sordina, la voce dei violini, l’urgenza degli ottoni, il richiamo del corno, le movenze dei violini infiorate dall’oboe.

La marcia funebre del terzo tempo, dove il tema della canzone popolare Bruder Martin è staccato in tono lamentoso, principia con i palpiti accorati dei timpani, il contrabbasso solo, a cui si aggiungono i fagotti, i violoncelli e le viole. Bellissimo è il controcanto dell’oboe, e il pizzicato degli archi. Il movimento si richiama alla nota immagine del funerale del cacciatore col corteo degli animali che lo piangono. Quando si ode il suono dell’arpa, la luce del sole filtrata dalle fronde giunge alle nostre palpebre, e ciascuno si sente fratello dello sfortunato che dorme lungo la strada, e il Lindenbaum, il tiglio, copre con le sue fronde un pianto che si è trasformato in sonno per la fatica. Il riferimento è al Lied Die zwei blauen Augen von meinem Schatz, I due occhi azzurri del mio Tesoro. Il quarto tempo Stürmisch bewegt. Energisch (Tempestosamente agitato. Risoluto) si apre con le vibrazioni dei timpani e degli ottoni, che menano al vortice sonoro tutta l’orchestra. Si ode la voce della tromba, lo svettare dei flauti, l’oro dei piatti, l’urgenza dei violini. I ventagli di suono fuggente sono trattenuti dal rullo di morte dei timpani. In questa musica si ode la forza vitale che sfugge alla morte. L’accorata melodia dei violini è un pianto e una speranza. Grande è il loro suono, assieme a quello dolente dei corni e alle note gravi delle viole. Tutto sembra spegnersi, ma un crescendo lontano prende forza come una eco ultraterrena. Come un fuoco, un crescendo accende timpani e piatti, è coronato dal rullo dei timpani, dal famoso colpo di frusta dei violini, un momento potentissimo e indimenticabile, e dall’assieme, con i sette corni che si alzano in piedi, con la chiusura precisa e festante. Applausi, anche ritmati, per tutti gli artisti.

Tra il pubblico, raccolgo l’impressione del Maestro direttore d’orchestra Massimiliano Donninelli: ’Eccellente performance, con grande partecipazione dell’orchestra stessa. Ho sentito appieno la grande intensità dell’orchestra di Mahler. Idea che hanno voluto trasmettere: nella drammaticità c’è sempre una risposta, la gioia, il rischio della ricerca. L’esecuzione è stata fortemente voluta come una grande architettura di confine di un’epoca meravigliosa e sempre viva in particolare modo grazie a questo Festival Mahler’.

Il concerto del 21 luglio alle ore 18:00 presso la Sala Gustav Mahler di Dobbiaco, articolato in due parti di quattro numeri ciascuna, è dedicato a Strauss e Mahler. L’orchestra Haydn di Bolzano e Trento (che per la serata accoglie anche alcuni strumentisti dei Conservatori di queste città) è diretta da Michele Mariotti, solista è il soprano Hasmik Torosyan. I Vier letzte Lieder (Quattro ultimi Lieder) TrV 296 (AV 150) composti nel 1948 da Richard Strauss, sono eseguiti con dedizione e amore da direttore, orchestra e solista. Questa musica è una rosa del tardo romanticismo fiorita tardi, i suoi accordi hanno il profumo dei fiori essiccati all’apertura di un vecchio cassetto: nostalgia, solitudine, addio. Il tema della morte è punto d’incontro dei due grandi di fine Ottocento.

Frühling, Primavera, su testo di Hermann Hesse come i successivi due Lieder, è un canto segnato da una primavera effimera resa straziante dalla voce del soprano e dalla prestigiosa orchestra. September, Settembre, ha l’oro degli archi e dei fiati, che disegnano curve melodiche dai bordi frastagliati, doppiate dalla bravura seducente di Torosyan, candida nello splendido abito di velluto nero con mantello in tulle.

Beim Schlafengehen, andando a dormire, lascia spazio ai pensieri che avvolgono la stanza in cui stiamo per coricarci, e che la voce esprime, e dove il violino solo ne prende il posto quando sono inesprimibili. Del resto la parola, come ci ha ricordato il professor Cacciari, anela a farsi musica. Sublime l’esecuzione di tutti i Lieder, che culmina nell’ultimo, Im Abendrot, nel rosso del crepuscolo, su testo di Joseph von Eichendorff, un pezzo questo di una bellezza e di una commozione abissali, dove una coppia cammina sopra un terreno scosceso, ci sono due allodole che cantano, ci si chiede se sia questa forse la morte (Ist dies etwa der Tod?) e la musica decresce, si spegne, cade nel silenzio.

L’ultima delle Wunderhorn Symphonien, la Quarta, dal suono cameristico, completata nel 1900 da un Mahler segnato da un’infanzia e da una giovinezza dolorosa con la morte di molti fratelli, è condotta da Michele Mariotti col passo spedito e brillante con cui ha diretto Verdi e Rossini, ma anche Wagner. La bellezza della partitura è esaltata dagli esecutori, con i particolari cesellati in seno al potente disegno dei movimenti, come a foglia d’oro in un ciclo di pannelli dai colori squillanti.

All’inizio (Bedächtig, nicht eilen, recht gemächlich riflessivo, senza fretta, con molta calma) martellano le sonagliere e i flauti, sono le famose 24 quinte vuote con acciaccatura delle prime tre battute, che forse rappresentano la verità. Nel tema che segue, esposto dagli archi e poi dai legni, c’è probabilmente il sogno, in tonalità maggiore (Quirino Principe, Mahler. La musica tra Eros e Thanatos, Bompiani, 2003, pag. 663), e questi due estremi permeano i primi tre movimenti della sinfonia, dove l’Autore vede la serenità di un mondo superiore ed estraneo, con dentro qualcosa di orrido. Si fanno strada la voce gelida dei flauti, gli splendidi assoli dell’oboe, del corno, i battiti del tamburello, delle percussioni. Nel secondo movimento (In gemächlicher Bewegung, ohne Hast, con movimento tranquillo, senza fretta) fanno presa la canzone dei legni sul mareggiare degli archi, e il pungente violino solista di Freund Hein, la Morte violinista.

Il terzo movimento, Ruhevoll (poco adagio), è un adagio costellato di musica sublime, ma algida, con un tema cantabile che sembra immerso nel quotidiano, rotto dall’entrare dell’oboe, dal corale dei corni. Tragico è l’effetto dei corni e delle trombe in sordina, mentre lo scherzare degli strumenti è una maschera sopra un inevitabile destino. Tutto si spegne in una luce quasi ultraterrena nel suono dell’arpa e in una lunghissima nota cui segue il silenzio e da cui sorge l’ultimo movimento (Sehr behaglich, molto piacevolmente), che descrive il Paradiso nella mente di un uomo che si avvia alla morte e pensa a quando era bambino. Torosyan, in sontuoso bianco luccicante, esegue a regola d’arte, con una voce di bellezza strumentale, questo Lied (Das Himmlische Leben, la vita celeste) che risale al 1892, dai difficili attacchi, dove la gioia del canto è smentita dal dolore della musica. Rimane una speranza, che lotta col progressivo ripiegamento nella tristezza. Al termine dell’esecuzione, applausi calorosi e molte chiamate alla ribalta per Mariotti e Torosyan.

Nella sera, se guardiamo verso la montagna dalla parte di Dobbiaco Nuova, ecco il profilo del Gigante che dorme. Il suo volto gentile e inazzurrato, dal naso tozzo e dalle guance floride, sempre è rivolto alle stelle. E il suo lieve respiro attraversa i secoli.

Pubblicato in: 
GN40 Anno XVIII 3 agosto 2026
Scheda
Titolo completo: 

45ª edizione delle Settimane Musicali Gustav Mahler 
Dobbiaco/Toblach dall'11 luglio al 5 settembre 2026
"L'inizio"
Centro Culturale Grand Hotel ed altri luoghi sotto le Dolomiti

Sabato 18 luglio 2026, ore 15:30, Sala Specchi del Grand Hotel di Dobbiaco
Conferenza del professor Massimo Cacciari
Moderatore: prof. Federico Celestini (Università di Innsbruck e Gustav Mahler Research Centre)

TEMA
Dell'Inizio
Massimo Cacciari, filosofo e professore emerito di Venezia, affronta Beethoven e Mahler da una prospettiva filosofica richiamandosi alla sua opera principale "Dell'Inizio" (1990/2001).

Sabato 18 luglio 2026, ore 18:00, Sala Gustav Mahler del Grand Hotel di Dobbiaco

ORCHESTRA BEETHOVEN DI BONN
DIRK KAFTAN, DIRETTORE
JONIAN ILIAS KADESHA, VIOLINO

PROGRAMMA

Erich Wolfgang Korngold (1897–1957)
Ouverture da "The Sea Hawk"
Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35
Gustav Mahler (1860–1911)
Sinfonia nr. 1 re maggiore. 

Martedì 21 luglio 2026, ore 18:00, Sala Gustav Mahler del Grand Hotel di Dobbiaco

ORCHESTRA HAYDN DI BOLZANO E TRENTO
MICHELE MARIOTTI, DIRETTORE
HASMIK TOROSYAN, SOPRANO

PROGRAMMA

Richard Strauss (1864-1949)
Quattro ultimi Lieder AV 150
Gustav Mahler (1860-1911)
Sinfonia nr. 4 sol maggiore
INFO
In collaborazione con i Conservatori F. A. Bonporti di Trento e C. Monteverdi di Bolzano.