Mahler a Dobbiaco. Massimo Cacciari rilegge Karl Kraus

Articolo di: 
Teo Orlando
Photo by Livia Bidoli

A suggellare culturalmente le settimane Mahler di Dobbiaco, quest'anno, in un irripetibile connubio tra musica, letteratura, arte e filosofia, ha fatto la sua comparsa il filosofo Massimo Cacciari, che sabato 19 luglio, nella Sala degli Specchi del Grand Hotel di Dobbiaco, ha tenuto una mirabile conferenza  su "La Grande Guerra di Karl Kraus".

Cacciari non è certo nuovo rispetto a questi argomenti. Se ne era occupato in alcuni affascinanti saggi compresi in un libro dal titolo già di per sé enigmatico, Dallo Steinhof. Prospettive viennesi del primo Novecento (Milano, Adelphi, 1980), nonché nel libro che lo rese famoso, ossia Krisis. Saggio sulla crisi del pensiero negativo da Nietzsche a Wittgenstein (Milano, Feltrinelli, 1976). Karl Kraus, scrittore, giornalista, filosofo e testimone della crisi dell'umanità europea tra '800 e '900, emerge come una figura-soglia: testimone e vittima, smascheratore e anche sintomo del collasso del linguaggio nel cuore della modernità. Sia nelle pagine da lui scritte decenni fa, sia nella conferenza, Cacciari si sofferma sull'autore viennese (era nato in realtà a Jičín, in Boemia, ma dall'età di tre anni visse sempre nella capitale dell'impero asburgico), insistendo sulla dialettica tra parola e silenzio, tra critica e paralisi.

Per comprendere la lettura cacciariana di Kraus, è essenziale partire dal contesto simbolico del titolo del primo libro che abbiamo citato: lo Steinhof,  l’ospedale psichiatrico viennese progettato dal grande architetto austriaco Otto Wagner (non imparentato con il musicista Richard), non è solo un luogo fisico ma è una metafora epistemica. Il pensiero si esercita “dallo Steinhof”, cioè partendo dal manicomio come luogo fisico per evaderne, ma anche rimanendo sul terrazzo dell'edificio per contemplare la città sottostante: è come se chi vi abita parlasse da un margine dell’ordine, dalla soglia della ragione. È da lì che parla anche Kraus, secondo Cacciari: dalla posizione del tardo profeta che constata l’impossibilità della redenzione e dell’intesa. Nella finis Austriae non c'è spazio per il logos illuminista.

Nei suoi saggi, Cacciari aveva messo in crisi ogni lettura semplificante di Kraus come satirico, moralista, o censore della stampa corrotta. Nella conferenza pronunciata 45 anni dopo invece insiste di più proprio su questi aspetti: ne fa un critico della cultura, ma anche un giornalista che mette in discussione l'onestà intellettuale degli altri giornalisti, asserviti tutti al potere e all'ideologia dominante. Del resto, Kraus cercava, senza trovarlo, un logos che salvasse l'umanità. La sua rivista, Die Fackel (La fiaccola), spesso stampata con mezzi di fortuna, non era solo uno strumento di denuncia, ma un rogo purificatore che finiva col bruciare anche chi lo accende. Il krausismo è dunque – per Cacciari – una forma estrema di negatività linguistica: il rifiuto della parola falsa che coincide, progressivamente, con il rifiuto tout court della parola.

Ma ciò non implica silenzio. Anzi, la parola krausiana si moltiplica, si contrae, si accanisce: insegue la purezza perduta, ma la perde nell'atto stesso in cui si manifesta. Questo è il suo paradosso tragico, che Cacciari coglie con acume: Kraus è l’asceta della parola, che ha perduto la fede nella redenzione semantica ma non può smettere di scrivere, correggere, parafrasare, denunciare. La sua critica al giornalismo, alla retorica della politica e alla letteratura sentimentale diventa così, nella lettura cacciariana, una diagnosi sulla dissoluzione della parola pubblica, che anticipa pienamente i nostri tempi.

Il cuore della riflessione di Cacciari si trova nella figura dell’editor che cancella: un Kraus che corregge ossessivamente i testi, non per migliorarli, ma per impedirne la degenerazione. Questa prassi diventa simbolo di una ascesi linguistica, che però non salva. Il silenzio non è alternativa, perché – nota Cacciari – tace anche chi è incapace di parlare, non solo il sapiente. 

Un tema laterale ma affascinante della lettura di Cacciari è quello del riso: per Cacciari, Kraus non è comico, non è umorista, non è nemmeno propriamente ironico (e questo segna la sua distanza dall'uso dello humour in Mahler). Il suo riso è un ghigno, un atto difensivo, mai liberatorio. La satira krausiana, se tale è, è una satira che non salva, che non consola, che non alleggerisce: è giudizio senza redenzione, una forma estrema di Witz (motto di spirito) ebraico ormai disancorato da ogni orizzonte comunitario, a differenza di quanto accade nelle analisi di Freud.

Cacciari insiste molto, oggi come ieri, sul rifiuto krausiano della parola falsa. Non tratta questa posizione come una tesi filosofica, ma la esplora come gesto — una forma di ascesi linguistica. L’atto del correggere, del riscrivere, del zittire gli altri (e talvolta sé stessi), è trattato non come eccentricità o snobismo, ma come tentativo estremo di non mentire. Non ci sono passaggi sillogistici; c’è invece una meditazione per anelli concentrici, in cui ogni paragrafo ritorna allo stesso punto da un nuovo angolo.

In Krisis, invece, Karl Kraus non è presentato come semplice autore satirico o pamphlettista, ma come figura emblematica del fallimento della parola critica nella crisi del moderno: Cacciari lo pone accanto a Wittgenstein in quanto esemplare testimone dell’impossibilità della parola redentrice, o anche solo sufficiente. Kraus non crede che il linguaggio possa chiarire, mediare, esprimere: ogni uso ordinario della parola è per lui una deformazione, una caduta, un tradimento. Eppure, come Wittgenstein, egli non tace — ma si accanisce contro la parola corrotta, moltiplica gli interventi, fino a un paradosso decisivo: la critica di Kraus si alimenta proprio del degrado che denuncia. Non può prescindere dal suo oggetto, né elevarsi sopra di esso. La sua “fede nella forma” lo costringe a usare le stesse parole che disprezza, ma con un rigore quasi liturgico. La sua missione non è migliorare il mondo, ma mostrare quanto esso sia irredimibile proprio nel linguaggio. Ecco perché Cacciari lo chiama “grande inquisitore della parola”, evocando Dostoevskij, ma un inquisitore senza tribunale, senza giustizia, senza Dio.

Ed è la menzogna, ossia il traviamento della lingua, la chiave di ogni comportamento umano immorale, compresa la partecipazione entusiastica alla guerra. Come Kraus si esprime nel suo dramma Gli ultimi giorni dell'umanità: "Se nei paesi latini la menzogna è un’ebbrezza, ebbene da noi è una scienza, e perciò è pericolosa per l'organismo. Quelli là sono degli artisti della menzogna, sono i primi a non crederci, ma la vogliono ascoltare, perché la menzogna dice loro più chiaramente quello che sentono: la loro verità. Da noi non dicono nemmeno una bugia in più di quanto sia strettamente necessario per il fine da raggiungere: sono degli ingegneri del falso, mediante il quale salvaguardano la menzogna che usano nella guerra e nella vita".

Notevoli comunque le riflessioni di Kraus sulla guerra, alle quali Cacciari, nella conferenza, non ha più di tanto connesso gli eventi del presente. Ma lo ha fatto rispondendo alle domande del pubblico, una delle quali ha sottolineato che solo i comunisti, come Rosa Luxemburg o Ernst Bloch (oltre che intellettuali isolati, come Freud, Einstein e Russell), si opposero alla guerra. Perfino Wittgenstein decise di partire volontario nell'esercito austriaco, pur avendo studiato in Inghilterra.

Un'altra domanda estremamente stimolante, posta dalla giornalista Livia Bidoli, ha preso lo spunto dal fatto che Cacciari avesse citato il grande poeta espressionista Georg Trakl, amico di Kraus e morto di overdose di cocaina mentre prestava servizio sul fronte orientale nel 1914, all'inizio della Grande Guerra. Trakl era caro anche al grande musicista russo Dmitrij Šostakovič, che ne apprezzava le poesie graffianti e grottesche contro il potere, dal suo punto di vista di perseguitato dal regime staliniano. È qui che le varie prospettive di poeti, musicisti e scrittori convergevano: nell'individuare nel linguaggio il luogo della satira corrosiva contro il potere. Oggi invece si assiste a una sorta di desistenza dalla critica da parte di compositori, musicisti, scrittori e intellettuali, spesso spacciata per virtuosa "resilienza". Ma è una sorta di reductio ad minimum delle potenzialità del linguaggio, nel mondo contemporaneo. La stessa stampa "illuminata" e gli stessi intellettuali di punta tendono ad autocensurarsi e a non usare la satira contro il potere. Giudizio su cui Cacciari concorda (sostanzialmente la domanda era "retorica", nel senso che era in realtà un commento da cui non si poteva che aspettarsi una risposta positiva), sostenendo che i giornali occidentali non hanno più come "loro pane" la satira e preferiscono invece adottare uno schieramento politico in modo acritico.

Pubblicato in: 
GN38 Anno XVII 5 agosto 2025
Scheda
Titolo completo: 

Settimane Musicali Gustav Mahler a Dobbiaco

12 luglio - 5 agosto 2025

EUREGIO Kulturzentrum Toblach Dolomiten
41 Via Dolomiti
Dobbiaco, Trentino-Alto Adige, 39034 Italy (Karte)

19 luglio - ore 15 Sala Gustav Mahler
Conferenza del Prof. Massimo Cacciari
"La Grande Guerra di Karl Kraus"
(in lingua italiana con traduzione simultanea in tedesco)