- Articolo di:Livia Bidoli
Un'opera di Gioachino Rossini molto particolare, con vari finali, che torna con grande verve al Teatro dell’Opera di Roma dopo ventidue anni: la regia della palermitana, ora di stanza a Roma, Emma Dante, ed il Direttore musicale del Costanzi Michele Mariotti sul podio, al suo debutto per questo melodramma eroico rossiniano. Tancredi è stato accolto con un tutto esaurito in tutte le serate, dal 19 al 29 maggio scorsi.
Millenium Actress. In sala il Giappone di Sathoshi Kon
Scomparso troppo presto, a neanche 47 anni, il genio dell'animazione giapponese Satoshi Kon non ha avuto il tempo di realizzare molte opere, ma ci ha comunque lasciato un pugno di capolavori. Bello perciò che periodicamente vengano riproposti in sala. Se infatti Paprika – Sognando un sogno (Papurika, 2006) è stato a memoria l'unico suo lungometraggio a beneficiare in Italia di una regolare distribuzione cinematografica, anche i lavori più datati sono in tutto e per tutto meritevoli di essere riscoperti, nonostante la loro reperibilità su altri canali, da un pubblico più ampio e preferibilmente sul grande schermo.
A essere riproposto al cinema, dall'undici maggio 2026 e per soli tre giorni, sarà il suo secondo lungometraggio d'animazione, quel Millennium Actress realizzato nel 1997 che già rivelava tutto il talento visivo e le così peculiari ossessioni dell'autore, votato sin dall'inizio a un certo onirismo e alla traslitterazione filmica di vorticosi flussi di memoria. Piccola nota a margine: all'anteprima svoltasi alcuni giorni fa è stato consegnato alla stampa un insolito gadget, una chiave da portare come ciondolo. Idea simpatica, originale, intelligente, dato che proprio quella chiave è il “MacGuffin” che fa da filo conduttore all'intricata narrazione cinematografica...
I film di Satoshi Kon del resto sono come labirinti. Labirinti della memoria, cui in questo caso fa da controcanto un'impalcatura meta-cinematografica tanto sontuosa visivamente quanto affascinante nei temi e nei periodi toccati.
Millennium Actress si apre infatti con la visita che un cineasta e giornalista di mezza età, Genya Tachibana, compie con il suo cameraman Kyōji Ida alla chiusura dei gloriosi Ginei Studios, col pretesto di intervistare per il suo documentario una vecchia gloria del cinema giapponese, l'attrice Chiyoko Fujiwara. Affabile, riservata, ma assai generosa nelle risposte, l'anziana attrice troverà nell'uomo non solo un grande cinefilo e un ammiratore ma un confidente, un vecchio amico dimenticato, cui confessare a cuore aperto le storie della propria giovinezza, segnata anche dai traumi della Seconda Guerra Mondiale e del militarismo nipponico; una parabola esistenziale in cui le esperienze sul set si sovrappongono costantemente – complice il mistero della chiave testé menzionata - alle vicende private e soprattutto a un possibile amore di gioventù sfumato tragicamente.
Già nell'atto di far convivere nella stessa inquadratura il presente e il passato dei protagonisti, nonché le loro fantasie, Satoshi Kon compie un atto deliziosamente sovversivo, aggiungendoci poi strada facendo quell'amore per la Storia del Cinema (e per i generi più popolari in Giappone) che appare estremamente vivido nei segmenti meta-cinematografici che spaziano da un filone all'altro: dal Kaiju Eiga (o film di mostri giganti) al Jidai-geki (o film in costume), dalla commedia romantica alla fantascienza, dal dramma bellico al film di samurai. Carrellate pazzesche attraverso le varie epoche e un commento musicale ipnotico (affidato come in Paprika e come nella serie televisiva Paranoia Agent al fidato sodale Susumu Hirasawa, autore di brani dal timbro inconfondibile) ci restituiscono già lo stile, unico, di un cineasta che ci ha fatto viaggiare in un mondo di sogni e che ci manca tantissimo.



