- Articolo di:Livia Bidoli
Un'opera di Gioachino Rossini molto particolare, con vari finali, che torna con grande verve al Teatro dell’Opera di Roma dopo ventidue anni: la regia della palermitana, ora di stanza a Roma, Emma Dante, ed il Direttore musicale del Costanzi Michele Mariotti sul podio, al suo debutto per questo melodramma eroico rossiniano. Tancredi è stato accolto con un tutto esaurito in tutte le serate, dal 19 al 29 maggio scorsi.
Obsession. La corruzione del desiderio
Il giovane regista americano Curry Barker, noto soprattutto per le sketch comedies, approda al lungometraggio destinato alle sale cinematografiche con Obsession, e fin dall’impianto si capisce bene dove vuole andare a parare: non è tanto un horror soprannaturale in senso stretto, quanto un film sul desiderio che si corrompe e sull’amore che diventa possesso, sulla devozione per l'altra persona che si rovescia in dipendenza e violenza.
Barker porta sullo schermo una variazione abbastanza classica del tema “attento a ciò che desideri”, ma lo fa innestando sul congegno horror una componente da thriller psicologico che, almeno per buona parte del film, risulta più interessante degli effetti estremi dell’ultima mezz’ora. La premessa è semplice e potenzialmente efficace: Bear (ben interpretato da Michael Johnston, che incorpora efficacemente i tratti da ragazzo fragile e irresoluto, ma che sembra a tratti un giovane adulto rassegnatosi a un lavoro puramente esecutivo, ottuso, passivo, moralmente opaco) esprime il desiderio che Nikki, sua storica amica e oggetto del suo amore non dichiarato (interpretata con piglio adolescenziale da Inde Navarrette), lo ami più di chiunque altro al mondo. Da quel momento il desiderio si avvera, ma in forma distorta, trasformando la devozione in ossessione e l’innamoramento in una spirale sempre più inquietante.
Il problema è che per dare corpo a questo desiderio il regista introduce una trovata da fattucchiera di paese. Mentre rovista curioso in un negozio di chincaglierie del suo quartiere, Bear si fa attrrarre da qualcosa di insolito: uno “One Wish Willow”, un bastoncello che, secondo la leggenda, concede a chi lo possiede di esprimere un unico desiderio. È sufficiente accendere la parte centrale e spezzarlo a metà. Ma quando Bear sta per cogliere l'occasione perfetta per avere una conversazione sincera con la ragazza desiderata, non riesce a trovare il coraggio di dichiararsi. Decide, invece, di sedersi da solo nella sua automobile e di usare il bastoncello magico, pronunciando le parole: ”Vorrei che Nikki Freeman mi amasse più di chiunque altro al mondo». Poi spezza il bastoncino e apparentemente non succede nulla di spettacolare. È quello che pensa Bear, ma nel corso dl film il desiderio sembra avverarsi...
È proprio su questo slittamento fra sentimento e possesso che Barker dice di avere costruito il film: nelle note di regia, insiste sull’idea di raccontare il confine oltre il quale ciò che chiamiamo amore smette di esserlo. La trovata dello One Wish Willow serve soprattutto a mettere in moto una macchina morale già compromessa in partenza: Bear non desidera il bene di Nikki, desidera di esserne amato “più di chiunque altro al mondo”. Il punto, insomma, non è la magia, ma l’egoismo.
Obsession funziona proprio perché non si accontenta del puro spavento. Barker innesta il soprannaturale su un terreno da thriller psicologico, fatto di squilibri affettivi, imbarazzo maschile, ambiguità sentimentale e rimozione della colpa. Il desiderio si avvera, ma si avvera male: Nikki non ama Bear, ne diventa ostaggio in forma ossessiva. Ed è in questo slittamento che il film prende quota. È una buona intuizione, e quando il film le resta fedele sa essere davvero inquietante. Tuttavia, dopo avere costruito con una certa abilità una tensione da horror relazionale e da thriller psicologico, Barker decide di spingere con forza sul pedale dello splatter. L’ultima mezz’ora cambia marcia in modo brusco: sangue, brutalità, scene sempre più orride.
È qui che si rompe l’equilibrio interno del film: l’ultima parte, pur energica, appare meno riuscita del lento stillicidio che la precede. Come se Barker, dopo avere trovato una nota disturbante tutta sua, sentisse il bisogno di alzare il volume e di uniformarsi a un horror più convenzionale, in cui il turbamento nasce dal sangue, e non dal desiderio quando smette di conoscere limite.



