- Articolo di:Giulio Migliorini
A Bergamo, nella seconda parte del mese di novembre, ha luogo il prestigioso Festival Donizetti, con la rappresentazione di alcune opere ogni anno, accanto al recupero di pezzi musicali sconosciuti, in diverse sedi. In questo caso si trattava de Il Campanello e di Deux hommes et une femme, il 15 novembre scorso con il baton di Enrico Pagano e la regia di Stefania Bonfadelli. Il turista che vuol godere della buona gastronomia non manca di servirsi nei numerosi negozi e alle bancarelle, che si trovano tanto nella città alta quanto al mercatino di Natale nei pressi della Stazione. Il turista che vuol poi coniugare tali prelibati incontri con la “Luce di quest’anima”, intesa come godimento dell’anima, si reca a teatro e tende le orecchie, si mette ad ascoltare, cerca di comprendere, di entrare nelle storie che vengono messe in scena.
Opera di Roma. Due opere in una camera
Due atti unici del Novecento, firmati dal ceco Leoš Janáček Il diario di uno scomparso (Zápisník zmizelého); l'altro da Francis Poulenc, il notissimo La voix humaine (La voce umana) dal testo drammaturgico di Jean Cocteau. Dal 18 al 24 ottobre al Teatro Nazionale per la stagione 2024-2025 del Teatro dell'Opera di Roma si delineano sul palcoscenico con la regia del bolzanino Andrea Bernard. Le voci sono quelle del il tenore Matthias Koziorowski e il mezzosoprano Veronica Simeoni per Janáček, mentre il soprano Anna Caterina Antonacci interpreta da sola l'ardua "telefonata" su testo di Cocteau e musica di Poulenc. Al pianoforte un "astro" della musica da camera, Donald Sulzen.
Entriamo in una camera d'albergo insieme al tenore tedesco Matthias Koziorowski: un letto king size troneggia al centro con due comodini illuminati da luci fredde, è buio ed evidentemente l'occupante è tornato stanco da una giornata di lavoro. L'Hotel è moderno, un quattro stelle elegante e minimalista, con un bagno a scomparsa en suite che svolge un ruolo centrale in ambedue le pièce musicali.
Seguiamo il protagonista nei suoi discorsi a sé stesso, una sorta di lamentela per una giovane zingara di cui si è violentemente invaghito: una relazione vietata dalla società bigotta dalla quale proviene, ed ancora di piu' dalla sua famiglia religiosa e contadina. Lui però non riesce a liberarsi del pensiero di lei. Zefka è la protagonista di tutte le sue notti: qui viene presentata come un'escort di gran lusso in rosso fuoco dalla testa ai piedi, con una voluminosa pelliccia di volpe grigia (un'allusione alla volpe astuta, Příhody lišky Bystroušky, opera di Janáček del 1923?).
Questo è l'inizio dell'opera da camera di Leoš Janáček dal titolo Il diario di uno scomparso (Zápisník zmizelého), che ha come ispirazione una serie di 23 poesie anonime, intitolate Dalla penna di un autodidatta, in dialetto valacco pubblicate nel 1916 sul quotidiano di Brno "Lidové Noviny". Janáček ne fu colpito, anche perchè la storia narrava di una passione inconsulta di un contadino moravo dal nome Jan, improvvisamente scomparso, per una zingara. In quello stesso arco di tempo il nostro compositore ceco (nato nel 1854) si era innamorato di una ragazza venticinquenne, Kamila Stösslovà, cui scrisse innumerevoli lettere del tutto rimaste senza risposta, essendo lei anche sposata. Da lì ad operare un transfert e comporre ventidue numeritratti da queste poesie con il libretto di Josef Kalda, passarno circa tre anni, e l'11 novembre 1919, la partitura era ultimata.
Il diario di uno scomparso è giunto con la regia di un giovane Premio Abbiati 2024, il regista Andrea Bernard, per la prima volta nella storia dell’Opera di Roma e in continuità con la proposta del compositore ceco di questi anni, di cui sono state rappresentate al Costanzi Káťa Kabanová (2022), Da una casa di morti (2023) e Jenůfa (2024). Questa nuova regia si avvale per le scene di Alberto Beltrame, per i costumi di Elena Beccaro e le luci di Marco Alba.
Prima però di ritornare dentro la "camera" con il tenore Koziorowski, dobbiamo tessere le lodi del pianista, che ha svolto talmente un lavoro d'eccellenza, da far dimenticare l'assenza di un organico complesso. Donald Sulzen, pianista americano del Munich Piano Trio, è chiaramente un Maestro di tessitura musicale per entrambe le due opere da camera.
Torniamo nella "camera" con il nostro Jan, cl soprannome di Janicek, così vicino al cognome del "nostro compositore": apre la porta alla zingara Zefka, però rimane rigido, chiuso nei suoi complessi; apre un'anta dell'armadio a scomparsa e vi trova un'icona ortodossa della Vergine con il bambino cui si rivolge pregando. Piu' lei è rutilante e predatrice, Veronica Simeoni in pienissima forma, e piu' lui si nasconde, fin dopo l'amplesso, chiudendola nel bagno e facendo pensare ad un tragico epilogo che rimane insoluto ed è distante rispetto alla trama originaria.
Il XIII numero, per pianoforte solo, con l'irruente passacaglia, fa pensare al peggio, soprattutto dopo aver visto rinchiudere la pelliccia di lei in valigia. Quel che è ancora piu' strano poi è il vedere rilucere il fondo del letto con paesaggi naturali ed infine il grano nel bagno, con l'utopica speranza che quella scomparsa sia una fuga, priva di un delitto.
Passiamo alla seconda "camera", cui veniamo richiamati dalla voce di Edith Piaf, che aveva "disturbato" prima Jan come proveniente dalla camera vicina. Un escamotage raffinato e lampante: le due camere sono l'una dalla parte opposta dell'altra.
Una camera con un letto tutto rosso, un quadro astratto e dalla cornice tonda, sui toni del rosso e del viola: entra la protagonista di La voix humaine, una tragédie lyrique scritta da Francis Poulenc nel 1958 e con Jean Cocteau che l'aveva tradotta in forma di libretto, occupandosi anche delle scene, costumi e regia alla prima del 6 febbraio 1959 all'Opéra Comique di Parigi con protagonsta Denise Duval. Per questo nuovo allestimento dell'Opera di Roma abbiamo un'eccellenza, il soprano Anna Caterina Antonacci che nel 2017 la presentò al Costanzi in forma di concerto diretta da Maxime Pascal.
Un'altra camera anonima per la Antonacci ad interpretare l'escalation di follia dovuto ad un amore perduto, che si tempesta di chiamate, illudendosi di riconquistarlo con la tenerezza patetica di chi sa di essere sconfitto. Financo in questo caso, il bagno, luogo per antonomasia dell'intimità piu' esclusiva, si tinge di rosso: come una passione ardente che non si decide a dare forfait; come un delitto contro sé stessi affogato tra alcool e barbiturici.
Il pavimento della camera si traduce quindi in un percorso di avanti e indietro, di corde del telefono che si avviluppano intorno a sé per legare ciò che è già volato via - la scena dell'amante con una nuova donna in viola, proprio nel bagno, in un amplesso - e, citiamo dalle ultime parole:
Perchè quello che s'immagina non esiste, oppure esiste in una specie di luogo molto indeterminato e che fa meno male...
(Dal testo di La Voix Humaine, traduzione a cura di Michele Girardi, 2015).
Uno scroscio di "Bravo", all'indirizzo di tutti i cantanti ed in primis per Donald Sulzen al piano, ininterrotto fluire di note pervicacemente coinvolgenti. Una nota di merito ancora alle luci suggestive e calibrate per ogni scena di Marco Alba. Tutto proporzionato e potente nella messa a fuoco delle passioni umane su tappeto sonoro.



