- Articolo di:Teo Orlando
Domenica 4 gennaio 2026 nel piccolo e raccolto Teatro Il Cantiere, situato nel cuore di Trastevere, abbiamo assistito a un incontro speciale: quello tra Marilena Paradisi e Kevin Harris, nel nome del jazz storico e dell'avanguardia contemporanea. Si presentava con una promessa impegnativa: un concerto “speciale” incentrato su improvvisazione e libertà creativa, con l’interplay come vera trama della serata. Non si tratta di etichetta di comodo: l’assetto in duo, essenziale e scoperto, impone che ogni secondo venga guadagnato con ascolto reciproco, perché senza una scaletta protettiva (o un repertorio “salvagente”) la musica vive o muore nel modo in cui due personalità riescono a farsi spazio senza schiacciarsi.
Opera di Roma. Lohengrin, l'estasi ed il dubbio
Il Teatro dell'Opera di Roma ha deciso di inaugurare la sua stagione 2025-2026, titolata Doppio Sogno, con una delle opere romantiche di Richard Wagner: Lohengrin, che è stata in scena dal 27 novembre, data della prima, fino al 7 dicembre scorso, per cinque recite. Sul podio dell'Orchestra del Costanzi il Direttore Musicale dell'Opera di Roma, M° Michele Mariotti. La regia è stata affidata a Damiano Michieletto con un cast di voci internazionale e di primissimo livello.
Introduzione e breve sinossi dell'opera
Una breve introduzione all'opera per i nostri lettori. Lohengrin fu composto da Richard Wagner tra 1845 e 1848 ed ebbe la sua prima assoluta il 28 agosto 1850 al Großherzögliches Hoftheater di Weimar curata da Franz Liszt (Wagner era in esilio per aver partecipato ai moti di Dresda). È “opera romantica” secondo la denominazione dell'autore, e pone il suo focus su tre questioni fondamentalmente: la salvezza di Elsa, duchessa di Brabante, ingiustamente accusata da Ortrud e Friedrich von Telramund dell'uccisione del fratello Gottfried - in realtà trasformato in cigno dalla maga pagana Ortrud; la guerra imminente voluta da Heinrich der Vogler, re Enrico I di Sassonia l'Uccellatore (876 – 936) contro gli invasori ungari (magiari); il divieto ad Elsa di chiedere a Lohengrin, suo salvatore, il suo nome.
Il senso dell'opera: un mistero nel mistero
Lohengrin ruota intorno ad un tema consueto nel Medioevo: il combattimento per la salvezza di una Virgo, una fanciulla accusata ingiustamente, e che chiama Dio a manifestarsi per salvarla. Però, e questo è il vero nodo dell'opera, tutto ci viene raccontato a posteriori, ovvero: Gottfried, che non a caso significa "Pace di Dio" (o protezione divina), è il nome del fratellino scomparso di Elsa, che l'ha condotto nel bosco con lei ed in circostanze misteriose, l'ha perduto. Queste informazioni dettagliate provengono sia dal libretto sia dall'Abbozzo in prosa di cui Richard Wagner ha terminato la stesura il 3 agosto 1845 a Marienbad (cfr. nel programma dell'opera con la pregiata traduzione di Lucilla Castellari, dal libretto del Teatro alla Scala, stagione 2012-2013).
Quando il Maestro Michele Mariotti parla di thriller, nell'intervista pubblicata nel programma - ricco di inserti firmati da Wagner stesso, Carl Dalhaus, Rainer Maria Rilke, D'Annunzio, Jean de Haute-Seille con la magica Favola dei bambini-cigno, fino a Simone Weil, Apuleio con Eros e Psiche e Dante Gabriel Rossetti,- ha perfettamente centrato il dilemma, che si situa su due piani, quello metafisico e quello umano; nonchè sulla dicotomia fede (e fiducia) versus dubbio.
Il piano metafisico
Lohengrin essendo il figlio di Parsifal e provenendo dalla stirpe dei cavalieri del Gral - la coppa in cui venne versato il sangue di Cristo, sacra reliquia conservata sul Montsalvat dai cavalieri - giunge a protezione di Elsa - dminutivo di Elisabetta da Elisheva, ebraico, che significa "Dio è il mio giuramento"; in italiano è l'impugnatura della spada - e la salva senza porre dubbi sulla sua purezza ed innocenza. Questo naturalmente è comprensibile, essendo lui un essere sovrumano.
L'annunzio della sovrannaturalità di Lohengrin sorge di primo acchito nel meraviglioso e altissimo preludio suonato dal sibilare leggerissimo degli archi che il Maestro Mariotti riesce ad ottenere da un'Orchestra del tutto preparata, competente e discesa nel tessuto musicale stesso dell'opera.
Il livello umano
Elsa appartiene invece al livello umano del dramma, e come si dispera per la scomparsa del fratellino, non comprendendo la natura dell'accusa di Friedrich di Telramund, che l'ha concepita su spinta della moglie pagana Ortrud, e sulla scia della sua vendetta essendo stato rifiutato da Elsa come sposo, e quindi vedendosi negato il trono di Brabante che gli sarebbe spettato, essendo lei, in mancanza del fratellino Gottfried, la diretta discendente.
La magia
Questa è un'opera tanto fiabesca quanto magica, ed alchemica. Ortrud, che invoca Wotan - il Dio del Walhalla che troveremo poi in tutta la tetralogia wagneriana - a soccorrerla promettendo frode e astuzia per infierire la sua vendetta contro Elsa e Lohengrin, opera un incantesimo. La magia viene operata su un enorme uovo argenteo e nero dentro un'incubatrice, nell'allestimento pensato da Damiano Michieletto alla regia e Paolo Fantin alle scene. L'uovo è simbolo di nascita e viene avvelenato, mutato in una sorta di oggetto di desiderio sia per Elsa sia per il popolo di Brabante, e quindi moltiplicato in tanti piccoli ovuli che ipnotizzano gli astanti quanto Elsa.
Ortrud e Friedrich concepiscono la vendetta come mente e azione nel secondo atto: la maga pagana è il deus ex machina di tutto l'ordito e riesce con l'inganno a generare il seme (o l'uovo!) del dubbio nel travagliato cuore di Elsa. Non solo, accuserà Lohengrin di essere lui l'"incantatore" sconosciuto che deve temere la gente del Brabante.
Alchimia
L'uovo è simbolo alchemico, se intatto è il simbolo della Grande Opera, e viene iconograficamente rappresentato da Hieronymus Bosch come un Bambino che gioca, sul verso del suo quadro Salita di Gesù al Calvario (1480-1490). Elsa nel terzo atto, tormentata dal dubbio sull'origine del suo sposo, viene convinta ad infrangere questo "uovo magico" con la domanda vietata a Lohengrin, letteralmente "rompe l'uovo", lo "crepa", per guardare dentro, rivelando un liquido di tinta nera che la accecherà, come suol la verità con gli stolti. A tergo poi ricordo che Bosch faceva parte della Confraternita Nostra Diletta Signora (la Vergine Maria; in olandese Lieve-Vrouwe Broederschap), i cui adepti piu' illustri venivano chiamati anche "fratelli del cigno".
Il monolite d'argento liquido del primo atto, discende come l'uovo dall'alto ed è a dirimere la contesa tra Lohengrin ed il vile accusatore di Elsa, Friedrich von Telramund. Il liquido argenteo agisce come una bocca della verità, ferendo la mano del traditore ed invece arricchendo Lohengrin di un manto argenteo e catartico, come vuole il senso dell'argento come materia pura e divina, purificatrice e simbolo lunare.
I tre cerchi concentrici del terzo atto, con il dialogo sofferto tra Elsa e Lohengrin sono mutato mutandis la rappresentazione visiva del loro conflitto, intersecandosi e dipanandosi a seconda del loro contrapporsi o della loro intesa.
La melagrana donata ad Elsa il giorno del matrimonio è simbolo di morte, come quando Ade donò la melagrana a Persefone/Euridice per imprigionarla all'inferno come sua sposa e finchè Euridice non la morse era ancora libera di fuggire dall'averno; portando però con sé la promessa della rinascita primaverile. Per la cristianità invece, ha il senso della Passione e del martirio di Cristo, quindi di Resurrrezione e vita eterna.
La vasca stracolma d'acqua che strasborda è in connessione sia con il piccolo Gottfried, che potrebbe essere annegato, è inoltre simbolo del femminile, lo Yin, che conduce verso apici di emozione il canto della tormentata Elsa, tra l'accusa di averlo ucciso il fratellino e la salvezza della sua vita.
Colori
Un grande muro ricurvo giallo delimita lo spazio del palcoscenico: ricordiamo che nelle lingue slave ed anche in quelle balcaniche, "Curva o Kurba" vuol dire prostituta e che il giallo sporco, spento come quello con cui è tinto il muro, è sinonimo di tradimento (cfr. Giuda) e codardia; per Ippocrate la bille gialla è correlata all'irascibilità. Lo stesso Enrico I l'Uccellatore, condanna e rilascia Elsa d'impeto e per ragioni "divine", fuor di ragione.
Il popolo è interamente in abiti viola e lilla, a supportare l'idea di malevolenza borghese e bigotta, che condanna con la stessa facilità di Heinrich il re colpevoli ed innocenti, senza verificare il senso e la validità del delitto e del reo.
Il bianco ed il nero contraddistinguono Lohengrin ed Elsa per il bianco; Ortrud e Telramund per il nero. Una frapposizione ben manichea che ne incapsula il senso in modo intellegibile per il pubblico. I costumi a cura di Carla Teti sono interamente monocolore per gli uni e per gli altri. Per Ortrud un tailleur anni '30 con longuette e veletta sul cappello, rimanda ad un'epoca tragica del secolo scorso.
Le voci, l'interpretazione, la direzione e l'Orchestra
Debbo riconoscere al cast un'eccellenza che ha fatto vibrare di emozione tutti i sensi in modo assoluto all'intero pubblico, come ci si aspetta ascoltando i dettati del libretto wagneriano, aulicissima lirica. Il primo posto spetta al Lohengrin interpretato dal tenore russo Dmitry Korchak, dal fraseggio accuratamente flesso e dolcissimo: special modo nel duetto con Elsa del terzo atto. Riesca a commuove espandendo la voce su un'intellegibilità assoluta e calcando la struggenza del momento. Elsa, interpretata dal soprano americano Jennifer Holloway, morbidissima dopo la liberazione, canta con vero trasporto le lodi al suo protettore divino e s'inasprisce e dispera solo con l'infrangersi del dubbio.
Ekaterina Gubanova come Ortrud è eccellente per lo spessore della voce edei suoi acuti tremebondi: l'abbiamo ascoltata in Parsifal come Kundry la scorsa estate al Festival di Bayreuth ultimamente (si perdono negli anni le sue "prove" magnifiche in cui l'abbiamo seguita in Italia ed all'estero, segnatamente a Bayreuth) e troviamo un personaggio ancora "magico", seppur nell'orrore di recitare quello che Francisco Hayez, nel suo Trittico della Vendetta (dipinto tra 1847e 1853) ha reso in particolare ne Consiglio alla vendetta del 1851, con cui incatena Elsa all'ipnosi nerissima.
L'odiatissimo Friedrich von Telramund vede Tómas Tómasson in un ruolo che forse potrebbe essere ancora piu' acerrimo nella voce come lo è nei gesti, aggredendo Lohengrin ed Elsa piu' volte. Clive Bayley nella parte di Heinrich der Vogler, che conosciamo dal Julius Ceasar di Giorgio Battistelli al Costanzi nel 2021 e come giudice nel Peter Grimes l'anno scorso, arringa nelle scene d'insieme. L'araldo (Der Heerrufer) di Andrei Bondarenko è presenza vocalica e attiva che frange le scene e impone quei limiti isititutivi di un nascente impero, quello evocato da Heinrich, e che chiama alle armi contro gli Unni (gli Ungheresi) e poi gli Slavi.
Buone le voci ed il portato attoriale dei quattro nobili di Brabante; Alejo Álvarez Castillo, Dayu Xu, Guangwei Yao, Jiacheng Fan, tutti usciti dal progetto “Fabbrica" – Young Artist Program del Teatro dell'Opera.
Di nuovo, e con immenso piacere, sottolineo l'evoluzione del suono "massivo e sincronico" dell'Orchestra del Teatro dell'Opera che ha trovato nel M° Mariotti una guida maestosa e proficua, di opera in opera. Il Coro, estremamente presente, ha intonato il celebre canto di nozze wagneriano con tersa vigorìa vibrando con l'abbraccio del pubblico.
Posti esauriti e presi d'assalto i biglietti, con un pubblico che ha tributato almeno dieci minuti di applausi a richiedere l'ascesa sul palco di tutti i protagonisti con sincero calore.


