- Articolo di:Livia Bidoli
Un'opera di Gioachino Rossini molto particolare, con vari finali, che torna con grande verve al Teatro dell’Opera di Roma dopo ventidue anni: la regia della palermitana, ora di stanza a Roma, Emma Dante, ed il Direttore musicale del Costanzi Michele Mariotti sul podio, al suo debutto per questo melodramma eroico rossiniano. Tancredi è stato accolto con un tutto esaurito in tutte le serate, dal 19 al 29 maggio scorsi.
Opera di Roma. Mariotti ed il Grande addio di Schubert
Al Teatro dell’Opera di Roma, nel cartellone sinfonico della stagione, un programma straordinario diretto da Michele Mariotti: un concerto sinfonico trasmesso anche in diretta su Radio3. Le ultime composizioni vocali di Richard Strauss: i Vier letzte Lieder (gli Ultimi Quattro Lieder) sono state seguite, nella seconda parte, dalla Sinfonia n. 9 in do maggiore, detta “La Grande”, di Franz Schubert.
Questo programma si pone come una riflessione sui limiti dell’esistenza umana, sulla sua finitezza e sulla sua trasformazione interiore. Due grandi partiture accomunate dal fatto che i due compositori non le hanno mai ascoltate durante la loro vita.
L’accostamento appare così al tempo stesso naturale e contrastante. Schubert è una punta di diamante del temperato romanticismo austriaco, compositore lirico e di profonda introspezione psicologica. Strauss è invece artista di un’altra epoca, maestro dell’espressione tardoromantica, in cui l’armonia innovativa si intreccia con una tecnica orchestrale virtuosistica e un profondo significato filosofico. Ma proprio da questo contrasto nasce la sorprendente unità del programma.
Gli Ultimi quattro Lieder di Richard Strauss sono uno dei più perfetti e struggenti addii nella storia della musica. Questo ciclo per soprano e orchestra, composto nel 1948, rappresenta infatti il compimento della sua produzione vocale (i suggestivi testi poetici sono di Hermann Hesse e Joseph von Eichendorff).
Strauss crea un’opera di straordinaria chiarezza e luce interiore, una musica che guarda alla natura, all’amore e all’eternità. Il ciclo, pubblicato postumo si apre con “Frühling” (Primavera) all’insegna della rinascita della natura. Ma non è una primavera giovanile, in cui tutto sta per rinascere, bensì piuttosto il ricordo di momenti irripetibili e incontaminati, velato al tempo stesso dalla consapevolezza della fugacità della vita. Anche se la musica è piena di luce, nell’orchestrazione il compositore inserisce già accenti di addio.
Il successivo “September” è un vero paesaggio musicale: il respiro dell’autunno, il lento ma intenso sfiorire della natura. L’orchestra sembra dissolversi in armonie morbide e infinite, mentre la linea vocale diventa sempre più contemplativa.
Il centro del ciclo è però “Beim Schlafengehen” (Quando si va a dormire), dove la musica si immerge nel sonno, metafora della liberazione dell’anima dal peso terreno. Il celebre assolo del violino suona come un ponte invisibile tra il mondo reale e uno stato di pace e luce.
Il Lied conclusivo, “Im Abendrot” (Al tramonto), diventa l’epilogo dell’intera tradizione romantica. Appare l’immagine di due persone che, dopo una vita intensa, entrano nel silenzio del crepuscolo. Le ultime parole — “Ist dies etwa der Tod?” (“È forse questa la morte?”) — non suonano tragiche, ma colme di accettazione e di luce. Strauss non rappresenta la morte come paura o incognita, ma la trasforma in un passaggio naturale verso l’eternità.
Gli Ultimi Quattro Lieder sono spesso definiti il “canto del cigno” del romanticismo. In essi si percepisce lo stile tardo di Strauss con un’orchestrazione trasparente, delicatamente cameristica e una unità tra voce e orchestra. Composto poco prima della morte, il ciclo suona come un addio al mondo silenzioso e consapevole.In questa interpretazione romana l’orchestra diventa il vero centro drammaturgico del ciclo, andando ben oltre il semplice ruolo di accompagnamento della voce. Per questo l’interpretazione di Mariotti, direttore musicale dell’Opera di Roma dal 2022 e da poco anche direttore principale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale RAI di Torino, risulta particolarmente adatta per Strauss: con rara precisione unisce chiarezza strutturale, pensiero drammaturgico e sensibilità per la trasparenza timbrica, permettendo alla musica di esprimersi con la massima nitidezza. Mariotti appartiene a quei direttori per i quali il suono non è solo materia, ma forma del pensiero.
Colpisce in particolare la varietà timbrica. I legni creano una sensazione di presenza naturale, come se fosse la natura stessa a risuonare. Gli archi formano un flusso emotivo continuo, senza fratture nette. Il violino in “Beim Schlafengehen” diventa un gesto simbolico: il momento in cui la musica sembra separare l’anima dalla realtà terrena e condurla in un altro stato.
Nel ciclo, un ruolo fondamentale è affidato anche alla parola: la poesia di Hesse ed Eichendorff non è solo cantata, ma si sviluppa insieme alla musica. Strauss unisce con finezza testo e suono, trasformando la parola in melodia e movimento orchestrale. La voce in Strauss non domina l’orchestra, ma si intreccia e si fonde con essa. Marina Rebeka, artista che ha calcato i più grandi palcoscenici del mondo, possiede una voce che si integra naturalmente nel tessuto orchestrale, diventando parte del suono complessivo. La sua linea vocale è organicamente inserita nella scrittura: non è contrapposta all’orchestra, ma vi si dissolve.
Soprattutto in “Beim Schlafengehen”, dove la parte vocale richiede estrema finezza d’intonazione, respiro ampio e plasticità della frase, è essenziale la capacità di trasmettere uno stato interiore: una quiete malinconica e la percezione del tempo che svanisce. Un addio straziante ma inevitabile.
Se in Strauss il Lied compie l’ultimo estremo passo verso il nulla, Schubert mantiene l’uomo sul confine tra speranza e disperazione.
La Sinfonia n. 9 in do maggiore “La Grande” rappresenta il vertice della sua produzione sinfonica. In questa partitura emerge con chiarezza la qualità più caratteristica del suo stile: una cantabilità infinita, un lirismo che attraversa tutta la musica. La sua scrittura trasforma la sinfonia non solo in una forma architettonica, ma in un’esperienza emotiva profonda.
Durante la vita dell’autore le Sinfonie di Schubert non furono quasi mai eseguite pubblicamente. La vera riscoperta avvenne dopo la sua morte, quando nel 1838 Schumann reperì i manoscritti delle sinfonie presso il fratello del compositore, Ferdinand. Solo allora il mondo musicale comprese la grandezza della sua eredità.
La “Grande” sinfonia, di cui Schumann sottolineava la “celestiale lunghezza” colpisce per la ricchezza dei temi e delle idee musicali. Già l’introduzione, con il richiamo dei corni, sembra aprire un vasto squarcio romantico. Il secondo movimento, Andante con moto, unisce un ritmo di marcia inquieto al lirismo straordinariamente caldo degli archi. Anche nello Scherzo, basato su inflessioni danzanti e quasi popolari, Schubert mantiene una complessità ritmica. In ogni episodio si percepiscono una forma accuratamente costruita e un potente movimento interno. Il finale diventa un trionfo di energia e ritmo, un grande flusso sinfonico.
Una curiosità. La Sinfonia di Schubert è risuonata in contemporanea al Parco della Musica con l’Orchestra dell’Accademia di S. Cecilia diretta da Antonio Pappano. Orchestre e bacchette a confronto.



