- Articolo di:Giulio Migliorini
In piazza Castello a Torino, il Teatro Regio (opera ultima del grande architetto Carlo Mollino) è celato dietro un paramento murario storico che fronteggia il Castello del Valentino, la svettante superba chiesa di san Lorenzo, i verdi tigli del parco. Al Regio è andata in scena per sei recite dal 31 marzo al 12 aprile Dialogues des Carmélites, Opera in tre atti e dodici quadri di Francis Poulenc (i dialoghi sono di Georges Bernanos, e traggono spunto da una novella di Gertrud von Le Fort, die Letzte am Schafott, L’ultima al patibolo, del 1931. La prima esecuzione in italiano avvenne al Teatro alla Scala di Milano il 26 gennaio 1957, mentre quella in francese si tenne all’Opéra di Parigi il 21 giugno dello stesso anno), con la regia di Robert Carsen ripresa da Christophe Gayral, l’Orchestra del Teatro Regio di Torino diretta da Yves Abel. Ho assistito all’ultima recita, il 12 aprile alle ore 15:00.
Opera di Roma. Piramo e Tisbe di Lampe, mock opera a Montemartini
Il Teatro dell’Opera di Roma si sposta per una sera, il 25 ottobre scorso, a Via Ostiense, alla Centrale Montemartini, un museo unico che fonde insieme statuaria antica e vecchi macchinari industriali, il bianco delle statue romane con il nero del ferro dei macchinari dismessi. Una cornice suggestiva, anzi metafisica, per ospitare una autentica rarità musicale settecentesca riscoperta dal musicologo settecentista Lorenzo Tozzi, instancabile ricercatore e divulgatore della musica barocca soprattutto italiana. In scena, in una lodevole cooperazione tra Opera, Teatro di Roma e Sovrintendenza dei Beni culturali, la mock opera Piramo e Tisbe del tedesco John Frederick Lampe, fagottista nell’orchestra di Händel, andata in scena al Covent Garden di Londra nel 1745.
Nell’adattamento testuale e drammaturgico del regista Cesare Scarton e di Lorenzo Tozzi, che cura anche la consulenza musicale, in una cornice parodistica si è rivissuta la vicenda della rappresentazione comica dei giovani innamorati Piramo e Tisbe, seguendo la traccia della scena finale del Sogno di una notte di mezza estate (A Midsummer Night's Dream, 1595) di William Shakespeare che riscriveva il mito delle Metamorfosi di Ovidio in chiave grottesca (si trattava allora di prendere in giro attori dilettanti e maldestri).
In Lampe invece la satira è contro la trionfante opera italiana dei Porpora e Bononcini ma anche contro quella di Händel, che si dividevano pubblico e corte londinese (il Principe di Galles e la nobiltà con gli italiani, Re Giorgio e Regina con Häendel). L’opera nasceva infatti dal sogno di dare vita ad un’opera inglese in antitesi al predominio assoluto del melodramma italiano giudicato inverosimile, con lieti fine improbabili e cantanti troppo esosi.
La felice riscoperta (arie in inglese, parlati in italiano) si legava alla buona vena del regista Scarton che riusciva a delineare molto significativamente la cornice affidata a giovani attori della Scuola del Teatro di Roma (Federico Gariglio, Giacomo Cremaschi, Andrea Cuciuc, Emanuele Baldoni e Niccolò Massi), sottolineando l’aspetto ridicolo e grottesco.
Alla tastiera Antonio Pergolizzi ha evocato con personalità le note, talvolta anche di un intenso pathos lirico, di Lampe assecondando le ugole dei giovani di Fabbrica (tre cinesi e un argentino) impegnati un in repertorio per loro inconsueto: Guabgwei Yao (un impulsivo Piramo), Jessica Ricci (una fragile Tisbe), Jiacheng Fan (un biancheggiante e stralunato Muro), Alejo Alvarez Castillo (un roboante Leone), Dayu Xu (una Luna dark).
Divertimento, cultura e buona musica per tutti per una prima italiana che ha incuriosito e stregato il pubblico, che ha decretato un successo che incoraggia ad ulteriori riscoperte.



