- Articolo di:Giulio Migliorini
‘Dite: non foste mai convalescente/ in un aprile un po’ velato? È vero/ che nulla al mondo, nulla è più soave?’ recitava ‘La passeggiata’ di Gabriele d’Annunzio, ed anche me quest’opera singolare ha beneficato. Pelléas et Mélisande, dramma lirico in cinque atti e dodici quadri di Claude Debussy su libretto di Maurice Maeterlinck, rappresentato la prima volta il 30 aprile 1902 all’Opéra-Comique di Parigi, va in scena tra il 22 aprile e il 9 maggio 2026 al Teatro alla Scala di Milano per sei rappresentazioni. Assisto alla seconda, domenica 26 aprile alle ore 14:30. L’Orchestra della Scala è diretta da Maxime Pascal, la regia è di Romeo Castellucci.
Opera di Roma. La stagione 2025-2026, aldilà dei Sogni
Con un titolo come Doppio sogno per la nuova stagione 2025-2026 del Teatro dell'Opera di Roma, viene subito in mente una delle marcette graffianti e grottesche di Šostakovič di cui ricorre il cinquantenario dalla morte il 23 luglio prossimo: tanto amato da Stanley Kubrick, che lo ha inserito nel suo ultimo film prima di morire, Eyes Wide Shut (Ad occhi spalancati, d'altronde la stessa traduzione è ambigua e ossimorica) il quale riprende ed è ispirato dalla novella di Arthur Schnitzler, che si chiama, appunto, Doppio sogno (Traumnovelle, la novella del sogno, in originale).
Doppio sogno poi rimanda a Freud, a quella interpretazione dei sogni (Die Traumdeutung) foriera della scoperta dell'inconscio: siamo nel 1899 e Richard Wagner è scomparso nel 1883. È il primo compositore dell'"opera d'arte dell'avvenire", il Wort-Ton-Drama, l'opera d'arte totale che implicava i motivi psicologici intessuti nella trama musicale, e la stagione inizia con Lohengrin (1850) il figlio di Parsifal il 27 novembre 2025, quindi con la grande domanda che Elsa, salvata da lui non deve fare, ovvero la domanda del nome: sia perchè infrange la promessa che ha fatto a lui, sia perchè denota una mancanza di fiducia, nonché, d'amore. Ciò ci richiama alla memoria, ricordando la celebre scena del film di Kubrick con il sottofondo musicale di Jocelyn Pook, come nelle logge massoniche gli iniziati prendano un nome diverso da quello vero perché indossano una maschera, un'altra identità per svolgere la loro missione sotto mentite spoglie.
L'intero programma o quasi fa riferimento a questa maschera, e a questo inganno che a volte volge in bene, a volte in male: a tratti ipocrisia e calunnia in altri casi burla a fin di bene. Pensiamo a Roméo et Juliette di Gounod, per la prima volta all'Opera di Roma e con Luca de Fusco ad inaugurare una collaborazione col Teatro di Roma che lui dirige. Giulietta prese il veleno per convincere i genitori suoi e quelli avversi e finì per far credere a Romeo che fosse veramente morta: la tragedia provocata da un inganno a fin di bene che volge a male. Diretto da Daniel Oren e Grigolo e Machaidze che danno vita agli amanti di Verona, mentre le note di "Je veux vivre" risuonano in un allestimento che segna l'inizio di un patto triennale con il Teatro di Roma.
Oppure pensiamo al debutto de Il trionfo del tempo e del disinganno di Georg Friedrich Händel che ha in nuce il tema della maschera relativa a Chronos; Robert Carsen lo trasforma in un talent show barocco, diretto da Gianluca Capuano. Un'ironia che sa di genio e ci collega ad Ariadne auf Naxos di Richard Strauss, in cui lei, Arianna che salvò Teseo, abbandonata a Naxos, vi incontrerà Dioniso, ed è già un'altra storia. Maxime Pascal alla direzione e David Hermann alla regia giocano a confondere realtà e finzione.
Una tragica burla e un tremebondo inganno è Tosca, il primo novembre in diretta su Rai Cultura: lei che viene ingannata dal morto Scampìa e finirà suicida a Castel Sant'Angelo. Alla fine del sogno si termina con la realizzazione di Falstaff, dove tutto è una burla ed insegna a prendersi gioco del mondo come a teatro, altrimenti, il mondo si prenderà gioco di te.
Uno straordinario regista come Damiano Michieletto continua la sua decennale collaborazione con l'Opera capitolina insieme al direttore musicale Michele Mariotti, aprendo con il Lohengrin di Wagner – assente da cinquant'anni, ed allora recitato in italiano – con cui abbiamo dato inizio all'articolo, il 27 novembre prossimo: Dmitry Korchak, nel ruolo del cavaliere del cigno, ci ruberà sicuramente il fiato. È un'inaugurazione che è già storia: coprodotta con Valencia e Venezia, un triumvirato artistico che parla italiano ma respira europeo.
E poi c'è Inferno. Lucia Ronchetti, con la sua musica tagliente, ci trascina nel vortice dantesco sotto la guida di Tito Ceccherini. David Hermann, alla sua prima italiana, lavora con Maria Grazia Chiuri: i costumi di Dior incontrano l'oltretomba. Un'opera che non si ascolta, si vive – e quel "Lasciate ogne speranza" non è più solo un verso, ma un'esperienza fisica.
Il viaggio prosegue con Tancredi. Rossini rivisitato da Emma Dante, che trasforma il melodramma eroico in un gioco di specchi tra antico e moderno. Michele Mariotti, qui nel suo elemento belcantista, dirige Carlo Vistoli: un controtenore che farà sicuramente del personaggio di Voltaire un manifesto di purezza vocale.
A giugno, è il turno della Traviata di Sofia Coppola. I costumi di Valentino avvolgono Ermonela Jaho e Nadine Sierra in un turbine di crinoline e dolore. Francesco Ivan Ciampa restituisce a Violetta la sua fragilità di cristallo, mentre la regia ci ricorda che l'amore, anche quando muore, è sempre contemporaneo.
E come dimenticare Falstaff? Tatjana Gürbaca, alla sua prima prova italiana – l'abbiamo vista nel 2017 al Theater an der Wien a Vienna con Costantin Trinks e la sua particolare riduzione dell'Anello wagneriano –, svela il lato grottesco di Verdi. Luca Salsi, tra risate e malinconia, ci mostra un cavaliere che è allo stesso tempo buffone e filosofo. Mariotti, ancora lui, dirigerà con verve questo Verdi buffonesco sul tempo ed i suoi inganni.
Tra le gemme, brillano Le nozze di Figaro mozartiane – arrivate da Salisburgo con la loro ironia settecentesca – con la regia di Claus Guth ed il debutto sul podio di Emmanuel Tjeknavorian.
Questa stagione, però, non è solo opera. È il Corpo di Ballo di Eleonora Abbagnato che danza Le sacre du printemps stravinskijana di Pina Bausch su un palcoscenico di terra. È John Malkovich che narra Burn mentre quattro coreografi reinventano l'identità. È Preljocaj che ci sussurra storie di migrazioni e annunciazioni.
E quando, il 1° novembre, Rai 3 trasmetterà Tosca per i suoi 125 anni, con Buratto e Tetelman, comprenderemo fino in fondo che Roma non è solo una città. È un palcoscenico eterno, dove Puccini e Ronchetti, Verdi e Bausch, si passano il testimone sotto lo sguardo delle Muse.
A maggio un paio di spettacoli assolutamente da non perdere per gli amanti della contemporanea: il centenario della nascita di Hans Werner Henze vede alternarsi, sul palcoscenico del Nazionale, due titoli ispirati a testi di Miguel Barnet. Il primo titolo è La piccola cubana e poi El Cimarrón. Il primo è un vaudeville in cinque scene di Hans Magnus Enzensberger, basato su temi tratti dal romanzo Canciòn de Rachel. Il secondo è un recital per quattro musicisti che Henze ha composto a Cuba tra il 1969 e il 1970. Tratto da El Cimarrón, racconta la biografia dello schiavo fuggiasco Estéban Montejo. Particolare sarà la formazione omonima El Cimarrón, (con i membri fondatori Ivan Mancinelli e Christina Schorn-Mancinelli e Robert Koller e Camilla Hoitenga), che ha collaborato con Henze da vivo e lo ha presentato a Montepulciano nel 2015. Di recente, li abbiamo visti all'opera a Dobbiaco per le Settimane Musicali Gustav Mahler, lo scorso 20 luglio.
La vita nuda di Luigi Pirandello rivive in musica al Nazionale con Matteo D'Amico (pronipote di Pirandello), che fonde L’uomo dal fiore in bocca e La patente in un atto unico. Prima assoluta commissionata dall’Opera di Roma, è un omaggio per i 90 anni dalla morte del drammaturgo. Un'opera che strappa la maschera al Novecento, grazie alla drammaturgia e regia di Cecilia Ligorio e Sandro Cappelletto al libretto. Sul podio Alessandro Cadario, che dirige una partitura che gioca tra Sprechgesang "alla "Pierrot Lunaire" e melodie italiane "stravolte come identità pirandelliane". Il titolo è un verso segreto di Pirandello: "Nudi siamo tutti, sotto le patenti che ci cuciono addosso".
Questa è la magia: un teatro che osa, che unisce i secoli, che non ha paura di far dialogare Carsen con l'IA di Manferdini. Un "Doppio Sogno", appunto – dove ogni sogno, però, è reale.



