Pesaro. Sguanci e la voce tagliente e nobile della Sgorbia

Articolo di: 
Giulio Migliorini
L'atrio del palazzo del Comune a Pesaro

Gli oggetti custoditi in un luogo a volte sono parte della sua storia, di cui parlano meglio dei libri. Un soprammobile su una scrivania ci narra dello scrittore come una fontana o una statua raccontano di una città. La mostra dal titolo Loreno Sguanci - Sculture in Comune, ospitata temporaneamente dal 31 gennaio 2026 nel Palazzo del Comune a Pesaro, in Piazza del Popolo, comprende dodici delle trenta opere che la famiglia dell’artista ha donato alla Collettività. Nel Palazzo del Comune dall’ampia facciata in stile modernista, l’ombra tirata a specchio della loggia a sette campate è un invito ad entrare, e il vetro del portale si schiude sulla sala d’ingresso di pilastri e riflessi, di marmo e vetro dove si affaccia la scala marmorea dal sinuoso corrimano in ottone lucidato.

Qui tre presenze, quattro col visitatore, dialogano. Sulla sinistra, la struttura in profilati d’acciaio tiene sospesa, tra due pilastri in marmo rosso, la campana del 1547 che suonava sulla torre civica per validare le deliberazioni del Pubblico Consiglio, col suo ceppo che porta inciso l’anno 1749. Trasferita sul campanile della chiesa di san Domenico nel 1564, ci rimase fino al 1911, quando al posto della chiesa si iniziò a costruire la sede delle Poste e Telefoni. Dal 1960 occupa la posizione attuale. Sulla campana, ecco le foglie della rovere, lo stemma roveresco e l’abbreviazione del duca Guidobaldo II Della Rovere.

Accanto a quel bronzo antico, è collocata una copia dell’Idolino di Pesaro rinvenuto in città nel 1530 e oggi custodito al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. L’Idolino in bronzo, alto circa 146 centimetri, è una copia romana da un originale greco del 420-430 a.C. circa e aveva funzione di reggere una lampada e forse un vassoio durante i banchetti. La copia che si trova in Municipio fu eseguita con precisione dalla storica Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli di Firenze. La scultura del giovane nudo è fedele al canone di Policleto e presenta il chiasmo, uno schema incrociato di tensione e riposo che le dona ritmo armonioso.

Il contrasto con la Maternità (1960) di Loreno Sguanci, scultura a tutto tondo in legno di rovere alta 180 centimetri e caratterizzata da una forte tensione interna, è evidente. Il legno qui è intagliato e scavato dalla sgorbia con drammatici effetti di chiaroscuro, il corpo femminile è radicato al suolo, formato di volumi elementari, con l’asse inclinato e la notevole ideazione volumica delle braccia. La sfera del ventre è percorsa da una cesura serrata in verticale, la Maternità sembra sul punto di compiersi. La parete riflettente, che raddoppia la percezione del volume e il numero delle sculture, permette anche di osservare la parte nascosta della statua, che non è lontana dalla forma di un tronco d’albero contorto, una composizione intensa e vera.

Loreno Sguanci (1931-2011), scultore, si mosse da Firenze a Pesaro nel 1952, poco più che ventenne. La sua arte si formò in Toscana e nelle Marche, regioni dove ereditò una prassi artigiana e rinascimentale. Insegnò discipline plastiche presso il locale Istituto d’Arte, compì visite nei paesi europei. Le sue opere esprimono armonia formale ed equilibrio, il suo uso del legno indica un interesse organicistico, che vuole l’opera d’arte come insieme di parti interconnesse, organismo vivente. L’artista mirava a democratizzare la cultura, desiderava che l’arte fosse occasione per tutti di accedere alla bellezza e di porsi domande, di crescere.

Fu autore di Installazioni nella città di Pesaro, in dialogo con l’ambiente e con l’uomo. Divenne Assessore alla Cultura e Direttore del Centro Arti Visive Pescheria, contenitore di esposizioni d’Arte e centro culturale d’avanguardia.Dal 2017 l’Archivio che porta il suo nome valorizza e conserva le sue opere, elabora e organizza progetti nel campo delle Arti Visive.

Il senso organico della forma compare nel Disco in legno di noce di mansonia (1960) che trovo sul ripiano in fondo della prima rampa della scala. Questo albero cresce in Africa occidentale, e il suo legno, di color bruno cioccolato e con tessitura fine, è utilizzato sia per il tondo di diametro 147 centimetri che per il basamento. Qui si vede come l’arte di Sguanci sia classica perché unisce materia e spirito affinando i nostri sentimenti, e monumentale perché ha un respiro coinvolgente anche su scala ridotta.

L’osservatore che avanza, entra nello spazio della forma scolpita e ne esamina gli scorci prospettici, si attarda sulle volute scavate del legno, sulle venature, che in questo Disco evocano forse la vita verticale del fuoco, dal centro ardente ricco di fitte incisioni verticali e dal corpo vibrante e trasparente di profondità danzanti, mentre le depressioni sinuose e levigate sul diametro orizzontale dell’opera fanno pensare all’acqua che scava il letto di un fiume.

La materia si avvolge, si taglia, si espande, si corruga. Guardando quest’opera assisto ad una Genesi, vedo nell’arte non figurativa lo stesso palpito di umanità e sofferenza che emoziona nella rappresentazione realistica. I chiaroscuri delle sgorbie denudano il momento della creazione artistica, l’aura del legno, la conseguenza di una somma di gesti, l’azione dell’Idea che scarnifica la materia.

Le screziature del travertino, nobile decoro dello spazio progettato dall’architetto romano Cesare Pascoletti, sono anche il fondale dell’incontro con la singolare Colonna del 1977, un prisma a base quadrata in legno di abete, dobe il tenero volume è asportato con precisione chirurgica onde nascono triangoli, quadrilateri e superfici a doppia curvatura sulle quali le venature del legno si raccolgono come riverberate in specchi anamorfici. L’opera contiene un bel senso di rotazione e deformazione dello spazio, è un esercizio racchiuso nelle linee nere a 45 gradi in alto e in basso, spezzato dai rombi rossi sull’asse di simmetria orizzontale centrale.

Nell’astrazione modulare e geometrica lo scultore accarezza il mistero del materiale, incontra il segno della natura nel cuore della geometria, la forma organica nel prisma geometrico. Il pieno e il vuoto si inseguono anche nella slanciata e modellata Colonna del 1978, in legno di abete, alta 255 centimetri e poggiante su un piedistallo di forma tronco-piramidale. Qui il colore giustapposto alla tessitura dell’essenza lignea ne bacia il ritmo selvatico delle venature, la cui regolarità scavata da superfici curve si scioglie in immagini di cerchi e vibrazioni acquoree, squilla accanto alle campiture piatte dei pigmenti stesi a pennello, all’araldica bellezza del rosso e del nero.

Negli anni ’80 Sguanci prosegue la sua ricerca artistica incidendo Segni su tavole di azobè, un legno durissimo che viene dalle foreste tropicali africane. Il colore bruno del materiale è percorso da segni esoterici, punteggiature enigmatiche, segmenti in rilievo a 45 gradi che si fondono in punte di diamante di rinascimentale purezza. Luciano Marziano scrive nel 1988 che vi affiorano ‘memorie di immagini quasi al limite del naturale come le marezzature delle onde marine’. Tale è nella Tavola dei segni del 1980 - in legno di azobè con altezza di 287 centimetri - la campitura compatta di lucenti incisioni come scintille orizzontali tracciate nel legno arduo, attraversata in verticale da una corazzata di segni e punteggiature, inclinatea mezza altezza, punte di diamante, X, con il rosso e il nero archetipici che dirigono il ritmo nello spazio.

Le ‘icone di una modernità antica’ in legno maturano negli anni ’90. Secondo Enrico Crispolti (Loreno Sguanci: La misura dell'ordine, Mondolfo 1991) l’artista in questo periodo ‘medita attraverso l’immaginario cabalistico delle trame dei segni’, approda alla Bellezza nella costruzione del manufatto prezioso, cerca la Diversità come reliquia dell’ordine perduto. La Stele (2000), è una scultura in chiaro legno di abete, creazione artistica di grande valore ricavata da un parallelepipedo con altezza di 200 centimetri. La sommità è smussata quasi come l'estradosso di una volta a padiglione, mentre nelle venature grezze delle superfici sono intagliate geometrie trapezoidali e triangolari. Segmenti complanari alle facce originarie dell’oggetto sono rilevati con il rosso. Notevole il gioco virtuosistico che preme le rigature del legno a frammentarsi in linee ondulate o curve, speculari o parallele, ad arricciarsi disegnando ricche gorgiere nelle rientranze poliedriche, variando sul veloce gioco dei piani incidenti.

I Testimoni degli anni 2000 hanno strette parentele con le Presenze che troviamo accanto alle Tavole dei segni al termine della galleria nel piano superiore del Municipio, Totem introversi e silenziosi. La loro immobilità è inquietante, narra il compendio del viaggio artistico di Sguanci, in cui ‘la dimensione naturale, aperta e storica dello spazio’ è riguadagnata, come scrive Flaminio Gualdoni (Tratto da Sguanci Sculture, catalogo 2004, edito da Artemisia srl). Queste opere sono punti focali nella profondità dell’ambiente, sono un Doppio dell’Artista, Menhir che evocano la magia, il sacro, l’autentico.

Lo scultore fiorentino ritaglia qui l’epidermide lucente e colorata dell’abete, ne mette in mostra la carne grezza, dorata, fatta di riflessi omogenei, con una composizione quasi libera dalla regola geometrica. Energia del 2003 è una saetta che precipita a portare calore all’uomo. La scultura ha un’altezza di 188 centimetri ed è realizzata in legno di abete, anche qui vi sono superfici caratterizzate da finiture differenti: vibrante dei piccoli tratti della sgorbia la parte superiore con il fulmine in rosso, lucidata la parte vicina al basamento.

I due Solari del 2004, opere di sezione e robustezza importanti, in abete con altezza di 184 cm ciascuna, hanno il centro scavato e morbido alla percezione come un capolino gigantesco di margherita, hanno raggi acuminati, cavità piramidali o curve rivelate dall’ombra che ne lambisce le raffinate plasticità, spessori lirici, rasati in superfici dalla curvatura appena accennata, picchiettate, fluide come resina o levigate come argilla.

Dopo la visita alla mostra scendo nella Piazza, dove tra l’edificio delle Poste - con le statue di Giulio Perticari e Gioachino Rossini - e il Municipio, la fontana - detta 'la pupilla di Pesaro' -  ricostruita nel 1960 (dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale) sui disegni originali del barocco Lorenzo Ottoni che rifece quella cinquecentesca nell’ultimo quarto del ‘600, parla del mare con i suoi tritoni sul dorso di delfini, con i suoi ippocampi favolosi che dalle gole in pietra d’Istria zampillano acqua nella fresca vasca ottagonale in marmo rosso veronese.

Su via Giovanni Branca prospetta ancora la facciata a capanna in laterizio dell’antica chiesa di san Domenico. Vi spiccano gli archi a sesto acuto e il portale in marmo bianco (con le colonnette lisce e quelle tortili sulle strombature, i capitelli fogliati) che Malatesta IV Malatesta fece costruire nel 1395 in memoria del padre Pandolfo II. Il portale presenta tuttora i quattro santi domenicani nelle edicole, le figure dell'Annunciazione alla base dell'arco, il Padre Eterno benedicente sotto le ghiere concentriche, affiancato da san Giovanni Battista e da san Marco, i leoni stilofori dei Malatesta alla base delle strutture verticali. Sulla sommità, in un clipeo è rilevato l'Agnello Mistico. Questo è il lacerto della chiesa. Sul fianco sinistro della facciata incombe l’ordine gigante, la liscia colonna col capitello ionico e la trabeazione che anticipano alla vista l'edificio novecentesco delle Poste.

Pubblicato in: 
GN44 Anno XVIII 7 settembre 2026
Scheda
Titolo completo: 

PESARO
Esposizione “Loreno Sguanci – Sculture in Comune”
Organizzata dal Comune di Pesaro
In collaborazione con Archivio Loreno Sguanci APS e Azobè Odv
Palazzo Comunale di Pesaro
Piazza del Popolo 1, 61121 Pesaro (PU)

Orari di visita
Dal lunedì al venerdì: dalle 8:30 alle 19:00 (orario continuato)
Sabato mattina: dalle 8:30 alle 13:00