- Articolo di:Teo Orlando
Domenica 4 gennaio 2026 nel piccolo e raccolto Teatro Il Cantiere, situato nel cuore di Trastevere, abbiamo assistito a un incontro speciale: quello tra Marilena Paradisi e Kevin Harris, nel nome del jazz storico e dell'avanguardia contemporanea. Si presentava con una promessa impegnativa: un concerto “speciale” incentrato su improvvisazione e libertà creativa, con l’interplay come vera trama della serata. Non si tratta di etichetta di comodo: l’assetto in duo, essenziale e scoperto, impone che ogni secondo venga guadagnato con ascolto reciproco, perché senza una scaletta protettiva (o un repertorio “salvagente”) la musica vive o muore nel modo in cui due personalità riescono a farsi spazio senza schiacciarsi.
La piccola Amélie. Leggiadria della metafisica animata
Il cinema, non soltanto quello di produzione strettamente giapponese, ma anche quello centrato sul Giappone (vedi il recente, delizioso lungometraggio di Wim Wenders, Perfect Days) si sta ponendo sempre più spesso quale ponte naturale tra le due culture, quella genericamente “occidentale” e quella nipponica. Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe. A partire ad esempio dall'intenso Ritrovarsi a Tokyo (Une part manquante) di Guillame Senez, film franco belga del 2024 focalizzato su un argomento scottante come l'affido dei figli in Giappone, questione che a livello legale dà adito a situazioni estremamente controverse, specie nel caso delle coppie di nazionalità mista.
Oppure i diversi documentari che autori italiani hanno dedicato negli ultimi anni alla lunga permanenza nel paese del Sol Levante del celebre antropologo, scrittore e orientalista Fosco Maraini, con tutta la famiglia al seguito compresa la giovanissima figlia Dacia; riguardo a lei un gran bel ritratto è senz'altro Dacia, Vita Mia – Dialoghi Giapponesi, scritto e diretto da Izumi Chiaraluce, presentato in prima mondiale alla XX edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione FREESTYLE ARTS.
Senza dilungarci oltre, possono essere accorpati alle più peculiari intersezioni tra le due culture anche certi adattamenti cinematografici dei romanzi, di chiara impronta autobiografica, pubblicati dalla belga Amélie Nothomb, la cui infanzia si è parimenti svolta al seguito della famiglia in Giappone. Tra i film più emozionanti e riusciti ispirati direttamente dalla sua penna possiamo ricordare Stupore e tremori (Stupeur et Tremblements) diretto nel 2003 da Alain Corneau e soprattutto Il fascino indiscreto dell'amore, titolo originale Tokyo Fiancée, arioso lungometraggio che Stefan Liberski ha tratto direttamente dal suo best seller autobiografico maggiormente apprezzato dal pubblico, "Né di Eva né di Adamo".
In questo ardito cammino tra la pagina scritta e lo schermo mancava forse solo un tassello: l'animazione. E con La piccola Amélie (titolo originale: Amélie ou la métaphysique des tubes) anche questa tessera è andata al suo posto, arricchendo tale mosaico di intuizioni visionarie e di cromatismi nuovi.
Questo splendido lungometraggio d'animazione, per noi uno dei più belli realizzati negli ultimi anni, fa ora capolino nelle sale italiane. Chi scrive però aveva beneficiato lo scorso 11 dicembre di un'occasione per così dire privilegiata di vedere il film in anteprima: la speciale proiezione organizzata nella saletta dell'istituto Giapponese di Cultura, con tanto di barretta di cioccolato bianco offerta ai presenti, per “citare” uno dei leimotiv più teneri – e gustosi – di tale racconto cinematografico.
Non solo. Agli invitati è stata offerta anche la possibilità di presentarsi un'oretta prima all'istituto per una delle rare visite “by night”, con guida estremamente qualificata al seguito, del prezioso giardino ornamentale, che abbiamo scoperto così corrispondere a uno dei due principali modelli della tradizione nipponica. E a seguire visita – sempre con guida – della sorprendente mostra ICONICOCIBO – Settant'anni di food poster in Giappone, con alcune chicche davvero straordinarie. Ecco una breve intro, direttamente dalla sinossi: 50 poster a firma di oltre 20 maestri della grafica realizzati a partire dal 1957 a tema CIBO recano approcci multipli per esprimere le relative questioni sociali o l'impatto che questo ha sulla nostra vita nel suo complesso. Ne deriva una narrazione trasversale - o incidentale - a mode, costumi, prodotti, messaggi, cambiamenti visibili ed emozionali, ergo il racconto di un paese, e per estensione di un mondo, che guarda al cambio di millennio e lo attraversa con fiducia.
ICONICOCIBO passa in rassegna le più note rappresentazioni diacroniche della cultura del bere e del mangiare, bisogni immutabili dell'umanità intera, declinati dalle matite più note del Sol Levante nelle cinque sezioni Harmony of Foods, Drink Iconography, Food for Pleasure, Food Landscape, Food as Motif.
Con lo sguardo già in parte saziato dagli immaginifici poster e collage, siamo stati comunque catturati da un autentico, genuino sense of wonder, derivante peraltro da un approccio personale e sognante allo stupore infantile, sin dall'inizio della proiezione, Di produzione francese, realizzato in tandem da Liane-Cho Han Jin Kuang e Mailys Vallade, La piccola Amélie cavalca in modo originale i ricordi più datati della scrittrice Amélie Nothomb, confluiti poi in un altro romanzo di successo come Metafisica dei tubi, filtrati qui dalle eccezionali possibilità rappresentative offerte dall'animazione.
La nascita della protagonista (e quindi della scrittrice) viene narrata come un evento magico, divino, cui faranno seguito le inevitabili difficoltà della crescita, il rapporto non sempre così scontato con le prime figure del proprio nucleo famigliare, gli aspetti più eccentrici della vita che un piccolo clan europeo può condurre in Giappone, il senso stesso della perdita acquisito precocemente.
Siamo nel 1970. Tra la deliziosa scoperta del cioccolato bianco belga e lo speciale rapporto creatosi con la tata Nishio-san, tra i quasi inevitabili screzi coi fratellini e l'energia trasmessa da una nonna davvero super, tra gli atteggiamenti scostanti di una donna giapponese più anziana ancora condizionata dai traumi della guerra e la meraviglia indotta dalle feste tradizionali, questo spumeggiante coming of age animato alterna lirismo, ricerca antropologia e slanci di humour con una leggiadria unica. Il tratto del disegno, così libero, traslucido, quasi “acquarelloso”, consente poi di passare dai ritmi della quotidianità alle fantasie più sfrenate dell'infanzia senza soluzione di continuità, regalando al pubblico un'alta intensità emotiva, una deliziosa ironia di fondo e al contempo alcune scene profondamente commoventi.


