- Articolo di:Giulio Migliorini
‘Dite: non foste mai convalescente/ in un aprile un po’ velato? È vero/ che nulla al mondo, nulla è più soave?’ recitava ‘La passeggiata’ di Gabriele d’Annunzio, ed anche me quest’opera singolare ha beneficato. Pelléas et Mélisande, dramma lirico in cinque atti e dodici quadri di Claude Debussy su libretto di Maurice Maeterlinck, rappresentato la prima volta il 30 aprile 1902 all’Opéra-Comique di Parigi, va in scena tra il 22 aprile e il 9 maggio 2026 al Teatro alla Scala di Milano per sei rappresentazioni. Assisto alla seconda, domenica 26 aprile alle ore 14:30. L’Orchestra della Scala è diretta da Maxime Pascal, la regia è di Romeo Castellucci.
Resurrection di Bi Gan. Il secolo del cinema come sogno contraffatto
Alquanto ignari di cinema cinese contemporaneo, siamo andati alla première di Resurrection, l'ultima fatica del giovane regista Bi Gan, con un atteggiamento misto tra curiosità e diffidenza, viste le premesse suggerite dalle note di regia, dove il film viene presentato come ambientato "in un mondo in cui l’umanità ha barattato la sua capacità di sognare con l’immortalità". E in effetti, il regista cinese costruisce un’ambiziosa odissea attraverso epoche, generi e fantasmi ispirati alla più pura poetica da cinéphile di mestiere. Il risultato è visivamente sontuoso e tecnicamente abbagliante. Ma certi toni ci sono sembrati anche eccessivi e derivativi, non sempre coerenti con la visione d'insieme. Bi Gan, già autore di Kaili Blues e Un lungo viaggio nella notte, firma così un’opera dichiaratamente smisurata: 160 minuti, sei racconti, un secolo di cinema attraversato come una camera dei sogni, un “Mostro del cinema” che vaga tra illusioni, memoria e perdita progressiva dei sensi.
Il nocciolo della trama è apparentemente semplice: ci troviamo in futuro mondo distopico o forse iperutopico, dove l'umanità ha rinunciato ai sogni in cambio della longevità o addirittura della vita eterna: una donna dà la caccia a un «delirante», un uomo che non rispetta la legge e che si nasconde nei vecchi film, con una modalità imprecisata, per continuare a sognare. All'interno di un film muto, lo trova mentre mangia papaveri in una fumeria d'oppio per alimentare disperatamente i suoi sogni, che lo stanno uccidendo. La "cacciatrice" non riesce a comprendere la sua ossessione, ma, trovando un proiettore, lo carica con una pellicola per permettergli di rivivere la sua vita passata nei sogni prima di morire. Ciascuno dei suoi sogni corrisponderà a uno dei cinque sensi (più un sesto senso, forse da identificare con la coscienza), si svilupperà secondo un genere cinematografico distinto in diversi periodi del XX secolo e si svolgerà in Cina: un’odissea onirica attraverso epoche e generi, con l'indomita cacciatrice decisa a scoprire la realtà "autentica" nascosta nelle pieghe del sogno.
La premessa è affascinante, e in parte lo è anche il film. Resurrection possiede immagini di indubbia potenza espressiva: piogge notturne (come in Blade Runner!), interni rossi e neri, corpi sospesi, figure che sembrano uscite da un archivio mentale più che da una storia. Il regista compone le scene fino a metter in campo un dispositivo ipnotico, che dovrebbe scardinare la soglia fra veglia e allucinazione. E tuttavia proprio qui comincia il problema: il film ha un'ambizione citazionale smodata e insieme vorrebbe costruire una sequenza narrativa identificabile. Ma vuole troppo: vorrebbe essere insieme summa, omaggio, catalogo, sogno, museo, requiem e rinascita del cinema. A forza di voler contenere tutto, rischia più volte di trasformarsi in un grande oggetto decorativo, affascinante e inafferrabile, ma anche freddamente programmato. Ed è inutile negarlo: a differenza di quello giapponese, il cinema cinese non ha mai brillato per le costruzioni narrative in senso classico: non esiste, almeno nella percezione occidentale consolidata, un “Kurosawa cinese”: però sia Ang Lee sia Wong Kar-wai, senza citare Zhang Yimou, riescono a coniugare con altrettanta immediatezza drammaturgica racconto, azione, conflitto morale, leggibilità popolare e profondità filosofica.
La contaminazione fra cinema cinese e cinema occidentale è evidente. Da un lato affiora una sensibilità orientale per il tempo sospeso, per la metamorfosi e per la densità simbolica delle immagini; dall’altro Bi Gan convoca l’intero repertorio della modernità cinematografica occidentale: l'espressionismo tedesco, il noir, il melodramma, il thriller claustrofobico, la fantascienza, il road movie, il cinema muto. Il risultato è eclettico, talora seducente, talora estenuante. Non si può negare l’abilità della macchina; si può però dubitare della sua necessità profonda.
È qui che viene in mente un paragone forse brutale, ma non del tutto improprio: Resurrection ci ricorda certe automobili cinesi di oggi. A guardarle sembrano ormai perfettamente allineate ai modelli occidentali: linee evolute, tecnologia vistosa, prestazioni dichiarate, interni seducenti, display ovunque, promessa di futuro. Eppure, a un esame più attento, resta talvolta una sensazione di falso lusso, di originalità imitata, di affidabilità ancora da dimostrare. Così il film di Bi Gan: appare sofisticatissimo, performante, aggiornato, cosmopolita; ma qualcosa, sotto la superficie, suona artificioso, come se l’immaginario occidentale fosse stato assorbito, riassemblato e rilanciato con enorme competenza tecnica, senza però diventare fino in fondo esperienza necessaria. A rafforzare questa impressione di splendore lievemente contraffatto contribuisce anche un’incertezza ormai tipica del cinema contemporaneo: è difficile capire, in molti passaggi, dove finisca il corpo reale dell’attore e dove cominci la sua reinvenzione digitale; dove ci siano davvero esterni e interni costruiti, fotografati, abitati, e dove invece intervengano fondali, architetture, atmosfere o immagini generate - o comunque radicalmente manipolate - dalla postproduzione e, forse, dall’intelligenza artificiale. È come se il film, mentre celebra il sogno del cinema, lasciasse intravedere anche il suo possibile svuotamento tecnico, la sua trasformazione in superficie impeccabile e inafferrabile.
Le analogie con David Lynch sono quasi inevitabili. Non tanto perché Bi Gan “copi” Lynch, quanto perché lavora anche lui su identità instabili, sogni che invadono la veglia, temporalità spezzate, atmosfere noir deformate dall’inconscio. Anche il nome di Wim Wenders può essere evocato, soprattutto per il gusto dell'incerto vagare, per il rapporto fra viaggio e visione, per l’idea del cinema come attraversamento di luoghi, epoche e stati della coscienza: ma più che la strada, qui domina il labirinto; più che l’attesa, la saturazione.
Bi Gan stesso parla di un film che vorrebbe far vivere allo spettatore "un secolo in due ore e mezza" e di un “Mostro del cinema” destinato a vagare attraverso un secolo di illusioni e sogni, perdendo progressivamente vista, udito, gusto, olfatto, tatto e infine coscienza. È un progetto enorme, quasi titanico. Ma proprio questa ambizione diventa il limite dell’opera. Perché in due ore e quaranta non ogni inquadratura ci sembra esprimere una necessità drammatica e la durata comincia a pesare: ad esempio, la parte ispirata al cinema muto e all’espressionismo tedesco è tra le più riconoscibili: ombre, deformazioni, figure mostruose, un gusto che rimanda alla genealogia di Caligari, a Murnau, alla creatura dolente e grottesca. Ma altre parti sono meno riconoscibili, nonostante la grande perizia di Bi Gan. In definitiva, Resurrection è un’opera imponente, elegante, ambiziosa, ma anche diseguale e sovraccarica: ha il fascino degli oggetti tecnicamente avanzati e un po’ sospetti, che seducono ma non sempre convincono.



