- Articolo di:Giulio Migliorini
La grande orchestra sassone si esibisce al Filarmonico di Verona davanti al pubblico delle grandi occasioni in una sala gremita. Dopo la Sesta di Mahler, ascolto nella sera di mercoledì 9 settembre alle ore 20:30 un programma ottocentesco, che spazia amorosamente dal classicismo beethoveniano al tardo romanticismo e al simbolismo dell’ultimo quarto del secolo diciannovesimo. Tra il 1805 del quarto concerto beethoveniano e il 1905 della sesta sinfonia di Mahler (perfezionata poi fino al 1907), in due giorni la Sächsische Staatskapelle Dresden porta a Verona una magnifica regata, un centennio di musica e sentimenti.
ROF 2026. Inaugurazione trionfale per Le siège de Corinthe
Le siège de Corinthe, Tragédie lyrique in tre atti su libretto di Luigi Balocchi e Alexandre Soumet e musica di Gioachino Rossini ha inaugurato con grande successo la 47° edizione del Rossini Opera Festival l’11 agosto all’Auditorium Scavolini. Nella nuova produzione Carlo Rizzi ha diretto l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, il Coro del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno e il cast formato da: Adrian Sâmpetrean, Mahomet, Matteo Roma, Cléomène, Vasilisa Berzhanskaya, Pamyra, Maxim Mironov, Néoclès, Simón Orfila, Hiéros, Tianxuefei Sun, Adraste, Giuseppe De Luca, Omar, e Anna-Doris Capitelli, Ismène.Davide Livermore, che ha realizzato anche le scene con Eleonora Peronetti e Paolo Gep Cucco, è stato il regista dello spettacolo mentre i costumi sono stati di Gianluca Falaschi, la coreografia di Erika Rombaldoni, Videodesign di D-Wok e le luci da Nicolas Bovey. Sono state previste tre repliche il 14, 17 e 21 agosto.
Le siège de Corinthe è andata in scena sulla base dell’edizione critica a cura di Damien Colas Gallet, che, nel saggio contenuto nel programma di sala, ha ricordato che, dopo la prima volta nel 2017, è la seconda volta che viene presentata al ROF. Ha spiegato perché non è attualmente possibile ricostruire con certezza l’opera di Rossini che debuttò all’Opéra il 9 ottobre1826. Infatti manca la partitura autografa originale, di cui rimangono solo alcuni pezzi autografi di proprietà privata o conservati in biblioteche. La partitura fu affidata all’editore Troupenas da Rossini, ma è scomparsa e quella stampata è una versione abbreviata di quattrocento battute e anche l’ultimo atto è semplificato.
Inoltre è sparita anche la copia della partitura fatta dai copisti dell’Opéra, che serviva a distribuire le parti agli orchestrali, ai coristi e ai cantanti. Il musicologo così ha lavorato sulle parti esecutive degli orchestrali, del coro e degli interpreti, che però presentano parti coperte con la carta incollata o pagine cucite, L’Opéra aveva, infatti l’abitudine nelle riprese successive di tagliare le parti per mettere in scena una versione abbreviata o di presentare solo i brani più famosi, cosa avvenuta anche quando Rossini era vivente. Già alla prima de Le siège de Corinthe furono tagliati tre dei ballabili. Gallet ha minuziosamente descritto un prezioso lavoro degno di un certosino.
Dopo Il viaggio a Reims nel 1825 Rossini decise di proporre all’Opéra il rifacimento del Maometto II, opera in due atti, che aveva come trama la conquista della veneziana Negroponte da parte del sultano Maometto II dopo la conquista di Bisanzio nel 1453, L’opera faceva parte del percorso sperimentale e innovativo del periodo napoletano, ma non aveva avuto successo sei anni prima al Teatro San Carlo di Napoli. Gallet descrive una prima fase di riscrittura in francese del Maometto II, in cui Rossini utilizzò vari brani anche se proposti diversamente. Poi, avendo per varie circostanze più tempo a disposizione, Rossini realizzò cambiamenti più radicali con musica nuova soprattutto nel terzo atto.
La decisione di spostare l’azione dall’originale Negroponte a Corinto e porre non più i Veneziani contro i Turchi ma i Greci, fu anche dettata dagli avvenimenti contemporanei della guerra di indipendenza della Grecia contro l’impero turco, che riscuoteva appoggi e ampi consensi in Francia e in Inghilterra. Lord Byron, che morì a Missolungi ne fu un celeberrimo esempio. Le Siège de Corinthe, a differenza del Maometto II di argomento storico, fu quindi un’opera che alludeva palesemente all’attualità e di contenuto politico, poiché l’argomento è imperniato sulla lotta per la libertà di un popolo contro l’oppressore, un tema che, disgraziatamente, è rimasto sempre attuale.
Le Siège de Corinthe è una Tragédie lyrique su libretto di Luigi Balocchi e Alexandre Soumet, debuttò all’Académie Royale de Musique di Parigi il 9 ottobre 1826. La vicenda inizia con la disperata situazione dei Corinzi. Il loro comandante Cléomène guida la disperata resistenza, ma prima dello scontro vorrebbe che sua figlia Pamyra sposasse Néoclès, il più valoroso dei suoi guerrieri, ma la donna rifiuta perché ama Almanzor, precedentemente incontrato ad Atene. Arrivano i Turchi vittoriosi guidati da Mahomet II, Cléomène prigioniero sta per essere ucciso quando arriva Pamyra per chiedere pietà e scopre che Almanzor è Mahomet, che non l’ha dimenticata e vuole sposarla.
Nel secondo atto Pamyra, maledetta dal padre, è combattuta tra dovere e amore, sta per sposare Mahomet, ma irrompe Néoclès che inveisce contro il sultano, per evitare che venga ucciso la donna dice che egli è suo fratello. Una nuova resistenza dei Corinzi interrompe il rito e fa cambiare Pamyra, che decide di non sposare Mahomet, anche se il sultano le ha detto che così salverebbe Corinto e i suoi abitanti.
Nel terzo atto Pamyra decide di morire insieme agli ultimi combattenti e abitanti di Corinto, rifugiati nei sotterranei della cittadella che custodiscono le tombe, si riconcilia con il padre dicendo che sposerà Néoclès e affronterà la morte nell’ultima resistenza. Il sacerdote Hiéros, custode delle tombe, benedice le bandiere ed esorta tutti di giurare di vincere o combattere fino alla morte, poi ha una visione e ricordando Leonidas, vaticina che nel futuro la Grecia risorgerà e sarà libera e invoca Maratona. Mentre gli uomini vanno a combattere Pamyra rimane con le donne, arrivano i mussulmani guidati da Mahomet e Paymira si suicida con il pugnale che le aveva dato il padre, muoiono tutti nell’incendio e nel crollo della cittadella.
È un palese richiamo agli avvenimenti di Missolungi, dove gli abitanti erano morti sepolti dalle macerie degli edifici crollati, dopo che avevano dato fuoco alle mine, un suicidio collettivo per non cadere nelle mani del nemico. Rossini concepì l’opera formata da pezzi chiusi, ma sempre più ampi come aveva iniziato a fare a Napoli, usò inoltre il declamato arioso sillabico, che rafforza l’espressività drammatica e si può raccordare efficacemente all’eventuale aria successiva. Così Mahomet brevemente racconta e il suo rimpianto amore al suo confidente Omar e così Hiéros invita al giuramento prima della preghiera e della profezia. Rossini naturalmente non rinunciò alla eleganza raffinata della scrittura belcantista, ma l’adattò ai nuovi interpreti, che però avevano una preparazione adeguata di derivazione italiana, a Pamyra e a Néoclès sono affidate le arie più impegnative.
La sala, che ha un’acustica secca non aiuta a godere l’ascolto, ma la direzione di Carlo Rizzi, un veterano del ROF, all’inizio non sempre ha dato un adeguato respiro alla frase musicale e alla cantabilità privilegiando la vitalità del ritmo, ma ha sempre sostenuto i cantanti, non coprendoli con l’orchestra. La direzione poi con il progredire dell’opera ha dato più spazio alla cantabilità e messo in luce la tavolozza armonica e timbrica della partitura. L’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna ha eccellenti prime parti, che, nelle parti con strumento obbligato, sono state una preziosa risorsa, e in tutte le sue componenti ha pienamente assecondato la direzione di Rizzi, anche il Coro del Teatro Ventidio Basso, preparato da Pasquale Veleno, a cui è affidato un ruolo di notevole impegno e rilievo nello svolgimento dell’opera, ha dato un’ottima prova di sé.
Vasilisa Berzhanskaya, che avevamo già molto apprezzato sia vocalmente che come interprete all’Opera di Roma come Romeo nei Capuleti e Montecchi di Bellini, è stata la trionfatrice della serata nel ruolo di Pamyra, ha una limpida e soave voce sopranile, molto estesa tanto da potere anche interpretare anche ruoli di tessitura più grave, una precisa intonazione, una limpida emissione e una notevole tecnica belcantista. Di tutti gli interpreti è stata la più vicina al “Bello Ideale” perseguito da Rossini nella precisione e nell’eleganza di porgere il canto, dimostrata in particolare nell’aria “Ô patrie infortunée!” in cui i numerosi e ardui abbellimenti, non sono circensi, ma hanno una precisa funzione espressiva.
Grande prova di Maxim Mironov, è stato un convincente Néoclès, in possesso di un luminoso timbro tenorile, ha interpretato il declamato arioso dando il giusto spessore drammatico, nell’aria “Grand Dieu, faut-ilqu’un peuple”, lungamente applaudita a scena aperta, ha sfoggiato una grande sicurezza nell’affrontare le insidie vocale e mostrato facilità nella brillantezza dell’emissione degli acuti. Adrian Sâmpetrean, al suo debutto al ROF, con la sua voce scura e potente, ma morbida di basso ha interpretato Mahomet dando il giusto peso alle sfumature interpretative, che ha mostrato nel declamato arioso in cui rivela Omar l’amore per Pamyra. Matteo Roma, ha una morbida e limpida voce tenorile, si è ben calato nel ruolo di Cléomène, non sempre a suo agio, è stato però vocalmente convincente.
Simón Orfila è stato un autorevole e ieratico Hiéros, cui ha prestato la sua bronzea voce di basso, Anna-Doris Capitelli con la sua voce morbida ha ben interpretato la Ballade di Ismène, “La jeune Pamyra s’avance”, Giuseppe De Luca, baritono, ha un timbro scuro, sicuro vocalmente, è stato un convincente Omar, Tianxuefei Sun è stato Adraste
La coreografia dei ballabili è stata creata da Erika Rombaldoni, che ha dato corpo al tumultuoso intrecciarsi dei sentimenti contrastanti tra amore e dovere in Pamyra, descrivendo con grande efficacia il doloroso flusso di coscienza della giovane donna. Una coreografia narrativa e simbolica in cui intervengono anche Pamyra, suo padre Cléomène e la madre morta. La Rombaldoni l’ha danzata insieme ai bravi: Sara Barbieri, Kevin Bhoyroo, Sofia Cagnetti, Sara Catellani, Lucia Cinquegrana, Arianna Lenti, Selene Scarpolini e Alessandro Trazzera. Il pubblico è stato intensamente coinvolto e alla fine, a scena aperta, ha tributato agli interpreti una lunga e straordinaria acclamazione.
Della sua regia Davide Livermore ha detto di aver messo in scena la Modernità che cancella la Cultura classica e la bellezza. La Modernità, con il dominio dell’economia, che attraverso la tecnica disumanizza la vita degli uomini, rendendoli oggetti da usare, è un tema complesso di grande attualità. La regia, però, ha messo in scena gli aspetti più superficiali e banali senza avere idee che chiarissero il senso della scelta, in una scena affollata e caotica in uno schermo quadrato l’ambientazione greca era rappresentata attraverso mutevoli proiezioni di D-Wok, ispirate ai dipinti di Lawrence Alma-Tadema e così anche i bei costumi dei Greci di Gianluca Falaschi.
C’erano anche statue parzialmente imballate, strutture di tubi innocenti manovrate dai bravi tecnici, su cui si arrampicavano a turno alcuni interpreti. All’arrivo dei Turchi in eleganti abiti contemporanei sempre di Falaschi, sono comparsi con selfie collettivi, sacchi di rifiuti in palcoscenico e nelle proiezioni sono apparsi gli ambienti deturpati e nel mare plastica galleggiante. Insomma una sequenza di banalità e luoghi comuni, una regia scontata anche nei movimenti scenici. Uno spettacolo visivamente deludente ma riscattato dall’esecuzione musicale e coreografica.
Alla fine il folto pubblico ha accolto tutti gli interpreti con sceoscianti e lunghi applausi ma anche ben motivate contestazioni alla regia.

