ROF 2026. La Scala di seta, interno con lastra specchiante

Articolo di: 
Giulio Migliorini
ROF 2026 La scala di seta

Per chi arriva da via Branca in piazza Lazzarini a Pesaro, in un limpido tramonto d’agosto, sul fondale nero di conifere dei giardini Garibaldi brillano gli zampilli irregolari della fontana del Trebbio. Se è la sera giusta poi, il portale del Rossini è aperto e si nota, attraverso il fornice dal ricco bugnato neoclassico, il passaggio di pubblico e addetti. Il 16 agosto 2026, davanti al Teatro è sul cavalletto la locandina gialla della Scala di seta, farsa comica (breve commedia senza coro e con pochi personaggi, dal ritmo incalzante) in un atto di Giuseppe Foppa, con musica di Gioachino Rossini.

L’opera - con una bella struttura d’assieme, arie, duetti, un quartetto, un finale con la morale dell’intreccio amoroso - fu scritta per il Teatro Giustiniani di san Moisè a Venezia, e vi fu data la prima volta il 9 maggio 1812. Qui al ROF 2026, la rappresentazione alla quale assisto è la seconda di quattro (11, 16, 19, 22 agosto, ore 20:00), ripresa della produzione 2009, con l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna diretta da Iván López-Reynoso e la regia di Damiano Michieletto.

L’intreccio amoroso, che si svolge nella campagna vicino a Parigi, ha per centro Giulia, la pupilla di Dormont, che ha sposato Dorvil all’insaputa di tutti. Il giovane le fa visita ogni notte, arrampicandosi sulla scala di seta che lei gli cala dal balcone. Dormont, il tutore, la vorrebbe maritare a Blansac, amico dello sposo. Blansac corteggia Giulia per conquistarne il cuore – visto che Dorvil l’ha punto dicendogli che lei lo sposerebbe solo per ubbidienza – ma prova qualcosa anche per la cugina della sposa, Lucilla, che ricambia.

Dorvil è geloso, anche perché sua moglie non sembra indifferente alla corte dell'altro. Germano, il servitore di Giulia, quando la sente parlare di un appuntamento segreto, fraintende e convoca Blansac nella camera. Nel finale i due si trovano al rendez-vous, e quindi viene svelato il segreto. Dormont perdona perché nulla si può contro l’amore, e Blansac sposa Lucilla.

Le scene e i costumi di Paolo Fantin inseriscono la storia in un contesto contemporaneo. Il piano del palcoscenico, leggermente inclinato verso la platea, riporta la pianta dell’appartamento di Giulia in scala reale; un filo di luce a led traccia il contorno dei muri, proprio come il tratto pesante previsto nel disegno tecnico per i contorni di volumi sezionati. Nell’alloggio c’è la zona giorno a sinistra e la zona notte a destra. I mobili sono collocati dai tecnici durante la sinfonia: sul nero del fondale spiccano il color ghiaccio dei divani e del lettone e la cucina lucidata rosso fuoco; c’è anche la boccia con il pesce rosso.

La finestra dei rendez-vous aggetta sul fondo. Nella sezione di Fantin ecco una trincea sotto quel serramento: è da qui che gli amanti salgono alla tettoia usando la scala di seta, giungendo all’altezza di due metri e mezzo che tutti in sala leggiamo sul progetto. Un grande specchio sospeso, inclinato di quarantacinque gradi, permette di osservare le azioni dall’alto, e l’assenza delle pareti consente di vedere chi fa cosa contemporaneamente in tutte le stanze. Lo specchio ci serve anche per spiare comodamente ogni ascesa mediante scala.

I costumi sono anch’essi moderni, con la sottoveste bianca, la felpa ciclamino e l’abito azzurro vintage di Giulia, il vestito bianco di Lucilla, lo spolverino di Dormont e il rigatino fucsia di Germano, le cui vesti fotografano l'immaginario collettivo del cameriere filippino. Dorvil porta un completo da motociclista, mentre Blansac indossa un abito bianco con camicia nera da tombeur de femmes. Il genere contemporaneo è completato dalle luci di Alessandro Carletti, che si tingono di verde al quartetto, di azzurro al finale.

La regia di Michieletto è frizzante al punto giusto, giocata all’interno dell’appartamento dove le pareti esistono solo per i personaggi. Il pubblico assiste a nascondimenti sotto coperte, segue un orsacchiotto tra le mani del cameriere, il quale afferra anche una moka ardentissima e la lascia immediatamente. Altri solidi entrano in scena, come le rose bianche per le giovani donne, le zucchine tagliate da Blansac, le calze che poi lui sfila a Lucilla. Spassosa la scena delle arti marziali di Germano, e scoppiettante il finale con Dorvil che minaccia Dormont usando il phon, il matrimonio svelato e la scala di seta stesa dai tecnici, vibrante e ondeggiante azzurrina sul fondo, in tutta la larghezza del palcoscenico, mentre il pubblico ascolta la morale dell’opera.

Splendida la performance del Buffo Paolo Bordogna nei panni del servitore Germano. Amore dolcemente è ben cantata, e il sillabato è a fuoco. Buono il canto del soprano Hasmik Torosyan come avvenente Giulia, infatti Io so ch’hai buon core è ricca di dolcezza, e l’interprete è elegiaca nel tempo lento e disteso, spigliata nella stretta rapinosa. Il mio ben sospiro e chiamo è cantata con aderenza scenica, e qui le parole costretta a palpitar con quanto segue sono interpolate con una bella coloratura.

Il Dorvil del tenore Alasdair Kent, dalla forte avvenenza scenica, canta con bella voce e pianissimi molto pericolosi l’aria Vedrò qual sommo incanto, ha lo spirito per interpretare Rossini e può senz’altro migliorare in futuro. Bene il basso che interpreta Blansac, Iurii Samoilov, che ha voce scura e ricca di armonici ed è un grande attore.

Brava Maria Gaudenzi, il mezzosoprano che veste i panni di Lucilla e ne canta l’aria Sento talor nell’anima. La voce è personale e promettente, il pubblico le riserva molti applausi. Invadente al punto giusto e di bella voce il tenore Enrico Iviglia nei compassati panni del tutore Dormont. Elettrizzante il quartetto Sì che unito a cara sposa, con la stretta che manda veramente la testa in confusione ed è capolavoro del ventenne Rossini, musica di una freschezza e genialità invidiabili.

Grande la direzione di Iván López-Reynoso, che mette in luce le perle della partitura senza perdere di vista la connessione dell’assieme, fedele alla lettera di Rossini nello sbalzare il gioco concertante dei fiati, nel giustapporre il tono brillante e quello amoroso della sinfonia. Raffinata come sempre l'Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, della quale purtroppo talora le troppe azioni sulla scena distraggono l'ascolto. Nella sinfonia, sono preziosi gli assoli dell’oboe, del flauto e del corno.

La trama è sollevata con brio dalla musica, così che diventa spumeggiante, e i bei notturni della scena finale, quando Germano si addormenta e le sue parole si spezzano, sono quello che ci si attende da un’opera di questo titolo. Gli archi disegnano il sonno incombente, si diradano nel silenzio, seducono a Quando suona mezzanotte. La musica di è mezzanotte, poi, sembra fare l’occhiolino. Infine rutilante è l’accompagnamento della morale Quando amor si fa sentire / Troppo egli è nei cor possente; / Si contrasta inutilmente, / Vince ognora il suo poter. Applausi vivi per tutti gli interpreti, per gli strumentisti e per il direttore d’orchestra Iván López-Reynoso. Grande successo per il Buffo Paolo Bordogna.

Uscendo dal teatro, in via San Francesco d’Assisi trovo una vetrina con una nutrita collezione di piatti artistici che catturano lo spirito di alcune opere del Cigno di Pesaro. La rassegna, dal titolo A Pranzo con Rossini, è curata dal Liceo Artistico Mengaroni, con sede in Corso XI settembre, 201. Le opere sono coloratissime, divertenti, molto belle. Non trovo La Scala di seta, ma valgono qualche minuto di spasso il tondo con Cenerentola che strizza lo straccio nel secchio e incontra il principe, con tanto di carrozza-zucca, e quello con la barba arricciolata che attende il rasoio di Figaro, mentre le silhouette di Lindoro e Rosina si baciano.

Sugli altri piatti trovo la mela di Guglielmo Tell, la gondola e le paste di Otello, la geometria cubica di Zelmira tra colonne e grappoli succosi, l’apertura del Mar Rosso di Mosè in Egitto, le arance di Sicilia e le divertenti originali figurine del Tancredi, la diligenza l’anguria e il tappo di champagne del Viaggio a Reims, la Ziggurat su cui posa Semiramide coperta da grande palma, i capelli-pastasciutta dell’Equivoco stravagante, la Gazza ladra sul cucchiaio d’argento, con le piume volanti e in attesa del sale, le mani ad insaporire il Cous cous dell’Italiana in Algeri, l’atmosfera surrealista del caffè di donna Fiorilla nel Turco in Italia, la teiera di Elisabetta regina d’Inghilterra, i personaggi della Cambiale di matrimonio, e quelli del Signor Bruschino in un tripudio di gastronomia.

Pubblicato in: 
GN43 Anno XVIII 31 agosto 2026
Scheda
Titolo completo: 

ROSSINI OPERA FESTIVAL 2026
PESARO 
dall'11 al 23 agosto 2026

La scala di seta
13, 16, 19, 22 agosto, ore 20.00
Teatro Rossini

Farsa comica in un atto di Giuseppe Foppa
Edizione critica della Fondazione Rossini di Pesaro, in collaborazione con Casa Ricordi di Milano, a cura di Anders Wiklund

Direttore IVÁN LÓPEZ-REYNOSO
Regia DAMIANO MICHIELETTO
Scene e costumi PAOLO FANTIN
Luci ALESSANDRO CARLETTI 

Interpreti
Dormont ENRICO IVIGLIA
Giulia HASMIK TOROSYAN
Lucilla MARA GAUDENZI
Dorvil ALASDAIR KENT
Blansac IURII SAMOILOV
Germano PAOLO BORDOGNA

ORCHESTRA DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA

Produzione 2009, riallestimento