- Articolo di:Giulio Migliorini
La grande orchestra sassone si esibisce al Filarmonico di Verona davanti al pubblico delle grandi occasioni in una sala gremita. Dopo la Sesta di Mahler, ascolto nella sera di mercoledì 9 settembre alle ore 20:30 un programma ottocentesco, che spazia amorosamente dal classicismo beethoveniano al tardo romanticismo e al simbolismo dell’ultimo quarto del secolo diciannovesimo. Tra il 1805 del quarto concerto beethoveniano e il 1905 della sesta sinfonia di Mahler (perfezionata poi fino al 1907), in due giorni la Sächsische Staatskapelle Dresden porta a Verona una magnifica regata, un centennio di musica e sentimenti.
Romaeuropa Festival 2025. Il desiderio secondo Afanador
Per due serate consecutive lo spettacolo in prima nazionale Afanador è stato presentato al Teatro dell'Opera di Roma ad inaugurare la 40° edizione del Romaeuropa Festival. In doppia serata, quella del 4 e del 5 settembre, Marcos Morau firma la sua prima collaborazione con il Ballet Nacional de España con uno spettacolo dedicato ad una grande fotografo vivente, Ruvén Afanador, nato a Bucamaranga, in Colombia ma statunitense d'adozione (a 14 anni si è trasferito con la famiglia in Michigan). Fotografo dei divi del cinema e della moda, getta uno sguardo insieme ai suoi riflettori, nel mondo della danza.
Dal 1986 Romaeuropa tiene in connessione mondi diversi, e tantissime realtà, quante ne contiene l'Europa con le sue etnie e nazionalità così differenti: in questo caso celebra in particolare, con la sua presentazione all'Ambasciata di Spagna al Gianicolo di questa nuova apertura al mondo, i 160 anni di relazioni diplomatiche tra Italia e Spagna.
La splendida cornice accanto al Fontanone del Gianicolo dell'Academia Réal, sede dell'Ambasciata Spagnola, ha presentato la serie di spettacoli del festival con le parole del Presidente della Fondazione Romaeuropa Guido Fabiani, del Direttore Generale e Artistico della Fondazione Romaeuropa Fabrizio Grifasi e del sovrintendente Francesco Giambrone al Teatro dell'Opera di Roma che con queste parole ha siglato la direzione del Romaeuropa: "Buon compleanno al Romaeuropa che rappresenta la nostra fuga dalla mediocrità che ci insidia. L'eccellenza è sempre colei che, sul lungo periodo, dà i frutti piu' longevi."
Ed ora commentiamo lo spettacolo visto al Teatro Costanzi.
Immaginate di immergervi sotto i riflettori innumerevoli di uno studio fotografico dove tutto è su sfondo bianco ed i riflettori invece sono color dell'ebano. Questo più o meno è lo sfondo e le scenografie a cura di Max Glenzel e Mambo. I ballerini nel primo quadro di questo virtuale primo atto dello spettacolo presentano una sorta di idolo intorno al quale si concentrano danzando su musica techno. Una sorta di scena che si può situare in una discoteca immaginaria dove donne e uomini inneggiano a questo vello d'oro umano.
Questo excursus in danza su Ruvén Afanador mi è sembrato molto biografico e mi ha dato l'idea di partire dalla fine, dall'oggi, ovvero dalla fama di questo fotografo in particolare nella dimensione cinemtografica del mondo.
Due fattori culminanti sono del tutto evidenti: uno è il desiderio, l'altro è la religione.
Il corpo è l'oggetto del desiderio che danza, batte i piedi, si veste di conturbanti gonne nere a ruota sia su donne sia su uomini, che le agitano su passi di flamenco oppure ritmi ostinati.
Il desiderio è rappresentato sempre agitato, irraggiungibile, perverso ruota attorno a sé stesso o a poche persone, una o due che spesso si contrappongono nei quadri di danza in modo aggressivo, quasi violento.
La religione invece è rappresentata attraverso dei gesti chiarissimi: quello delle mani giunte in preghiera come quello delle mani verso l'alto, che a ritmo si aprono e si chiudono. Oppure la religio viene rappresentata da due oggetti scenici chiarissimi: uno è una corona di riflettori che piano piano scende e si rivolge illuminando il pubblico; l'altro è una croce gigantesca costruita da sedie e con due forconi rivolti verso l'alto. Il rapporto di Ruvén Afanador sia con il desiderio e la sessualità, sia con la religione è ancora incoerente e contraddittorio; è formulato attraverso dei tentativi di enuclearlo, o delle circostanze, delle azioni drammatiche, come se fosse un continuo andirivieni tra un sì e un no, tra un polo positivo ed uno negativo che ci lasciano interdetti ed affascinanti da questo suo esporsi in modo così totale.
Le luci di Bernat Jansà sono quasi sempre fredde e venate di un azzurrino a volte: oppure il solo nero assoluto viene risvegliato da fumogeni in un addensamento che ci fa permanere in questo dubbio enigmatico su chi sia in realtà il vero oggetto del desiderio: se l'angelo caduto danzato da Rubén Olmo con le conturbanti ali nere, oppure un volo che si scatena prima a terra e poi verso l'alto. Rimaniamo in bilico ascoltando la musica dal vivo dei 9 musicisti sul palcoscenico e ammirando i 33 danzatori insieme a leggende del flamenco come Israel Galván, Matilde Coral, Eva Yerbabuena, José Antonio e il direttore del Ballet Nacional de España Rubén Olmo.
Grande partecipazione di pubblico e applausi per dieci minuti a tutto il cast.

