- Articolo di:Teo Orlando
Il concerto che la IUC ha ospitato martedì 31 marzo 2026 nell’Aula Magna della Sapienza, affidato a Veronika Eberle e Dénes Várjon, aveva un disegno programmatico di rara intelligenza: due rapsodie di Bartók, alternate a due sonate di Ludwig van Beethoven e di César Franck, con una disposizione quasi a "canone inverso": ossia, la prima rapsodia di Bartók viene posta all'inizio, a introdurre Beethoven, mentre la seconda a metà, come preludio simbolico a Franck. Simbolicamente, costituiscono, le quattro composizioni, una piccola storia del duo per violino e pianoforte fra Vienna, Budapest e Parigi: dalla Rapsodia n. 2 BB 96a SZ 89 di Bartók si passava alla Sonata op. 47 “A Kreutzer” di Beethoven; dopo l’intervallo, era il turmo della Rapsodia n. 1 BB 94a SZ 86 e della Sonata in la maggiore di César Franck.
Santa Cecilia. La creazione di Haydn riluce con Daniel Harding
Il programma dei concerti della stagione sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia negli ultimi tre giorni di febbraio, ossia 26, 27 e 28, ha proposto La creazione, oratorio, di Franz Joseph Haydn, Daniel Harding ha diretto e i solisti, Katharina Konradi, soprano, Joshua Ellicott, tenore, e Michael Nagy, basso, l’Orchestra e il Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia; il Coro è stato preparato in questa occasione da Sam Evans, Il pubblico, che gremiva la sala Santa Cecilia, ha lungamente acclamato Harding e tutti gli esecutori, alla fine del concerto a cui abbiamo assistito, il 28 febbraio.
Questo splendido oratorio incontrò un immediato favore del pubblico testimoniato dalle successive riproposizioni, fu anche prediletto e considerato dal suo autore come la sua migliore composizione. Durante i soggiorni a Londra, prima nel periodo 1791-1792 e poi nel 1794-1795, Haydn ebbe occasione di ascoltare gli oratori di Georg Friedrich Händel e fu affascinato dalla grandiosità e dalla molteplice ricchezza dell’espressione musicale in cui il musicista sassone fuse la sua formazione in Germania, l’esperienza del melodramma e dell’oratorio maturata in Italia e la tradizione inglese degli Anthems (mottetti). Nel 1795 Haydn tornò a Vienna con il testo de La Creazione, tratto, dalla Genesi e dal Paradiso perduto di Milton, che il suo impresario Johann Peter Salomon gli aveva procurato, con l’intenzione di tornare a cimentarsi nella composizione di un oratorio, dopo le esperienze de Il ritorno di Tobia e de Le sette ultime parole del nostro Redentore in croce.
Il testo, di un autore non identificato con certezza, fu tradotto da Gottfried van Swieten, grande ammiratore di Händel, che aveva commissionato a Mozart la rielaborazione di alcuni oratori händeliani tra cui Aci e Galatea e il Messiah. Haydn compose l’Oratorio tra il 1797 e il 1798, il 29 aprile 1798 fu eseguito privatamente per iniziativa di un gruppo di nobili a Palazzo Schwarzenberg e, l’anno successivo, il 19 Marzo 1799, al Karntnerthor-Theater di Vienna gremito di pubblico. La musica si adatta bene sia al testo inglese che alla traduzione tedesca, una caratteristica che spiega il successo che la composizione riscosse non solo in Austria. L’Oratorio si divide in tre parti, le prime due descrivono i sei giorni della creazione seguendo il testo biblico dei primi versetti del libro della Genesi, narrato dai tre arcangeli Gabriel, Raphael e Uriel, la terza descrive l’amore tra Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre. L’argomento è religioso ma, trattato nella visione razionale illuminista, è interpretato nella prospettiva di un ottimistico progresso.
Nella sua composizione Haydn ripropose la grandiosità degli oratori di Händel a cominciare dalla ricchezza degli strumenti prevista, oltre agli archi sono indicati: 3 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, un controfagotto, 2 corni, 2 trombe, 3 tromboni, timpani e basso continuo. Una grandiosità ribadita nella potente scrittura delle parti corali scritte per coro misto a quattro voci e cinque parti vocali, in particolare nei brani che chiudono le tre parti dell’Oratorio come la straordinaria fuga conclusiva. Il coro è uno strumento duttile nelle mani di Haydn, dai sottovoce rarefatti che sottolineano l’atmosfera confusa del Caos e delle tenebre, evidenziata da una scrittura musicale in tonalità minore, frammentaria e sospesa, per poi trasformarsi in tonalità in maggiore all’apparire della luce per volontà divina, scintillante e maestosa nell’esultanza in fortissimo con l’orchestra. La narrazione della creazione è descrittiva e onomatopeica, come negli oratori di Händel, l’Israel in Egypt ne è un formidabile esempio. La raffinata scrittura musicale di Haydn dipinge con una iridescente tavolozza cromatica quello che i tre arcangeli descrivono nei recitativi e nelle arie, la forza tumultuosa degli elementi naturali della tempesta come la gioiosa e serena pastorale nella contemplazione campestre di alberi, fiori. Nei duetti e terzetti della terza parte umana, riservata ad Adamo e Eva, più evidentemente affiora nella scrittura vocale l’esperienza maturata da Haydn nella composizione nello stile italiano di opere serie e buffe.
Tra i solisti Katharina Konradi con la sua voce limpida e squillante, ma anche dotata di un soave velluto ha dato voce a Gabriel e a Eva, Michael Nagy dotato un bronzeo e potente strumento è stato Raphael e Adamo, più opaca la prestazione di Joshua Ellicott.
La prestazione del Coro, ben preparato da Sam Evans, è stata notevole, soave nei pianissimo, attento e preciso nel seguire le variazioni agogiche e dinamiche e nell’esecuzione delle fughe. La magistrale e raffinata direzione di Daniel Harding ha reso vividi i variegati colori previsti dall’orchestrazione, con rilevante attenzione agli equilibri delle sezioni dell'orchestra, è stata sensibile interprete delle dinamiche e della varietà dell’agogica musicale, ma nel contempo ha dato respiro alla frase musicale riuscendo a esaltarne la seducente cantabilità.
Alla fine il folto pubblico presente ha dedicato incandescenti ovazioni a tutti gli interpreti vocali e orchestrali ma in particolare sono state rivolte a Daniel Harding.




