- Articolo di:Giulio Migliorini
A Bergamo, nella seconda parte del mese di novembre, ha luogo il prestigioso Festival Donizetti, con la rappresentazione di alcune opere ogni anno, accanto al recupero di pezzi musicali sconosciuti, in diverse sedi. In questo caso si trattava de Il Campanello e di Deux hommes et une femme, il 15 novembre scorso con il baton di Enrico Pagano e la regia di Stefania Bonfadelli. Il turista che vuol godere della buona gastronomia non manca di servirsi nei numerosi negozi e alle bancarelle, che si trovano tanto nella città alta quanto al mercatino di Natale nei pressi della Stazione. Il turista che vuol poi coniugare tali prelibati incontri con la “Luce di quest’anima”, intesa come godimento dell’anima, si reca a teatro e tende le orecchie, si mette ad ascoltare, cerca di comprendere, di entrare nelle storie che vengono messe in scena.
Le stanze di Verdi. Un docu-film caleidoscopico
Ai primi di ottobre, su uno dei tanti schermi della classica multisala, abbiamo intercettato Le stanze di Verdi: documentario o meglio docu-film interessantissimo nell’approccio al tema, godibile pure per le sue qualità affabulatorie; affidate peraltro, queste ultime, a un testimonial d’eccezione come il grande attore Giulio Scarpati, che ci si immagina qui appassionarsi profondamente alla storia di Giuseppe Verdi e della sua famiglia durante una lunga tournée teatrale.
Non ne abbiamo mai fatto mistero. Quei documentari orientati verso grandi figure della Storia dell’Arte, della Musica e della Cultura in genere, pur venendo spesso scaraventati nelle sale per pochi giorni e senza un adeguato lancio pubblicitario, rappresentano per noialtri una pressoché inesauribile miniera di scoperte; sia che il godimento estetico si limiti a una ricca esplorazione del soggetto in questione, sia che la traccia presenti un po’ di inventiva anche a livello registico, stilistico, narrativo. Peccato quindi che buona parte della stampa tenda a ignorare o comunque a sottostimare tali prodotti, mentre solo gli spettatori più attenti e appassionati di altre arti non se li fanno sfuggire. Possiamo fare un esempio concreto e per giunta recentissimo.
In effetti grande successo ha avuto Scarpati, negli ultimi anni, portando in alcuni storici teatri italiani Il misantropo di Molière e dividendo lì il palco con Valeria Solarino. Nel film diretto con mano felice da Riccardo Marchesini (e a cura di Pupi Avati, altro sapiente) una tappa del tour a Piacenza, reale o immaginaria che sia, offre all’interprete così amato in TV, a teatro e al cinema lo spunto per visitare i più importanti “luoghi verdiani”. Non da solo, però, giacché – manco fosse una scanzonata riedizione della premiata coppia Dante & Virgilio – ad accompagnare l’attore in giro, almeno nelle prime e oltremodo significative visite, vi è uno straordinario anfitrione: Marco Corradi, di professione avvocato, nonché cultore del musicista al punto d’avergli dedicato un libro che ha subito catturato l’attenzione del pubblico e degli altri studiosi, Verdi non è di Parma.
Già, perché sebbene il celebre compositore sia nato nel 1813 presso Le Roncole di Busseto in provincia di Parma, dietro lo sfacciato e apparentemente provocatorio titolo del saggio vi è la mera constatazione, magari “campanilistica” ma storicamente fondata, che le tappe fondamentali della crescita e della formazione culturale di Giuseppe Verdi abbiano poi avuto luogo nel piacentino. Almeno fino all’approdo da “straniero” (se si considera che nell’Italia divisa di allora passava una vera e propria frontiera, tra i territori del Lombardo-Veneto, soggetti all’Austria, e il Ducato di Parma e Piacenza) a Milano, dove nonostante l’iniziale e per certi versi clamorosa esclusione dal Conservatorio (destinato, ironia della sorte, a prenderne successivamente il nome) quella sua eccelsa vena creativa è andata infine incontro agli esiti che ben conosciamo.
Dotto road movie nelle terre padane, che si tinge di commedia a ogni incontro con gente del posto o con altri esperti della materia, Le stanze di Verdi ha molteplici meriti, tra i quali ne possiamo isolare subito uno: l’affrontare con leggerezza e apprezzabile situazionismo ogni singolo aspetto della biografia di Giuseppe Verdi, dalla dimensione famigliare alla vita pubblica e alla genesi delle opere più famose. Per quanto concerne il Verdi autentico gigante della scena musicale ottocentesca e alfiere del Risorgimento italiano, svariate sono le testimonianze raccolte nel film. Tra gli approfondimenti più accurati sulle tecniche compositive di Verdi, vi sono senz’altro quelli espressi da docenti e allievi del Conservatorio "Giuseppe Nicolini" di Piacenza, uno dei tanti “set verdiani” nel piacentino in cui il regista si è divertito a pedinare Giulio Scarpati e Marco Corradi.
Ma oltre alla musica vi sono altri due aspetti che da tali visite escono prepotentemente fuori. Il primo è l’immagine forse meno nota ma davvero ammirevole di un Verdi filantropo, dedito con la propria famiglia all’agricoltura e all’allevamento di bestiame, votato quindi ad investire i propri guadagni anche in tale settore dando lavoro a molti e finanziando inoltre opere sociali di enorme utilità, come l’ospedale donato ai propri compaesani prima costretti a percorrere parecchi chilometri per potersi curare. L’altro aspetto di rilievo, ahinoi, è il pressoché totale stato di abbandono e di incuria cui sono andate incontro, negli anni, molte di queste strutture tra cui l’ospedale poc’anzi citato, l’albergo in disuso presso cui teneva una sorta di ufficio e la villa stessa di Verdi in campagna; ennesima conferma, questa, di come l’Italia possieda un patrimonio culturale immenso ma per demerito della sua insulsa classe politica riesca a salvaguardarne e valorizzarne solo una minima parte.
Fatto alquanto curioso da annotare: pare che l’attuale governo, così “deficitario” – per usare un eufemismo – a livello di politica estera, nel dicembre 2024 abbia formalmente avviato, stando alle didascalie conclusive del docu-film, quel processo di esproprio e riqualificazione di Villa Verdi a Sant’Agata auspicato da molti. Speriamo sia solo l’inizio del più che mai doveroso percorso di recupero dei tesori legati all’eredità, in primis artistica ma anche profondamente umana, lasciataci da Giuseppe Verdi.



