- Articolo di:Giulio Migliorini
A Bergamo, nella seconda parte del mese di novembre, ha luogo il prestigioso Festival Donizetti, con la rappresentazione di alcune opere ogni anno, accanto al recupero di pezzi musicali sconosciuti, in diverse sedi. In questo caso si trattava de Il Campanello e di Deux hommes et une femme, il 15 novembre scorso con il baton di Enrico Pagano e la regia di Stefania Bonfadelli. Il turista che vuol godere della buona gastronomia non manca di servirsi nei numerosi negozi e alle bancarelle, che si trovano tanto nella città alta quanto al mercatino di Natale nei pressi della Stazione. Il turista che vuol poi coniugare tali prelibati incontri con la “Luce di quest’anima”, intesa come godimento dell’anima, si reca a teatro e tende le orecchie, si mette ad ascoltare, cerca di comprendere, di entrare nelle storie che vengono messe in scena.
Storie pazzesche. Storie di inevitabile follia
Prodotto da Pedro Almodovar e presentato a Cannes nella scorsa stagione, Storie pazzesche è un bell'assemblaggio di capitoli sull'inevitabile follia generata dal parossistico mondo in cui viviamo, dove ci viene richiesto, senza soluzione di continuità, di giustificare una serie di controsensi, abusi, corruzione, che finiscono per far esplodere tutti i protagonisti in gesti incontrollabili. Il regista del film è l'argentino Damián Szifron che correda gli episodi con una messe di attori di primo piano, a partire da Ricardo Darín, Leonardo Sbaraglia e Darío Grandinetti.
Il primo episodio è dirompentemente sardonico: in un aereo, varie persone scoprono di aver tutte conosciuto un certo Gabriel Pasternak, tipo di cui tutti parlano come di un matto da legare; nel secondo una cameriera è costretta a servire un uomo che ha distrutto la sua famiglia; nel terzo un ingegnere viene perseguitato dal carro attrezzi a Buenos Aires, che sistematicamente preleva la sua chevrolet blu da parcheggi in divieto di sosta; nel quarto un uomo di città si trova con una ruota bucata nel mezzo del nulla e con un “terrone” che lo insegue; il quinto un ricco padre di famiglia cerca di evitare il carcere al figlio pagando tangenti; il sesto ed ultimo mostra le conseguenze di un tradimento durante un matrimonio. Quel che colpisce di più e non lascia requie è il ritmo ben dosato, la regia a volte asciutta nell'esporre gli episodi più macabri per evidenziarne l'efferatezza nella loro insana esplosione.
In questo film i ricchi, i poveri, la media borghesia, sono tutti presi in giro dagli accadimenti assurdi e spaventosi a volte della vita, che non hanno alcun senso logico e sono del tutto ingiusti agli occhi degli ignari avventori dei nostri episodi. Un gusto per il noir avvolge inesorabile ogni episodio e ne celebra le circostanze “accidentali”. Il film è stato giustamente premiato con l'Ombù (oggi Astor) d'Argento per il miglior film latino-americano ed il premio FIPRESCI, mezione speciale a San Sebastian e il premio della critica asl Festival del Cinema latino-americano di Tolosa, insieme a molti altri. Un film godibile, divertente, sarcastico, che ci consola con quell'attimo di “sana” esplosione di follia sul grande schermo.
In apertura del Noir in Festival di Courmayer la sera del 9 dicembre prossimo per l'edizione XXIV.



