TCBO. Donizetti, Roberto e il giullare, la sciarpa, l'anello

Articolo di: 
Giulio Migliorini
Roberto Devereux

La trama di ombre che tange le emozioni, in questo capolavoro della maturità donizettiana che si fa ascoltare dai bolognesi a 34 anni dall’ultima volta, è il portato di un allestimento classico permeato di moderna luce, di colori accesi e situazioni cariche di tensione. Roberto Devereux, tragedia lirica in tre atti di Salvatore Cammarano (da Elisabeth d’Angleterre di Jacques-François Ancelot) con musica di Gaetano Donizetti, è andato in scena la prima volta al Teatro san Carlo di Napoli il 28 ottobre 1837, mentre il compositore elaborava il dolore di un periodo nero segnato dalla morte dei genitori, di due figli (stillborn), della moglie Virginia. L’Orchestra del teatro Comunale di Bologna è diretta da Renato Palumbo, la regia di Alfonso Antoniozzi è ripresa da Luisa Baldinetti.

La gelosia della Regina che teme una rivale, l’istinto della vendetta, il fatto irrecuperabile sono una progressione che conduce al climax finale con l’abdicazione di Elisabetta I (1533 - 1603), fatto non vero ma efficace scenicamente. Dunque il Conte di Essex (1567 - 1601), favorito di Elisabetta, è accusato di tradimento civile, ma la Regina percepisce anche quello personale nelle pieghe di una conversazione troppo compassata. L’amata Sara è moglie del fedele amico Nottingham, con tristezza deve dimenticare Roberto (per non tradire il duca) e gli consegna una sciarpa azzurra ricamata con parole d’amore. Essex le dona di un anello avuto da Elisabetta, che per lui sarebbe sicuro scampo da ogni pericolo, qualora fosse fatto pervenire alla Regina (viene alla mente l’anello di Lyonel nella sorridente Martha di Friedrich von Flotow, opera data alle scene a Vienna dieci anni dopo questa tragedia). Il duca vede la sciarpa e capisce, la regina furente firma la condanna del conte. A nulla vale il messaggio di Roberto, perché Sara è impedita ad uscire dal terribile consorte, e non porterà l’anello ad Elisabetta che molto tardi, appena un istante prima del colpo di cannone attestante l’esecuzione avvenuta. Distrutta dai fatti, la Regina abdica in favore di Giacomo I (il nuovo re in verità salirà al trono solo dopo la morte della sovrana, due anni dopo). Il regista Alfonso Antoniozzi nelle note del ricco programma di sala ci fa riflettere su quanto a volte il pensiero ingigantisca una percezione sbagliata dei fatti, portando ad un’azione irreversibile.

La regia di Alfonso Altoniozzi, ripresa da Luisa Baldinetti, lega i personaggi della corte alla Regina, circondata dalle dame che la vestono, le pongono e tolgono la baschina o lo slanciato diadema luminescente, che si chinano e sorgono, si voltano e si guardano, tutto osservando senza espressione, coperte da una maschera argentea, senza sesso, nere e inquietanti. La solitudine del potere è nelle vesti, negli sguardi e nei gesti della sovrana, che siede in trono come guida inflessibile del suo popolo, ma non può imporre di essere riamata (Antoniozzi). La Regina silenziosa è seduta di schiena al duetto dei tristi innamorati, presenza pericolosa che tutto apprende dalle spie, celata dalle volute del trono ma ben visibile. È tremenda nell’ira del secondo atto, quando getta a terra la sciarpa, prende il conte per i capelli e lo fa cadere, domina la stretta finale. Al terzo atto appare prosciugata come un frutto avvizzito, la sua chioma è candida e scomposta, le rughe solcano il suo volto, trova nella follia il ristoro per il suo dolore (Palumbo).

Il giullare, che apre l’opera e compare in molte parti, sembra un demone divertito, agile nelle piroette, capriole, ruote, faceto e crudele nelle espressioni, nascosto e imprevedibile. Egli si affaccia anche al secondo atto, fa schiudere il sipario e presenta gli sviluppi della trama, poi gioca con la sciarpa durante il terzetto, siede in trono ma viene gettato a terra dalla Regina. Ride, accompagna Roberto alla Torre di Londra facendo gli sberleffi nella penombra azzurra durante il duetto dei coniugi al terzo atto, guarda l’ultima scena dai trafori del trono, sul quale infine torna a sedere mentre tutti si accasciano. La presenza del giullare incornicia una tragedia foschissima già consumata dall’inizio.

Roberto appare come un giovane aitante e fiero, magnanimo e buono, che si piega alle delizie dell’amore (platonico) e vuole illeso l’onore dell’amico. Egli dona l’anello a Sara, si abbandona alla rabbia della Sovrana, spera nella vita perché innocente ma è travolto nel carcere dalla giustizia ingiusta annunciata dai cortigiani. Sara è schiacciata dalle nozze infauste e dall’amore impossibile, la sua presenza traspare in filigrana sulla vicenda, aggettando nelle due grandi scene, con Roberto e col marito. Al primo atto è tutta rivolta all’amato, cui dona la ‘serica sciarpa’ e dal quale riceve l’anello. Al terzo atto è atterrita dalla brutalità di Nottingham, lo implora per la vita del conte, si getta a terra disperata (invero troppo) davanti alla sua irremovibilità.Nottingham è subito sbalzato in altorilievo dal forte chiaroscuro e mostra la sua risolutezza, i sentimenti portati all’estremo. L’espressione del volto durante il duetto con Sara è poi al limite del truce, la recitazione è sanguigna, e questo personaggio, anche se in ombra, ci appare come uno dei più riusciti dell’opera.

I pannelli a traforo intagliati con archi ogivali conferiscono alle scene l’atmosfera solenne e statuaria di cui parla Piero Mioli nel suo saggio su Donizetti, e secondo la scenografa Monica Manganelli richiamano le vetrate di Windsor. Le forme affilate dei pannelli, lobati e cinti di guglie, comunicano oppressione e spietata prigionia. I soufflets alla base dei trafori rammentano il cuore spezzato della Regina: hanno la forma di boccioli cordati impediti a crescere in fiori. Nello stesso stile è assemblato il trono, stretto e rigido come le maglie del potere che opprime. La pedana centrale è riferimento al ‘teatro nel teatro’ e Manganelli spiega che il teatro e la Corte sono specchio uno dell’altra e viceversa. La gabbia cilindrica di Roberto è assemblata o smontata dai cortigiani in pochi istanti.

I candelieri a piantana in ferro battuto, a 5 luci (come le piaghe di Cristo), collegano le scene ai video, che trasmettono le profondità oniriche degli spazi. Al primo atto rappresentano le vetrate gotiche e il grande rosone centrale che si stagliano nel buio, e nella scena finale suggeriscono alberi spogli nella nebbia lattea di un’aurora dolente, gettanti ombra sui volumi dei massicci pilastri dei portici sulla destra. Al secondo atto la prospettiva di una lunga galleria manda la mente al Mantegna o all’Angelico, ed è splendente all’azzurro chiaro di luna mentre la Regina parla del sole (un’allucinazione?), e vi è una minuscola finestra sul fondo, persa nell’oscurità come in un romanzo gotico. La prigione del terzo atto è un’ampia sala di pietra con finestroni ad arco acuto che sprofondano nell’oscurità. All’annuncio del Coro che porta porta Roberto all’esecuzione, il fondo si colora di rosso, mentre diviene nero al da capo della suggestiva cabaletta. Nell’ultima scena il video rappresenta in bianco e nero i tetti acuminati di una Londra quasi fantascientifica, con nuvole forate dalla sagoma nebulosa di una grande cattedrale sul fondo. Nel cielo volano gli uccelli mentre gli uomini sono prigionieri. Alla ripresa della cabaletta della Regina, torna l’oscurità.

Le luci di Paolo Liaci scintillano nell’oscurità della Corte, squarciata per incorniciare fatti, come tessere di un puzzle da ricostruire. Dorate sulla Regina, assiali sui personaggi, argentee per il duetto degli innamorati o per il terzetto, al termine del quale i volti sembrano bruciati da contrasti fortissimi, le luci abbaglianti colpiscono tutti i personaggi che vengono meno alla fine dell’opera.

I costumi di Gianluca Falaschi narrano il ‘severo ‘500 inglese' (Piero Mioli) dell’epoca elisabettiana e riflettono il carattere dei personaggi, a partire dalla gonna dorata della Sovrana (dall’usata cuprea acconciatura bipartita, ondulata, ornata di perle), in broccato ricchissimo, velata di nero al secondo atto. La sua veste del terzo atto è appassita nei riflessi serici dei drappeggi, rivela la stanchezza del governo, e reca infatti il disegno della carta europea in azzurro e bruno, mostrata anche dai paggi che le stanno accanto. Il giullare veste un berretto a quattro punte con sonagli, grande candida gorgiera e maniche bianche, trucco inappuntabile e farsetto a fini losanghe verde oltremare e rosso fragola, calzebrache a strisce. Roberto e Nottingham portano colletti a lattuga, calzoni a sbuffo e stivali neri, e mentre il costume del primo è in prevalenza nero con una sopravveste argentea come i raggi del mantello, il secondo ha le maniche rosso sangue e il mantello dorato.

Elegantissima Sara con la gorgiera a ventaglio che ne enfatizza la scollatura, mentre il nero delle vesti la avvicina all’innamorato. Nere sono anche le gonne e i corpetti dei cortigiani, con i ruffs, con i bottoni quadrati a brillanti, e nel secondo atto è bello vedere le mani che sporgono come fiori di cera sull’antracite delle maniche. Rosso vermiglio la veste di Lord Cecil, il cattivo consigliere di Elisabetta, mentre azzurra è la gonna a tartingale del più neutrale Sir Gualtiero Raleigh, che pure consegna alla Regina la sciarpa.

Belle le voci. Ekaterina Bakanova esibisce qui la facile voce seducente che ho già ascoltato in Traviata e recentemente nei Dialogues des Carmélites a Torino. Regge bene la scrittura di Elisabetta (alcune note sono un filo prudenti), affronta di petto la cabaletta del primo atto, con belle variazioni nel daccapo, deliba con voluttà ‘se amor ti guida’. Al secondo atto ‘un lampo orribile’ è intagliato nella drammatica impotenza che si fa rabbia, mentre a domandar mercè’ presenta un acuto raggelante. Gli acuti di ‘scender vivo nel sepolcro’ sono schiacciati dal dispetto e poi elettrizzante è l’attacco di ‘Va’; la morte sul capo ti pende. Al monologo del terzo atto la voce è dolente quando cade come cenere a ‘il fuoco è spento del mio furor’, e quando affronta la coloritura di ‘Vivi ingrato’, e ha le vibrazioni della follia alla solenne ‘Quel sangue versato.

Roberto ha la bellissima voce tenorile di Matteo Desole, che si piega alle note soavi come un narciso al vento di marzo. Facile negli acuti, intonata, è dolce quando interpola tra sé ‘Indarno la sorte, veemente quando dice all’amico ‘sul tuo ciglio una lagrima spuntò’. Squillante nella prigione, dove corona l’aria con un acuto argenteo, oltre a far udire belle variazioni nel daccapo di ‘Bagnato il sen di lagrime’. Benissimo cantata l’aria di Sara, che ha la voce rotonda e mediosopranile di Aoxue Zhu. Rapinosa è inoltre la stretta nel duetto con Roberto alla fine del primo atto. Voce non sempre perfettamente intonata nel prosieguo, ma di bellissimo colore e gran volume.

Simone Piazzola veste i panni di Nottingham, la voce è attraente, sicura, fuori del comune. A volte è grossa più che grande, ma è un’occasione ascoltare uno strumento così scuro e importante e un personaggio così espressivo e vero. ‘Forse in quel con sensibile’ è cantata con le lacrime, ‘Qui ribelle ognuno ti chiama’ è un portento di acuti e sentimento, e perfettamente padroneggiati sono pure ‘Su lui non piombi il fulmine’ e ‘più tremendo avvampa e rugge’ tanto che alla fine lascia un sorriso di soddisfazione. Bene gli altri interpreti, con particolare menzione per il paggio di Sandro Pucci, che annuncia ‘al regio piede di venirne Essex implora', e sì, l’intuizione del grande bergamasco aveva posto in un’atmosfera così sinistra un paggio con nera voce di basso.

Bene il Coro del Teatro Comunale di Bologna diretto da Giovanni Farina, con belle dinamiche, intonato e preciso mentre spezza la cabaletta della Regina Vergine, terribile quando chiede ‘il giusto fio’ al misero conte, ieratico e velato di empatia alla bella pagina che apre il secondo atto, di nuovo crudele al ‘vieni a subir preparati’ nella scena della prigione, commosso infine quando poi le dame vedono la Regina, constatando che 'più non le brilla in fronte l’usata maestà'.

L’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna è a suo agio in questo repertorio, diretta con passo spedito da Renato Palumbo, ricca di colori e di bei contrasti già dalla Sinfonia che principia con le due semicrome figuranti la decapitazione, inciso ritmico che chiude anche il secondo atto. Ottimo l’incedere della suddetta Sinfonia, scintillante e generosa nelle percussioni, con la citazione di ‘God save the Queen’, e tipicamente donizettiana. Belli gli assoli dei legni e degli ottoni, specialmente il flauto che introduce l’aria di Sara o anticipa il profilo melodico di quella celeberrima di Elisabetta al terzo atto, l’oboe nella scena della prigione, il corno che canta sul tremolo degli archi nell’apertura del terzo atto. Scrive Palumbo che nell’opera sono imperativi ‘la morte, l’urgenza, l’importanza dello scorrere del tempo: ‘pur fugge il tempo, vorrei fermar gl’istanti!’ Dice la regina, e in orchestra si avverte ‘l’oscillazione meccanica che rende udibile lo scorrere dei minuti’ secondo quanto scrive Luca Zoppelli nella bella biografia di Donizetti pubblicata da il Saggiatore. Gli archi infine, parlano del dubbio nell’aria di Nottingham ‘Forse in quel con sensibile’, e quando lo stesso duca annuncia ‘Egli è spento!’ dipingono la tensione e l’impotenza di fronte alla morte.

Al termine dell'opera, applausi per gli interpreti, in particolare per Aoxue Zhu, Matteo Desole, Ekaterina Bakanova, Simone Piazzola. A distanza di qualche giorno può tornare a visitarci qualche tema dell'opera, accogliamolo, rende la vita meno dura. 

Pubblicato in: 
GN26 Anno XVIII 27 aprile 2026
Scheda
Titolo completo: 

Teatro Comunale di Bologna

Roberto Devereux
Tragedia lirica in tre atti
Librettista Salvatore Cammarano
Tratto dalla tragedia di Jacques-François Ancelot Elisabeth d’Angleterre
Musica di Gaetano Donizetti

dal 17 al 22 aprile 2026

Maestro concertatore e Direttore Renato Palumbo
Regia Alfonso Antoniozzi
Ripresa da Luisa Baldinetti
Scene Monica Manganelli
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Paolo Liaci
Costumista collaboratore Gian Maria Sposito

Allestimento della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Maestro del Coro Giovanni Farina

Personaggi e interpreti
Elisabetta
Karen Gardeazabal 17 | 19 | 22 aprile
Ekaterina Bakanova 18 | 21 aprile

Sara Raffaella Lupinacci/Aoxue Zhu*
Roberto Devereux Francesco Demuro/Matteo Desole*
Il Duca di Nottingham Vladimir Stoyanov/Simone Piazzola*
Lord Cecil Pierluigi D’Aloia
Sir Gualtiero Nicolò Donini
Un paggio Tommaso Norelli/Sandro Pucci*
Un familiare di Nottingham Giuseppe Nicodemo/Gianluca Monti*

Attori
Domenico Indiveri
Giacomo Gaetano Liva
Giordano Boschi
Lisa Manzini
Lucia Fontanelli