- Articolo di:Teo Orlando
Il concerto che la IUC ha ospitato martedì 31 marzo 2026 nell’Aula Magna della Sapienza, affidato a Veronika Eberle e Dénes Várjon, aveva un disegno programmatico di rara intelligenza: due rapsodie di Bartók, alternate a due sonate di Ludwig van Beethoven e di César Franck, con una disposizione quasi a "canone inverso": ossia, la prima rapsodia di Bartók viene posta all'inizio, a introdurre Beethoven, mentre la seconda a metà, come preludio simbolico a Franck. Simbolicamente, costituiscono, le quattro composizioni, una piccola storia del duo per violino e pianoforte fra Vienna, Budapest e Parigi: dalla Rapsodia n. 2 BB 96a SZ 89 di Bartók si passava alla Sonata op. 47 “A Kreutzer” di Beethoven; dopo l’intervallo, era il turmo della Rapsodia n. 1 BB 94a SZ 86 e della Sonata in la maggiore di César Franck.
TCBO. L'occhio di Traviata
Quante Violette ci sono al mondo, dimenticate, abusate, straziate, uccise. Questa recensione è anche per loro. La traviata, Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave, musica di Giuseppe Verdi, è andata in scena il 21 febbraio 2026 al Comunale Nouveau di Bologna. Sono seguite 5 repliche fino al 1° marzo (ho assistito a quest’ultima). La regia e le scene sono opera di Alessandro Talevi, mentre l’Orchestra del Comunale è stata diretta dal Maestro Leonardo Sini.
Sotto il cielo grigio di marzo ho camminato in una Bologna ferita dai massicci lavori sulle strade, dove la vita guizzava nelle voci e negli schiamazzi dei portici, il verde nuovo respirava nei prati. Campiture violette obliate, squillanti come la stampa fresca, palpitavano in fondo ai parchi della zona Fiera: migliaia di fiori profumati, tremanti nella brezza. Quei fiori stavano assieme in mezzo all’erba, condividevano un destino. La storia della Traviata, la mantenuta Violetta Valéry che si innamora di Alfredo Germont, ma il padre Giorgio non vuole perché una sorella deve sposarsi e sarebbe disonorevole, la conosciamo e sappiamo come va a finire. Il mal sottile la consuma, loro alla fine tornano, la assistono, la vedono morire.
Questo allestimento della Traviata ha portato in superficie il lato più acido, più disperato dell’opera, anche grazie ad una direzione e ad un cast di prestigio. Il verde di Violetta e del tavolo da gioco, della stanza di morte, è il batterio che si nutre del corpo, mentre l’azzurro del cielo aurorale, nell’oculo sul fondale dopo la prima festa, colore surreale come steso dal pennello di René Magritte, è l’anima che non si intacca.
Le scene di Alessandro Talevi sono spoglie ed essenziali: una pedana circolare al centro, tante sedie con gambe d’acciaio ricurvo tutte attorno, nelle feste e nel terzo atto. La stessa pedana, alcune sedie in legno e un cavalletto con disegni, nella campagna del secondo atto.
La regia di Alessandro Talevi compone la storia attorno a questi minimi oggetti scenici, inserendola nell’età del jazz, gli anni ’20 del secolo scorso. I ventagli di struzzo delle ragazze sulla pedana, che fremono all’inizio nell’ombra come i petali di un nero anemone, i mimi con maschere da fioretto e baveri luccicanti, le figure fluenti e disinvolte, anche nelle belle controscene presso il fondale, i calici, i canti e il contrappunto delle frizzanti conversazioni compongono in maniera accattivante le due feste. Nelle scene intime diviene invece palpabile l’urgenza dei sentimenti, delle carezze e degli abbracci, lo strazio dei dinieghi, delle verità sbattute in faccia a chi non ha armi per rispondere. Nel secondo atto la scena agreste parla di pittura in ogni parte, e di pittura ottocentesca. Alfredo sdraiato osserva disegni, ritratti dell’amata. C’è una statua di Ebe in giardino e nel grande disegno in un foglio sul cavalletto: è la dea dell’eterna giovinezza, un po’ come la Freia di Wagner. Violetta sa che la morte è vicina e si attacca all’amore con forza estrema; arrivando a rovinarsi, cerca di indorare gli ultimi suoi giorni, trattenere la sua giovinezza. Giorgio le parla con ironia, la guarda dall’alto in basso, cerca di sembrare empatico. Lei gli poggia la testa sulle ginocchia, lui la istruisce: ‘Non amarlo, ditegli’. Il semplice saluto ‘felice siate’, poi, suona terribile.
La scena cittadina è invece un ammiccare al cinema muto del primo ‘900, anche nelle vesti e nei video. Il coro delle zingarelle è seguito da una pantomima che ricostruisce la Carmen di Bizet. La pedana si trasforma poi in tavolo verde, Alfredo vince e getta le banconote a pioggia su Violetta. Quest’uomo, che ascolta musica con cuffie e smartphone, è un giovane bello e svagato come quelli stupendamente fatti vivere nelle pagine di Francis Scott Fitzgerald nei grandi racconti, e vede l’amore come labbra dolci da baciare, un tenero corpo da stringere, poco altro. La scena spoglia del terzo atto rappresenta la solitudine della malattia. La pedana è il tavolo verde della vita dove tutto si è giocato, e tutto si è perduto (ma ‘chi perderà la propria vita per causa mia la salverà’ (Lc 9,24) e anche ‘i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio’ (Mt 21,31). Il realismo della regia dipinge una protagonista che si piega e si contorce, che arrabbiata canta a pugni stretti ‘Gran Dio! Morir sì giovane’, mentre Giorgio entra pentito, Alfredo riceve in dono da lei la fotografia dei bei ‘passati giorni’. Violetta muore al centro della pedana, sotto la luce effimera della società bene a cui tutto ha donato e perdonato.
I costumi di Stefania Scaraggi sono semplici ed essenziali. Il verde di Violetta è un négligé trasparente, poi una ricca veste da camera, ancora un evening dress con giacchino dorato e sopragonna foderata in giallo, infine un camice legato sulla schiena, da cui affiorano dolorosamente lembi di pelle. Alfredo porta una giacca di cuoio nera, uno smoking, un cappotto viola. Giorgio è tutto in nero dal cappotto alla cravatta, è colui che appresta il lutto. Il bianco e il nero dei vestiti degli invitati, del bellissimo abito di Flora, sono attraversati dal guizzo di paillettes e dal costume azzurro e oro del brigadiere José, indossati dall’istrionico Marchese d’Obigny.
Le luci di Daniele Naldi abbracciano i personaggi dando vita alle feste, sbalzano la plasticità dei mimi come in antichi gruppi scultorei, colorano di rosa la dichiarazione di Alfredo e di rosso la scena della Carmen, forti sull’'Amore d’Alfredo perfino mi manca", chiarissime nell’aurora, lievi sulla bella e famosa aria di Giorgio, ‘Di Provenza il mar, il suol’, azzerate nello stigmatizzare l’azione vergognosa di Alfredo. Luci verdi alla fine, metafora del batterio divorante.
Le coreografie di Anna Maria Bruzzese, ben incastrate nell’azione, danno vita e colore alle feste, con i bei gesti dei ventagli e dei mimi mascherati. Il racconto di Piquillo e della Carmen: i 5 tori da atterrare col capo celato da levigati bucrani, Flora (poi trafitta) e il Marchese appassionati e scanzonati protagonisti, è un intermezzo di grande bravura; ricorda a tutti come il tragico sia il comico portato all’estremo. Nell’'Ah, forse lui’ al primo atto, i mimi che si spogliano attorno a Violetta, appassionata e innocente fruitrice e dispensatrice di piacere, sono un tremolante rosato gruppo plastico, petali di un fiore barocco inclinato e richiuso su lei in una soffocante adorazione.
I video di Marco Grassivaro sono di bell’effetto. I tondi sul fondale hanno le immagini all’inizio di un grande occhio ammiccante, quasi come in una visione di Odilon Redon (occhio che forse ‘esplora la mente di Violetta’), poi svelano un cielo alla fine della festa, e dinamici batteri all’ultimo atto. La scena campestre è accompagnata da un video di radure e boschi, prima verdi e dorati dal sole, poi autunnali e innevati all’arrivo di Germont padre. Vuol dire che è spenta la speranza, che la primavera cede all’inverno interiore, il gaio maggio al triste gennaio. L’omaggio al cinema muto nella Carmen è composto di fotogrammi in bianco e nero, con didascalie in inglese. Illuminante quella che recita ‘Again the card of death’. Bella è l’idea del video di uomini mascherati presso Violetta morente. Sono quelli che l’hanno usata e sfruttata, sono mascherati perché non importa chi siano, hanno tutti la stessa faccia. Sono ridenti, perché sono cattivi. Adesso le sedie sono vuote, gli ospiti sono nel video. Lei morendo perdona. Le ultime immagini che catturiamo prima della chiusura del sipario, ci mettono di fronte alla morte, anche alla nostra, e ci fanno riflettere.
Il soprano Ekaterina Bakanova, dai seducenti capelli ramati, ha lo strumento ideale per interpretare Violetta. Il buon peso specifico della voce è piegato ad affrontare gli spasimi e i sussurri, sempre con grande qualità tecnica e gusto irreprensibile. La voce è bellissima, intona bene le arie (l’Addio del passato’ sembra coperto da un velo funebre) e la famosa cabaletta, con una interpretazione affascinante. Il tenore Davide Tuscano canta con il suo timbro solare e gli acuti facili; l’aria al secondo atto è intonata e fuori del comune, la cabaletta fa uscire i sentimenti, è coronata da una nota bellissima. La voce va assieme meravigliosamente con quella di Violetta nel ‘Parigi o cara’ e nello struggente finale. Il baritono Claudio Sgura delinea un freddo calcolatore vestito da padre empatico. In questo Giorgio Germont sembra di vedere in filigrana il suo Jack Rance. Il personaggio non canta solo belle note con una voce dalla grana preziosa, ma costruisce un personaggio reale. Notevoli il lungo duetto con Violetta, l’aria e la cabaletta.
Bravi tutti gli altri, tra cui si ricorda la bella voce di basso del Marchese d’Obigny, con la personalità debordante e accattivante, l’avvenenza fisica e l’agilità di Yuri Guerra. Benedetta Mazzetto è un mezzosoprano di bella voce luminosa e ricca, unita a sorridente presenza scenica, perfetta per la fondamentale parte di Flora. Tommaso Norelli infine, chiede del Signor Germont con la sua importante voce di basso, e rende onore alla breve parte del Commissionario.
Il Coro del Comunale preparato da Gea Garatti Ansini è preciso, intonato e canta con l’anima; esprime la gaiezza delle feste, l’incredulità di fronte al gesto disperato di Alfredo, la parodia del Bue Grasso. Tutte queste coese voci cesellano le note e fanno vivere le scene con la loro presenza infuocata, sono uno strumento registico di grande valore anche quando invisibili.
L’Orchestra del Comunale, guidata dal Maestro Leonardo Sini, è in gran forma, e la concertazione restituisce la dimensione cameristica dell’opera. Questa musica di sovrana bellezza sembra una tela di serici fili, brillanti di rugiada o di neve, coperti di luce o nascosti in ombra, che trattengono i personaggi o li mettono assieme. Tesi o allentati, sottili o spessi, muovono le passioni, i conflitti, gli abbracci e le lacrime. La musica fatta da Verdi per una delle sue opere più belcantistiche rivela in questa sede il lato più crudo e acerbo di una storia senza speranza. La bellezza delle note si fa racconto, è appassionata con Violetta nell’Amami Alfredo’, piangente con quest’ultimo che ascolta le parole paterne, commossa col dolore di Giorgio e di tutti nel finale. La musica è precisa come un Eadweard Muybridge nel fotografare un’agile corsa verso la morte, perché tale è la trama di quest’opera. Qualche strofa viene tagliata, ma il terzo atto sembra completo e ci dona la possibilità di indugiare attorno agli ultimi istanti di Violetta, come insetti su grappoli di fiori. E il tempo sembra dilatarsi perché sono gli ultimi, quelli che la mente abbraccia e mollemente trattiene, come in una preghiera o in un incontro cruciale.
Applausi per l’Orchestra guidata dal Maestro Sini, e per il Coro del Teatro Comunale, istruito per l’ultima volta dalla Maestra Gea Garatti Ansini che prende commiato da questo prestigioso incarico. Applausi per gli interpreti, e calorosissimo saluto del pubblico per Davide Tuscano, Claudio Sgura, Ekaterina Bakanova: Violetta tratteggiata da Alessandro Talevi come creatura d’immensa bontà, ‘disponibile a perdonare il dolore’. Verso le sette di sera, invisibili i fiori riposano nell’ombra. Il perdono, secondo un Maestro Sufi, è il profumo che esalano i fiori calpestati.




