Teatro La Fenice di Venezia. Wagner, Enigmi del cigno in laguna

Articolo di: 
Giulio Migliorini
Lohengrin Venezia La Fenice

Il Cavaliere del Cigno passa sull’acqua del Canal Grande smaltato di verde e turchese, sul fiore bianco della schiuma portando come un vasto strascico la sua storia millenaria quanto quella della città di pietra ed acqua che lo abbraccia orgogliosamente nel mese di aprile 2026. Lohengrin, Opera Romantica in tre atti di Richard Wagner su libretto dell’Autore, fu rappresentata la prima volta a Weimar, al Deutsches Nationaltheater und Staatskapelle, il 28 agosto 1850, e la dirigeva Franz Liszt. Alla Fenice di Venezia l’Opera è andata in scena dal 12 al 26 aprile 2026 per cinque rappresentazioni con la regia di Damiano Michieletto ripresa da Amanda Haberpeuntner e la direzione musicale di Markus Stenz.

Ho assistito alla rappresentazione di domenica 19 aprile, alle ore 15:30. Scrivo questa recensione a distanza di giorni, al tepore del sole. Qui in un vaso di vetro ho una rosa intatta, dalla finestra entra la brezza e il profumo del caprifoglio.

L’azione, che ha luogo ad Anversa nel X secolo, narra di Elsa, figlia del duca di Brabante, e del suo fratellino, Gottfried. Il ragazzino è sparito durante una passeggiata nel bosco e lei è accusata, davanti al re di Germania Enrico l'Uccellatore, di averlo ucciso per usurparne il trono. L’accusatore è il conte Friedrich von Telramund, sposo della pagana Ortrud. L’ordalia ha luogo, e battendosi il conte col bianco cavaliere Lohengrin (giunto su una navicella tirata da un cigno), viene da lui sconfitto e deve andare in esilio. I malvagi però instillano nella ragazza il dubbio che il suo sposo sia in realtà un mago, e la portano a chiedergli nome e provenienza, domande queste proibite dallo stesso cavaliere. Egli racconta del Graal e di Parsifal suo padre, rivela il suo nome, ma deve lasciare i Brabantini. Di fronte alla sua preghiera il Cielo libera tuttavia il cigno dall’incantesimo di Ortrud: l’animale svanisce per lasciare il posto a Gottfried, il fratello scomparso nel bosco, guida sicura del popolo di Brabante.

Geniali le scene di Paolo Fantin. Le tavole di legno biondo disegnano l’elegante curva del fondale, modulano l’assito del palcoscenico, si schiudono al secondo atto per far entrare i personaggi, raccolgono il sangue del suicida Telramund all’inizio del terzo atto, sono sostituite alla fine dell’opera da serici veli gonfiati dall’Immanente. La vasca da bagno si staglia bianchissima sulla destra, come il pericolo da tenere lontano, il ricordo impossibile da cancellare.

La regia di Damiano Michieletto ripresa da Amanda Haberpeuntner scava a fondo la musica, le parole e i simboli usati da Wagner, propone una rappresentazione che ne porta alla superficie l’intima essenza. Affiorano così significati e nature intime dei personaggi e delle azioni, si sollevando interrogativi. La narrazione è tutta diversa dal solito, prosciugata dei colori e degli ambienti storici, immersa nella psicologia. Il nome e la musica bastano a donare vita e presenza agli oggetti, e lo scudo del Re, il corno dell’eroe, il suo cigno, pur assenti, sono nelle nostre orecchie, mentre vediamo azioni solenni, mani schiuse, gesti e simboli enigmatici.

Al principio la sofferente Elsa entra e del fratellino trova solo i vestiti nella vasca da bagno dall’acqua tremolante, se li stringe al petto. La vasca strabocca irrecuperabile. L’acqua è vita ma anche morte, è elemento centrale dell’opera. Tocca il cuore il momento del giudizio, con Elsa accasciata mentre le versano attorno pietrisco nero, in cui sembra sprofondare in attesa della sentenza divina, ma non si trova il cavaliere disposto a battersi col forte Telramund. Lohengrin giunge trascinando una bara bianca, che reca l’effigie argentea del cigno. Un prisma scende dall’alto e ne cola un liquido denso, che arde la carne del conte e lascia immune il candido Cavaliere.

È ad alta tensione il dialogo dei due coniugi malvagi all’inizio del secondo atto, quando Ortrud infila le mani in una teca trasparente che contiene un grande uovo nero. Friedrich versa il contenuto argenteo di una coppa sull’uovo, simbolo del cigno, dello spazio ultraterreno del Graal, sortilegio divinatorio, o forse propiziatorio. È bella l’entrata di Elsa, il suo velo che le viene strappato dall’antagonista, la quale in un accesso d’orgoglio ferito getta a terra il Rosario bianco. I cavalieri giunti alle nozze hanno numerose nere acute aste per la guerra, tese a convergere, ritte o sbilanciate, micidiali come in una storia dipinta da Paolo Uccello. La fronda verde tenuta da Elsa e poi straziata da Friedrich è l’immagine della Grazia, mentre il ramo argenteo recato dall’Araldo contiene una rossa melagrana, immagine dell’abbondanza di vita, che d’Annunzio nel Fuoco descrive come uno scrigno ‘di cuoio vermiglio recante in sommo la corona d’un Re donatore’. Accanto ad essa i due sposi si soffermano, quasi a progettare un futuro assieme. Le uova che scendono dal cielo opalescenti, sono immagine del dubbio, della tentazione a chiedere che si moltiplica nella mente.

Al preludio terzo è stupenda l’immagine del fanciullo Gottfried, che fermo e silenzioso osserva di fronte a lui, mentre scendono cerchi luminosi concentrici. L’immagine ricorda da vicino quella di Steven Spielberg nel film del 1982 ‘E.T. l’extraterrestre’, mentre il giovinetto Elliott Taylor, sempre vestito in rosso e azzurro, interpretato da Henry Thomas, saluta il suo amico perché è giunta a prenderlo l’astronave paterna. L’uovo è schiuso da Elsa che pone le domande proibite, e il catrame nero la acceca. Anche i personaggi del coro in fondo all’opera diventano ciechi, tendono le mani a cercare appiglio: incapaci di sostenere il dubbio con la fede, sono stati puniti al pari di lei, hanno gli occhi invescati di nero per non aver saputo credere, per aver preteso di conoscere ciò che doveva rimanere Mistero. Vengono alla mente le parole del Vangelo di Giovanni rivolte da Gesù ai Farisei in merito alla cecità spirituale ‘Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘noi vediamo’ il vostro peccato rimane’.

Fuori dal tempo i bei costumi di Carla Teti, dal blasonato Re, all’elegante Araldo in borghese, al Coro lilla violetto come i rami della Paulownia nel mese di aprile. Vi spicca il bianco di Lohengrin, il colore della forza divina che lo guida. L’eterea Elsa si muove nei voli dei suoi veli candidi, contrapposti alla marsina nera di Telramund, poi ridotta in cenci. Infine il prezioso tailleur damascato, il mantello della falsa sottomissione e la pelliccia dell’orgoglio, la veletta, tutto in nero, l’eburneo Rosario tra le mani, sono il guardaroba di Ortrud.

Le studiate luci di Alessandro Carletti ammantano le scene di atmosfere solenni, col crescere a mezzogiorno e coprirsi nell’angoscia dell’attesa, accompagnano misteriose la magia della strega, dipingono la tensione del concertato alla fine del secondo atto, tratteggiano i milioni di linee spezzate che fanno scintillare il velo ultraterreno al termine dell’opera.

Chiara, ricca e nervosa è la voce dell’Araldo interpretato da Äneas Humm, che intelaia la vicenda nei suoi interventi perentori, mette il popolo al corrente dei fatti e delle decisioni del re. La sua voce ha una lucentezza tenorile su un colore stupendamente baritonale. Bella voce di basso nel solco della tradizione esibisce il bravo Anthony Robin Schneider nei panni del Re, commosso e paterno, apportatore di giustizia nelle sanguinose dispute dell’alto medioevo.

Purezza ed esaltazione, tristezza e gioia, sono racchiusi nel personaggio della candida Elsa dai lunghi capelli biondi, il soprano Dorothea Herbert. La voce è salda, è stupenda la lucentezza di alcuni acuti rotondi e lanciati alla perfezione nel secondo atto. Intrisa di ardore e fiducia la confessione del primo atto Einsam, in trüben Tagen (sola, in giorni tristi), interiore e segreta l’aria del secondo atto Euch lüftchen, die mein klagen (O venti, che il mio lamento).

Bellissima ed eroica, ricca di squillo la voce del tenore Brian Jagde nei panni di Lohengrin, che se trema leggermente nelle frasi da cantare sottovoce, è in compenso un’autentica corazzata in tutto il resto, e non teme gli acuti di forza, come al secondo atto, ad esempio quando canta O Himmel, SHIRM ihr Herz for den Gefahren! (O cielo, PROTEGGI il suo cuore dal pericolo!), sempre a fuoco. La barba e i capelli sbarazzini ne fanno un eroe moderno e simpatico. Il fisico è atletico, gloriosi i bicipiti. Un tenore del genere in questa parte è impressionante, temevo che dal vivo non lo avrei udito mai. Inutile dire come le due pagine stupende del terzo atto siano perfette.

Talora velata tra i marosi dell’orchestra, oppure orgogliosamente svettante, la voce grande del baritono Claudio Otelli (già entusiasmante Alberich nel recente Ring bolognese) arriva a comunicarci cosa sia l’orgoglio ferito, Mein Enr’, main Ehr’ ist ihn! (Il mio onore, il mio onore non l’ho più!), ci parla da vicino dello smacco che stende a terra l’uomo. L’autentico mezzosoprano Chiara Mogini (già stupenda Zia Principessa in una Suor Angelica andata in scena a Bologna un paio d’anni or sono), è sorprendente e meravigliosa. La potenza del suono è fuori del comune, e a sentire la pienezza di certi acuti si salta sulla sedia. Benissimo l’invocazione agli dei Entweihte Götter! (O dei profanati!), ma anche tutta l’arte scenica e le inflessioni trovate nella scena con Elsa, oltre che nel finale dell’opera, e ci si rammarica sempre del taglio dopo il racconto di Lohengrin, dove un’interprete del genere avrebbe potuto ulteriormente brillare. Bene gli altri interpreti.

Meraviglioso il Coro del Teatro La Fenice istruito da Alfonso Caiani, nei pianissimi all’inizio dell’opera come nell’esaltazione che precede immediatamente l’arrivo dell’eroe. Il coro ha condotto il corteggio di Elsa al secondo atto con empatia e ha preso parte con ardore al grande concertato a chiusura dello stesso, grandioso, intonato e preciso. Nel terzo atto il coro ha schiuso con dolcezza le cortine della stanza nuziale cantando la famosa Treulich geführt ziehet dahin (Fedelmente guidati, colà traete), ha poi partecipato all’ultima scena con toni prima guerreschi, poi davvero disperati.

L’Orchestra della Fenice diretta con anima e forza spirituale da Markus Stenz è materica e ricca come la pittura di un Tiziano o di un Tintoretto, si fa acqua cristallina zampillante dalla roccia nello squarcio elettrizzante che corona l’Overture, candido tepore di fiori ombrosi nell’intimità degli sposi al terzo atto. Si fermano nella memoria la voce dei violoncelli che annunciano sventura assieme al corno inglese nell’introduzione del secondo atto, la sempre drammatica frase del Frageverbot alla fine dell’atto stesso, il gioioso e araldico preludio del terzo atto, gli archi e l’arpa di Lohengrin, i legni di Elsa. Precisa in ogni sua parte, l’Orchestra raccoglie l’eredità veneziana di Richard Wagner e riluce come i riflessi sull’intradosso di ponti o portici segreti.

Mentre l’opera si chiude, la vampa madreperlacea come un velo aderisce all’oro zecchino degli stucchi, alle membra delle cariatidi, accarezza il reticolo dei palchi facendolo assomigliare allo scheletro di un animale marino. L’azzurro e l’oro del teatro vanno a fuoco come l’entusiasmo del pubblico, che saluta festoso gli interpreti al termine della rappresentazione. Poi tra le calli si fa sera, i colori pastello delle case affiorano alle luci solitarie, il silenzio abbraccia la passeggiata sulle salizade, i campielli dove qualche albero verdeggia, e il suono dell’opera romba nella memoria.

Pubblicato in: 
GN28 Anno XVIII 11 maggio 2026
Scheda
Titolo completo: 

Venezia, Teatro La Fenice 
Stagione 2025-2026

LOHENGRIN
Opera romantica in tre atti
Libretto e musica di Richard Wagner

dal 12 al 26 aprile 2026

Heinrich der Vogler ANTHONY ROBIN SCHNEIDER
Lohengrin BRIAN JAGDE
Elsa von Brabant DOROTHEA HERBERT
Friedrich von Telramund CLAUDIO OTELLI
Ortrud CHIARA MOGINI
Der Heerrufer des Königs ÄNEAS HUMM
Vier brabantische Edle ORLANDO POLIDORO, NICOLA PAMIO, PAOLO GATTI, ARTURO ESPINOSA
Vier Edelknaben ELISA SAVINO, LUCIA RAICEVICH, CLAUDIA DE PIAN, MARIATERESA BONERA
Herzog Gottfried PIETRO CECCATO, LEO MANNISE

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Hungarian National Male Choir
Direttore Markus Stenz
Maestri dei Cori Alfonso Caiani, Richárd Riederauer
Regia Damiano Michieletto ripresa da Amanda Haberpeuntner
Drammaturgo Mattia Palma
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Light designer Alessandro Carletti

Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice in coproduzione con Fondazione Teatro dell’Opera di Roma, Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia