Teatro Filarmonico di Verona. Falstaff in doppiopetto

Articolo di: 
Giulio Migliorini
Falstaff

Nella terza settimana di marzo, all’inizio della primavera, un’opera autunnale come il Falstaff di Giuseppe Verdi è stata rappresentata per quattro recite al Filarmonico di Verona. Ho assistito alla prima di esse, la matinée di domenica 22 marzo. La Commedia Lirica in tre atti, estremo lavoro teatrale del quasi ottantenne cigno di Busseto, è stata composta su libretto dello scapigliato Arrigo Boito (da William Shakespeare, Le allegre comari di Windsor), musicista e letterato insigne, e rappresentata per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano il 9 febbraio 1893, l’anno della Manon Lescaut di Puccini e dell’Aleko di Sergej Vasil'evič Rachmaninov. Regia di Jacopo Spirei, dirigeva l’Orchestra della Fondazione Arena di Verona il Maestro Giuseppe Grazioli.

A Windsor presso Londra, nel XV secolo regnante Enrico IV, l’anziano e corpulento Sir John Falstaff, raffinato bevitore, alloggia alla taverna della Giarrettiera, servito dai laidi Bardolfo e Pistola, che derubano il dottor Cajus dopo averlo ubriacato. Le rendite non così pingui, spingono l’epicureo a cercare arrotondamenti non troppo onesti. Sensibile alle grazie di Alice e Meg, il cavaliere le vorrebbe sedurre ma i servitori rifiutano di consegnare lettere alle donne. Mentre queste ricevono i messaggi amorosi, del tutto uguali, recapitati dal paggio Robin, il marito di Alice, Ford, apprende dai servitori le intenzioni del pancione e lo vuol sistemare per le feste. Nannetta, sua figlia, amoreggia con Fenton, ma Ford vorrebbe che lei sposasse il ricco Cajus. Alla taverna, l’astuta signora Quickly porta a Falstaff la risposta di Alice, che lo vuole incontrare a casa sua, mentre Ford è assente (dalle 2 alle 3). Arriva anche Ford, che presentatosi come Fontana, offre vino di Cipro e soldi al cavaliere affinché seduca Alice per lui. Appreso dell’appuntamento imminente, mentre l’altro si prepara, il buon borghese è fiaccato dalla gelosia. L’appuntamento arriva, ma subito è interrotto dall’annuncio del sopravveniente marito, che trova solo i giovani fidanzati dietro il paravento e si infuria, rovista tutta la casa ma Falstaff è nascosto nella cesta del bucato, prontamente e ilarmente poi vuotata nel Tamigi. Ripresosi a malapena, il cavaliere impenitente si consola col vin caldo mentre la messaggera Quickly gli parla di un appuntamento notturno, alla quercia di Herne nella foresta di Windsor. Egli vestitosi da Cacciatore Nero, con le corna cervine sul capo e il gran mantello, aspetta con la mezzanotte la bella Alice, ma viene colto e stuzzicato dagli elfi e folletti della foresta, in realtà i villici travestiti. Alla fine Ford unisce in matrimonio due coppie di creature fatate, che si rivelano essere poi Cajus e Bardolfo, Fenton e Nannetta. Rassegnatosi ad accettare ‘la propria noia’, Ford si unisce al cavaliere e a tutti i personaggi, prendendo atto che ‘Tutto nel mondo è burla’.

Le belle scene di Nikolaus Webern inseriscono la trama in seno al Regno Unito, rappresentato dalla bandiera sipario, il grande Union Jack, con cerchi di vino e un po’ scolorita, che introduce ogni quadro dell’opera. Il lembo inferiore della bandiera si leva alquanto, accartocciandosi di volta in volta a scoprire cellule di quel mondo, tessere di quel mosaico anglosassone, stati d’animo, personaggi, azioni: i sei quadri dell’opera. Le minute prospettive della Giarrettiera, intagliate nel pannello nero che copre il boccascena, sono distorte e schiette, mostrano un’immagine quotidiana del protagonista: tra le boiserie scure, le panche, sedie e tavolo, il piccolo ritratto di Elisabetta (seconda), la finestra inglese a montanti, la pila di piatti, le nere lucenti bottiglie gettate in un angolo. La scena urbana, più larga, mostra case con paramenti a bugnato, mullioned windows, il ponte arcuato sul fondo. Inclinate sono le case, straniante la prospettiva, e nemmeno si arriva a leggere bene il nome della strada sull’insegna: Shakespeare St. Se nell’ultima apparizione la taverna è sgombra e l’oste (che porta un grembiule rosso coll’insegna della Giarrettiera) sostituisce il ritratto di Elisabetta con quello di Carlo III, le altre scene larghe vedono schiudersi come uno spaccato la casa di Ford a destra, che mostra un sontuoso interno vittoriano con bel caminetto, ritratto di nobiluomo e tappezzeria rosso lampone. Gli oggetti creano le atmosfere, e gli innamorati hanno a disposizione il canapè giallo, il paravento, il letto a due piazze in metallo, con abat-jours di color corindone rosso. Per Falstaff è approntato anche un cesto di biancheria metallico, con la scritta ‘Property of the Ford estate’ (Proprietà della tenuta Ford). Le piante - scoperte dallo slittamento verticale delle case dai vetri illuminati - e fronde verdi dell’ultimo quadro, sono poi il contesto della Foresta di Windsor.

Jacopo Spirei riesce a ideare una regia asciutta nelle gestualità e nelle situazioni presentate, mette in evidenza il sempre attuale messaggio dell’opera di Verdi, letta e offerta al pubblico col sorriso sornione dell’artista che invita alla riflessione. Le situazioni e i simboli sono una critica alla staticità e al mondo borghese. I personaggi perdono l’equilibrio, perché niente è come sembra, nel cuore degli oggetti e delle persone ci sono sorprese imprevedibili. La casa a due piani di cui immaginiamo l’interno, poi la troviamo sì borghese e classica, ma con un piano solo. L’equilibrio si spezza fin da subito, quando il pavimento della taverna cede sotto la gravità del servitore Pistola e del suo padrone che deliba vino e pensa turpi progetti. Nello spazio urbano aberrante poi, è in scena la gaia tenzone tra i giovani che si innamorano follemente e scrollano lo smartphone tenacemente, e dei grandi che li ostacolano, che qualche volta si arrabbiano o si intristiscono. Il cartello triangolare sul fondo indica metaforicamente ‘lavori in corso’. I giovani si sentono padroni del mondo, ma quando Fenton entra in cada di Ford, vien subito messo alla porta. I grandi poi bevono, per stare allegri e scacciare i pensieri, e ne offrono in abbondanza agli altri: Alice alle comari, Bardolfo a Quickly, Ford a Falstaff. Il gesto predatorio che Falstaff abbozza, lo avvicina spiritosamente a una vecchia tigre che graffia scherzando, o è la traccia della triste vecchiaia mascherata col sorriso? Dall’altra parte l’angoscia di Ford che si accascia a terra e si sente già le corna sul capo è un sentimento vero e micidiale, di quelli che non si possono fugare col sorriso. Falstaff che entra da Ford, passando con la sua mole tra le leggere tende mosse dalla brezza, è immagine sorridente, quanto quella dei vestiti che Alice già posa sul bordo del paravento, facendo sospettare le sue azioni nascoste. Falstaff affannato insegue Alice, ma sente l’arrivo inaspettato del marito. Dopo un concertato dove l’azione è sparsa a piene mani, il povero cavaliere viene gettato nel Tamigi, e si levano in alto spruzzi copiosi. Il bel simbolo del capo di cervo che getta ombra sulla parete della taverna è l’emblema del terzo atto, così misterioso e shakespeariano, nei suoi colori profondi, nelle luci magiche delle fiabe. Trasognata è l’immagine del pancione che guarda nel bicchiere; allegra e maliziosa è Quickly che lo va ad impensierire con la storia del cacciatore nero. La figura cervina del grosso protagonista avanza nel bosco mentre Alice sparge la nebbia. Bendato, spogliato e stuzzicato, riconosce Bardolfo dall’acre odore, e spezza lo scherzo. Alla fine, può rivestirsi. Bella è ancora l’immagine dei fanciulli saltellanti nel letto, come prima di dormire - mentre i grandi lo sfonderebbero, e non hanno più quella tenera energia - intanto che Il cavaliere abbraccia Ford e ci regala un’ultima risata.

I costumi vintage di Silvia Aymonino sono preziosamente ricercati, a partire da quelli stanchi del protagonista all’osteria, col cardigan sformato e la maglia che ne disegna le generose protuberanze. Elegante poi appare il nostro, in un doppiopetto gessato blu con bretelle e calze rosse, e tenebroso alla fine nel mantello nero. Ford è un signore elegantissimo nel doppiopetto grigio, un atletico playboy in giacca stile college con maniche a contrasto alla taverna, mentre il motivo mimetico dei suoi abiti lo avvicina al fogliame della foresta, al pari delle giacche e dei mantelli di quasi tutti i personaggi del quadro finale. I motivi leopardati e tigrati degli abiti delle signore e della signorina, vanno talora accoppiati a giacche di cuoio, occhiali da sole e chiome di fuoco (Quickly) biondissime (Alice) o con extensions rosate (Nannetta). Ben assortiti gli abiti degli altri, dalle felpe e denim dei servi alle colorate mise di Cajus.

Evocative le luci di Fiammetta Baldiserri, specie quelle dell’intima taverna e della tenebrosa foresta. Le ombre della finestra inglese gettate sul protagonista e portate sul verde oliva della parete, nel chiarore dell’occaso all’inizio del terzo atto, sono qualcosa che mette malinconia e fa pensare alla solitudine e all'età. Geniale è sulla parete l’ombra grigia delle corna, o il controluce del protagonista - cacciatore nero - che avanza nella foresta. A questo punto, contando i tocchi della mezzanotte, sorprende la luce fantastica che colora il soffitto del teatro di verde e violetto, scherzando coi cristalli del lampadario. Belli i bagliori lunari sui personaggi, e anche i colori dei fondali, che dal verde passano al rosa e al bianco dell’alba.

Il Falstaff del baritono Marco Filippo Romano è assai ben cantato, con la voce potente e pulita, espressiva e ricca di armonici, oltre che ben interpretato nelle espressioni del volto e della figura, dove la felicità del fanciullo va a braccetto con la fatica degli anni. Il monologo dell’Onore è cantato con proprietà e passione, il ‘certo qual mio fascino personal’ è sciolto con dedizione, ‘quest’è il destin fatale’ è espresso con soddisfazione, ‘guai se mi tocchi’ ha la bella mezzavoce che si voleva sentire. Fresca leggerezza avvolge poi ‘Quando ero paggio’, una di quelle melodie che restano nel cuore. Il ‘Ber del vin dolce e sbottonarsi al sole’ è pervaso di autunnale caldo tepore, par di essere davvero davanti alla locanda, sentire i raggi dell’autunno sulle palpebre, lo Xérès pizzicar il palato. La magnifica fuga finale dell’opera è poi condotta splendidamente.

Il monologo delle ‘corna’ nel canto di Luca Micheletti è notevole. Siamo di fronte a un grande baritono verdiano, la voce di Ford è qui piena e tonante, ‘sei gabbato e truffato’ trasuda dispiacere e ferocia, lo scoppio di ‘non mi sfuggirai’ è da saltare sulla sedia, gli interventi sono registicamente e vocalmente ottimi. L’Alice cantata da Marta Mari ha la gioia di vivere negli occhi e nell’espressione, la sua voce è ferma, ben proiettata e ben emessa, e nella ‘stella’ sull’immensità’ c’è un bellissimo acuto. Ottimi e centrati poi gli interventi nei pezzi d’assieme, e nei vasti concertati che chiudono tutti i quadri pari dell’opera.

Attraente la Quickly del mezzosoprano Anna Maria Chiuri, che canta bene una parte contraltile, passa con soddisfazione nei numerosi ridenti ‘Reverenza’, racconta con mistero degli ‘spirti vagabondi’ al credulo cavaliere, che dovrà poi entrare ‘lento, lento, lento’, secondo Alice. Il Fenton di Marco Ciaponi, col capo rasato e il fare spavaldo e risolutivo, è ben centrato nell’azione scenica. Anche il canto poi, non delude. Bellissime le mezze voci della ‘Bocca baciata, e molto ben cantata la famosa serenata, che è bella nelle parole, un sonetto, e fulgida nella musica, sgorgante dalla carne dei corni nell’introduzione notturna e frondosa dell’orchestra. La voce di Nannetta, il soprano Vittoriana de Amicis, è bella ma piccola, e si fa fatica a sentirla bene. D’altra parte, l’interprete possiede doti sceniche notevoli, e il personaggio è assai ben interpretato, nelle vesti quotidiane come in quelli di bianca ed eterea regina delle fate, dove è ben intonata nel ‘fil d’un soffio etesio’.

Tagliente e accattivante il tenore Blagoj Nacoski nella parte del dottor Cajus, ribaldi e ben cantati i due servitori Pistola e Bardolfo, rispettivamente il basso Mariano Buccino e il tenore Matteo Macchioni, ottima e lucente la Meg del soprano Marianna Mappa.

Il Coro di Fondazione Arena preparato dal Maestro Roberto Gabbiani interpreta bene le scene finali del secondo e del terzo atto, unendosi perfettamente all’azione dei personaggi. I borghesi della cittadina sono in soprabito e bombetta, tutti uguali come gli omini del quadro Golconda (1953) di René Magritte, che rappresenta l’omologazione nella società di massa. Serve sul serio l’arguzia di Falstaff a ‘farli scaltri’.

Bene la prova dell’Orchestra di Fondazione Arena di Verona, che cerca e trova colori deliziosi. Dorati e talora ombrosi gli ottoni, lucenti gli archi, preziosi i legni, con bei passi a due del clarinetto e del flauto. Sempre splendido l’incipit del terzo atto, dove l’orchestra descrive il malumore del protagonista creando un’atmosfera cupa e ironica, a partire dall’Allegro agitato dei contrabbassi, a cui si aggiungono gli altri archi, i legni e gli ottoni fino ad piena orchestrale di effetto magnifico e indimenticabile. Il Maestro Giuseppe Grazioli ha guidato bene la compagine, ma talora il gesto era troppo ampio, suggeriva troppi fortissimo.

Molti applausi per gli interpreti, segnatamente per il protagonista, che riceveva anche numerosi fischi di approvazione da parte del pubblico. All’uscita, oltre alla delizia della musica e dello spettacolo, resta l’esortazione a gustare le vere bellezze della vita, perché siamo sempre ‘tutti gabbati’.

Pubblicato in: 
GN22 Anno XVIII 30 marzo 2026
Scheda
Titolo completo: 

Verona - Teatro Filarmonico
Falstaff
Commedia lirica in tre atti di Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi

Dal 22 al 29 marzo 2026

Direttore d'orchestra Giuseppe Grazioli
Regia Jacopo Spirei
Scenografia Nikolaus Webern
Costumi Silvia Aymonino
Luci Fiammetta Baldiserri
Orchestra, Coro e Tecnici Fondazione Arena di Verona
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Direttore allestimenti scenici Michele Olcese

Interpreti

Sir John Falstaff Marco Filippo Romano
Ford Luca Micheletti 
Fenton Marco Ciaponi
Dr. Cajus Blagoj Nacoski
Bardolfo Matteo Macchioni
Pistola Mariano Buccino
Alice Marta Mari
Nannetta Vittoriana De Amicis
Mrs. Quickly Anna Maria Chiuri
Meg Marianna Mappa