- Articolo di:Teo Orlando
Domenica 4 gennaio 2026 nel piccolo e raccolto Teatro Il Cantiere, situato nel cuore di Trastevere, abbiamo assistito a un incontro speciale: quello tra Marilena Paradisi e Kevin Harris, nel nome del jazz storico e dell'avanguardia contemporanea. Si presentava con una promessa impegnativa: un concerto “speciale” incentrato su improvvisazione e libertà creativa, con l’interplay come vera trama della serata. Non si tratta di etichetta di comodo: l’assetto in duo, essenziale e scoperto, impone che ogni secondo venga guadagnato con ascolto reciproco, perché senza una scaletta protettiva (o un repertorio “salvagente”) la musica vive o muore nel modo in cui due personalità riescono a farsi spazio senza schiacciarsi.
Teatro Fraschini di Pavia. La Metafisica de I Puritani
Una tra le piu' notevoli opere del Cigno di Catania, ovvero I Puritani di Vincenzo Bellini, è andata in scena a Pavia in due serate di fine novembre, il 20 ed il 22, nell’antico e prestigioso Teatro Fraschini, dalla classica pianta a campana, che ricorda da vicino il più piccolo Teatro Bibiena di Mantova.
La trama dell’opera si annoda alla storia inglese del XVII secolo. La guerra civile scoppiata a causa dei soprusi del re Carlo I vede fronteggiarsi i Cavalieri che stanno dalla parte del sovrano e i Puritani della parte popolare, protestanti radicali, che vivono in modo austero interpretando minuziosamente le Scritture. L’opera si svolge nella fortezza di Plymouth, nel Sud Ovest del Regno Unito, e in altri ambienti interni o esterni nelle sue vicinanze.
I personaggi sono tutti puritani, salvo Arturo che è un “Cavaliero”, come scrive il libretto di Carlo Pepoli (un conte bolognese, esule in Francia, autore anche della traduzione del Vangelo secondo Matteo, di altri pochi libretti, di alcune liriche musicate dal Bellini e da altri). Elvira (soprano) è la figlia di Lord Gualtiero Valton, generale e basso, che l’ha destinata a Riccardo, colonnello e baritono. La ragazza è innamorata di Arturo, partigiano degli Stuardi e tenore, e grazie all’intercessione dello zio Giorgio, colonnello in ritiro e basso, ottiene dal padre di sposarlo. Mentre si avvicina il momento delle nozze, Elvira fa indossare per prova il suo velo ad Enrichetta di Francia, la vedova di Carlo I, che deve essere giudicata dal tribunale e che sarà poi forse giustiziata. Arturo fugge assieme alla regina, che col velo sembra la sposa, e Riccardo, che ha scoperto l’intrigo, lascia fare: in questo modo, pensa, Elvira potrà forse essere sua, e ancora meglio, Arturo se catturato sarà giustiziato. Quando tutti si accorgono della fuga è tardi, Elvira non si sente più Elvira, la dama velata che Arturo accompagnerebbe all’altare, e perde la ragione. Giorgio descrive agli astanti la follia di Elvira, la fanciulla appare e ricorda la dolcezza della voce dell’amore, parla di nozze, chiama Arturo. Lo zio affronta Riccardo e gli ricorda la sua responsabilità nella fuga, dicendogli che se Arturo fosse agguantato e giustiziato, anche Elvira ne morrebbe e vi sarebbero due fantasmi a tormentargli la coscienza. I due stringono un accordo: Arturo sarà salvato se “inerme ed in periglio”, ma morirà se “armato ei qui verrà”. Arturo torna a vedere la casa dell’amata e l’ode intonare una canzone d’amore, alla quale risponde. L’incontra e le spiega le vicissitudini che l’hanno portato alla fuga. Elvira lo perdona e i due si abbracciano. Quando si sente lo strepito dei soldati che cercano il fuggente, Arturo va a nascondersi ed Elvira chiama soccorso, temendo di perderlo ancora. I soldati lo raggiungono e per lui si prospetta la pena capitale, ma ad un suono di trombe viene annunciata la sconfitta dei “Stuardi” e il perdono per i prigionieri. La guerra civile è finita. L’opera seria si conclude allora non con la morte, ma in un momento di gioia, che “poca è intera l’anima” a contenere: i fidanzati coroneranno finalmente il loro amore con le nozze.
La regia di Daniele Menghini, con le scene Davide Signorini, i costumi di Nika Campisi e le luci di Gianni Bertoli, immerge l’azione nel presente. I Puritani sono una famiglia moderna di Radicali conservatori, legati al passato, che usano armi da fuoco, si muovono su auto tutte nere, si incontrano per feste esclusivamente ad invito, custodiscono gelosamente le loro dimore, dove gli estranei non possono entrare, pena anche la morte. Vediamo all’inizio una parata di armi da fuoco, assistiamo alle violenze compiute su un inerme, all’arrivo di Riccardo a bordo di un’auto nera. Quando Riccardo canta la sua aria in mezzo alla scena in una teca si vede una lucente armatura, simbolo della tradizione cavalleresca da salvaguardare, ed altri oggetti del passato entrano in scena successivamente.
La bellezza angelica di Elvira si muove nel bianco dei suoi veli; la ragazza non accetta nozze decise a tavolino e strappa i veli con i quali è ornata la macchina nera. Durante la festa per le nozze incontriamo una teoria con cinque ritratti di avi puritani; entra il personaggio di Enrichetta e siamo colpiti dalla presenza di un teschio, forse una reliquia, custodita in una teca dai bordi fregiati, che ci richiama alla mente la decapitazione. La scena seguente è come un dietro le quinte, La vestizione della sposa e la trama per far fuggire la prigioniera avvengono mentre i ritratti sono girati, nemmeno essi devono assistervi. Nel nero degli ovali si scorge però a grandi lettere la scritte PVRITAS, purezza, una scritta che addita e stigmatizza il tradimento che si sta compiendo, delitto imperdonabile per i puritani, per quanto argomentate ne siano le ragioni. Elvira cade nella follia, la sua mente cede, e mentre è sola sul palco alla fine del primo atto, sotto le intime luci fumose della sua anima, entra il simbolo di Arturo, vestito in nero nella foggia del ‘600, con l’ampio colletto candido, che la fronteggia in un istante di sospensione degli animi.
Al secondo atto c’è una festa durante la quale Giorgio parla agli invitati, seduti in cerchio e poi raccolti attorno a lui, della salute mentale della nipote. Nella scena successiva la giovane interagisce coi suoi fantasmi: Pupazzetti di una sposa, di un giovane in nero, che si materializzano ora su un tavolo, ora su una sedia, ora accanto ai sacchi di riso che si trovano sul proscenio, simbolo delle nozze. Alla fine l’effetto ipnotico di una palla a specchi accompagna la cabaletta. Nel terzo atto vediamo una scena surreale, con una grande torta a strati, praticabile al ‘piano terra’, sorretta da colonnette bianche come in un tempio a tholos. Lo spazio scenico è punteggiato da mazzi di fiori bianchi. Altre snelle e cilindriche colonne bianche sulla scena sono simbolo di festa, purezza, nozze. Queste colonne mi hanno richiamato alla mente la sezione finale del Danteum in certe prospettive disegnate da Giuseppe Terragni (1904-1943, architetto,massimo esponente del Razionalismo italiano, lavorò su commissione di Mussolini), la sezione del Paradiso. Forse i tre atti dell’opera possono essere visti come una metafora della vita terrestre, e poi dell’Inferno (primo), del Purgatorio (secondo) e del Paradiso (terzo). Arturo incontra Elvira, e dopo averla scelta tra altre due apparizioni in veste uguale, le regala un dolce orsacchiotto, che prende dal suo zaino nero, ed è una dichiarazione d’amore. Alla fine i due innamorati in vesti seicentesche possono convolare a nozze.
I giovani protagonisti dell’opera hanno messo tutta la perizia tecnica e musicale e si sono spesi fino all’estremo, profondendo un impegno non indifferente nell’interpretare quest'opera difficile, dai contorni araldici, ricchi di simboli, una storia di anime, una storia di moti interiori e di psicologie.
Maria Laura Iacobellis è stata un’ottima Elvira. All’inizio ha emesso qualche nota aspra, ma si è poi altamente riscattata nella polacca “son vergine vezzosa” e nelle scene d’assieme dove la sua voce svettava nitida, anche con i sovracuti. Bellissima la scena della follia al secondo atto, con tutta la gamma dell'estraniazione presente, e baluginante ai raggi della strobosfera. Notevole nella canzone del terzo atto, “A una fonte afflitto e solo”, e nel successivo duetto, avrei voluto sentirla interpolare le note agilissime di “Sento o mio bell’angelo”, nel finale, che purtroppo è stata tagliata.
Non integrale infatti l’esecuzione, che però saggiamente presenta la riapertura di alcuni tagli come il da capo della cabaletta di Riccardo “Bel sogno beato”. Il baritono Sunu Sun ha una presenza scenica inquietante e velatamente ferina, in nero, con la barba nera, l’espressione accigliata, come colpito da un affronto mortale, la sua voce è di bel colore scuro, sicura, anche se manca l’acuto finale della cabaletta, forse a causa di un'indisposizione, annunciata all’inizio. Grande anche nel famoso duetto col basso alla fine del secondo atto.
Il basso principale è Roberto Lorenzi, che canta benissimo e con espressione rende palpabile l’amore dello zio Giorgio per la nipote, ma la voce sembra troppo da basso-baritono per questa parte. Bella voce, ottime intonazione e cavata, ma si cercano invano certe note basse nei bellissimi “Sorgea la notte folta” o ancor più “Cinta di fiori”, uno dei cavalli di battaglia di tanti illustri nomi del passato.
Il primo tenore è Valerio Borgioni. Il giovane cantante affronta la parte micidiale di Arturo con sicurezza e impeto, col sorriso di un giovane innamorato, ci mostra l’amore in erba, ci immerge in una nostalgica malia. Va bene che partecipa alla preghiera all’inizio dell’opera, ma l’entrata quasi a freddo nella grande scena di “A te o Cara”, è sempre spinosissima. Il principio della melodia è srotolato con qualche incertezza, ma nella seconda strofa, “Al brillar di sì bell’ora”, ho ascoltato una voce bellissima e intonata. Questa parte è stata memorabile. Il resto dell’atto primo lo ha visto impegnatissimo, con grande presenza scenica, ma le note non erano perfette. Nel terzo atto alcune note non erano al loro posto, sebbene la maestria e la convinzione trasparissero davvero “ad ogni istante”.
Benedetta Mazzetto ha dato lustro alla parte di Enrichetta con la sua voce piena e mediosopranile, e le belle melodie sul principio del grandioso finale primo sono state eseguite a regola d’arte. Bene cantati il Bruno di Roberto Basso, e il Gualtiero di Gabriele Valsecchi, che ha per inciso una voce di basso timbrata e ben appoggiata.
L’orchestra ‘I Pomeriggi Musicali’ ha suonato bene sotto la guida di Sieva Borzak, un giovane Maestro italo - russo, e ha suonato con grande ardore e ricchezza di cavata. La ‘linea melodica pura’ e l'‘introspezione lirica’, oltre all'‘indagine del sentimento’ di cui parla il Maestro Borzak nelle “Note musicali” offerte al pubblico in un gradito opuscolo, le ho gustate dall’inizio alla fine dell’esecuzione.
Ottimamente ha cantato il Coro istruito da Massimo Fiocchi Malaspina. Il Coro ha introdotto con grande intonazione la Cavatina di Arturo e poi si è distinto nella difficile “Piangon le ciglia, si spezza il cor” all’inizio del secondo atto, melodia cantata più volte ad altezze diverse e con espressioni diverse, perché deve mostrare le sfaccettature del dolore e della fatica che tutti durano ad accettare, la follia della protagonista.
Forse un'esecuzione integrale della partitura avrebbe permesso di approfondire ulteriormente il messaggio metafisico dell’opera con la quale Bellini si congedò dalle scene. Al termine dell’esecuzione, applausi per tutti i protagonisti, segnatamente per l’Elvira di Maria Laura Iacobellis.


