- Articolo di:Teo Orlando
Il concerto che la IUC ha ospitato martedì 31 marzo 2026 nell’Aula Magna della Sapienza, affidato a Veronika Eberle e Dénes Várjon, aveva un disegno programmatico di rara intelligenza: due rapsodie di Bartók, alternate a due sonate di Ludwig van Beethoven e di César Franck, con una disposizione quasi a "canone inverso": ossia, la prima rapsodia di Bartók viene posta all'inizio, a introdurre Beethoven, mentre la seconda a metà, come preludio simbolico a Franck. Simbolicamente, costituiscono, le quattro composizioni, una piccola storia del duo per violino e pianoforte fra Vienna, Budapest e Parigi: dalla Rapsodia n. 2 BB 96a SZ 89 di Bartók si passava alla Sonata op. 47 “A Kreutzer” di Beethoven; dopo l’intervallo, era il turmo della Rapsodia n. 1 BB 94a SZ 86 e della Sonata in la maggiore di César Franck.
Teatro Pavarotti-Freni di Modena. Flamenco rossiniano in Algeri
Al Comunale Pavarotti-Freni di Modena L’Italiana In Algeri è andata in scena il 6 e l’8 marzo. Ho assistito alla matinée domenicale. Il dramma giocoso per musica in due atti è opera composta in circa 30 giorni da Gioachino Rossini su libretto del giurista Angelo Anelli, e ha debuttato al Teatro San Benedetto di Venezia il 22 maggio 1813 (mentre a Lipsia nasceva Richard Wagner).
Isabella è l’Italiana del titolo. Presa dai corsari dopo un naufragio, si ritrova ad Algeri con l’amico Taddeo. Il Bey Mustafà, stanco della moglie Elvira (che ha sempre accanto la schiava Zulma), la vuol dare allo schiavo Lindoro. Questi è però già fidanzato e non se la sentirebbe di prenderla, mentre la donna è innamorata e triste. Scopriamo che la ragazza di Lindoro è proprio Isabella. Taddeo pur di starle vicino, illudendosi di destare in lei qualche tenerezza, l’accompagna alla ricerca dell’amante perduto, e qui la presenta come sua ‘nipote’. Il Bey che voleva avere un’Italiana fin dall’inizio - e per questo si era fatto aiutare dal capo dei corsari Haly - si innamora di Isabella, ma la donna riesce a beffarlo e a tornare in Italia con Lindoro, portando anche il fido Taddeo. Mustafà sconsolato non avrà alla fine altra scelta che riabbracciare Elvira.
La scena dell’opera è situata da Nicolas Bovey presso un cantiere edile. Si vede una villa in costruzione dalla struttura in finto cemento armato, il basamento cantina, due ambienti laterali: lavanderia (con lavatrice) e studio del Bey (o del capo-cantiere?). La porticina centrale, in ferro zincato, è quella… sì sì, proprio quella del bagno. A destra una scala che porta alla terrazza, con ringhiera e impalcature tubolari. Un muro di recinzione a sinistra con filo spinato è interrotto da un portone. Ci sono tanti oggetti, fili con biancheria, bidoni, scatole, tendaggi. Nel secondo atto abbondano anche i gonfiabili colorati. Sulla destra in primo piano, una betoniera autentica. L’ambiente del deserto è suggerito dalle tre belle palme 3D, ai lati e sul fondo tra le dune.
In questo spazio si intrecciano le storie dei personaggi, che la regia di Fabio Cherstich muove abilmente dando colore alle situazioni. I figuranti e il coro creano un ambiente effervescente. Qualche volta i fatti sembrano esagerati, come quando il Bey esce dal bagno per cercare la carta. La variegata scena iniziale presenta i personaggi del cantiere, il Boss Mustafà, la sua gente, la moglie che seduta sulla lavatrice canta le sue pene. Lindoro modula la sua Cavatina gettando la sabbia nella betoniera che ruota. Haly e i Corsari arrivano portando bottini in scatole piccole e grandi. L’Italiana giunge su un canotto rosso e Taddeo ne porta le numerose valigie. Tolto il gilet di salvataggio, giovane, slanciata ed elegante è approcciata da Mustafà che vorrebbe conquistarla. Taddeo è minacciato da Haly col palo della pena estrema, da cui buffamente prende le distanze. Il gommone che Elvira, Zulma e Lindoro dovrebbero ora usare per andare in Italia - decisione del Bey poi accantonata per volere di Isabella - sembra una traduzione allegra della celeberrima ‘Zattera della Medusa' di Théodore Géricault, e comicamente pulsa di arti gettati all’aria e pose plastiche di personaggi coricati. Il finale del primo atto ricalca la musica in una tempesta di azioni scompaginate, e al termine tutti si accasciano esausti.
Il secondo atto si apre nella calma e nel sole, con Zulma che sulla terrazza fa cuocere il pollo sopra una latta. In primo piano sopra un quadrato d’erba finta, vengono aperte due sdraio e piantato un ombrellone azzurro. Mustafà si appresta a bere il caffè con Isabella, mentre Taddeo apprende che Haly vuole consegnargli per conto del Bey il titolo di Kaimakan, ossia Luogotenente. Isabella in due pezzi provvede alla crema solare, mentre Mustafà si avvicina celato da un lettino cactus gonfiabile. Taddeo fa gli esercizi in terrazza come un comandante antico, mentre la donna irresistibilmente si abbandona su un galleggiante fenicottero rosa. Anche Mustafà viene investito, del grado di Pappataci, con le regole lette dallo ‘zio’. Sulla sua scrivania campeggia la sagoma della moka, stagliantesi sull’azzurro cielo del deserto. Mentre Isabella è scortata dai marinai, i Pappataci vestono il Bey nella loro foggia, in una divertente pantomima. Seduti a tavola i due graduati con abbondanti tovaglioli sotto la gola, Taddeo lustra le forchette e insegna all’altro a mangiare spaghetti, Isabella imbocca lo spaccone, il fido atletico mimo gli macina il pepe. Mustafà mangia, beve e tace secondo le regole, e gli italiani partono.
I costumi ruspanti degli interpreti, a cura di Arthur Arbesser, sono emanazione di una regia così particolare. Gli abiti del coro maschile sono prima muliebri e divertenti, poi patriottici e marinareschi, con pagliette e bandiere tutte italiane sul finale. I Pappataci ricordano i britannici Teletubbies colorati, ed hanno vestiti sferici tesi ciascuno da un cerchio rigido nel mezzo, esilaranti quando accosciati sembrano davvero piccoli piccoli. I figuranti hanno lo stesso semplice abbigliamento del padrone di casa, mentre elegante è il costume a bande verticali del Mimo Julien Lambert, che con la sua straordinaria agilità commenta le scene, entra ed esce per tutta l’opera, mostra difficili acrobazie. Haly veste una camicia gialla a soli rossi. Zulma, la confidente di Elvira, porta una gonna color pesca a balze. Belli i costumi leopardati di Elvira, un po’ in stile Sunset Boulevard. Taddeo è in camicia sgargiante, poi in candida giacca da comando, con decorazioni e mostrine, riflesso della sua buffa figura paurosa ed impettita allo stesso tempo. Quando viene decorato, porta anche una palmetta, sembra volerci mostrare che ora il ‘palo’ lo tiene lui. Il fez, le collane, la canotta e i pantaloni rossi di Mustafà, sono la metafora tessile della sua boria. Il suo buffo costume di Pappataci è in color vinaccia, col cappello a panettone. Lo schiavo Lindoro ha pantaloni verdi e una chiara camicia a quadri, è un ragazzo semplice dal cuore gentile. L’Italiana porta una elegante camicia a nodo, una gonna grigia a pois. Indossa benissimo anche il costume in due pezzi rosso cremisi e l’abito mauve dalle cuciture nere nel secondo atto.
Le luci di Alessandro Pasqualini immergono la trama in una giornata tersa, ridente del bel sole mediterraneo che indora quelle coste (in Algeri ma anche in tante località del Belpaese, affine anche per il problema delle costruzioni abusive di cui abbiamo in scena un saggio). I controluce con le sagome d’ombra ritagliate sul monocromatico fondale - talora chiarissimo come una pietra di luna - ricalcano i momenti di tensione e climax emotivo - come nel ‘Pria di dividerci’ - catturando l’attenzione del pubblico che cerca i colpi di scena. Alla fine del primo atto, lampi e buio improvviso ritraggono il disordine dei personaggi, mentre le luci virano al rosso e il fondale al rosa. ‘Vedi, per tutta Italia’ è caratterizzato da una luce rossa e dal bianco del faro sulla Protagonista, quasi a ricordare parte della nostra bandiera, mentre l’opera si chiude col sole trionfante dell’equilibrio ritrovato.
Il Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia, tutto maschile, preparato con autorevolezza dal Maestro Martino Faggiani, canta miracolosamente bene e con belle dinamiche, compatto e preciso in ogni parte, comprese le timbrate mezzevoci. Sbalordito al ‘Quanta roba, quanti schiavi!’, tonante al ‘Viva viva il flagel delle donne’ e poi al celebrativo ‘Viva il grande Kaimakan’, fa capire ‘quanto valgan gl’italiani’, rende irresistibile il coro dei Pappataci, suggella l’opera ricordando la morale ‘che a tutti se vuole la donna la fa’.
L’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini diretta dal Maestro Alessandro Cadario è lucente e precisa, esalta la bellezza delle note rossiniane. Il direttore accende e sottolinea la raffinata scrittura cameristica della partitura. Nella celebre (ma troppo allegra, secondo Stendhal) Sinfonia, brillano i campanelli dello Schellenbaum, le melodie solistiche vibrano di corrusca bellezza, i crescendo sono palpitanti e precisi, rallegrano il cuore. La direzione è ben controllata così che la musica fluisce assieme al canto senza mai sopravanzarlo, rende i pezzi d’assieme come gemme abbacinanti. L’interpretazione, in crescendo, trova sul finire del secondo atto alcuni momenti memorabili disegnando stupendi concertati. Ottimo il fortepiano, che all’inizio del secondo atto interpola anche una melodia mozartiana, forse dal concerto per pianoforte n° 21.
Vocalmente e interpretativamente notevole il cast. Haly, interpretato da Giuseppe De Luca, mette in risalto da subito la sua bella voce e sapienza d’interprete, inoltre nel secondo atto canta ‘Le femmine d’Italia’ facendosi ricordare per il timbro scuro e l’ottima tecnica. Elvira e Zulma (interpretata da Barbara Skora) sono quasi un personaggio solo, sempre assieme, questa a consolare e quella a interpretare la parte della triste moglie ‘amorosa, docil, buona’. Le voci sono belle, un po’ aspra l’Elvira di Gloria Tronel, specie all’inizio dell’opera.
Ottimo Giorgio Caoduro nei panni di Mustafà, che inizia la recita con una punta di prudenza ma poi entra pienamente nella parte e nel secondo atto esibisce una voce di tinta seducente, molto vicina a quella di basso. ‘Ho un insolito ardore nel petto’ ha anche una bella coloratura. Il tenore Ruzil Gatin canta molto bene, inserendosi nella cifra del dettato rossiniano. Con belle e sorprendenti variazioni, acuti facili, è sonoro ed elegante anche nell’aria alternativa scritta per Milano nel 1814, ‘Concedi amor pietoso’ conclusa dall’agile ‘Voce che tenera mi parli al core’.
Bello il fraseggio di Taddeo, molto gustoso e sorridente. Marco Filippo Romano è un grande cantante, forse erede del sommo Sesto Bruscantini, e ha il teatro nel sangue. Presto lo ascolteremo nel Falstaff al Filarmonico di Verona. Nei recitativi e nelle arie Marco Filippo si trasforma in Taddeo, ed attacca con sicurezza ‘Ho più flemma e più prudenza’ nel duetto. Nella scena degli starnuti è divertente quando non si toglie dalla ‘nipote’ e finge di pulirsi le orecchie, sordo agli ‘eccì’ del Bey che fa segno per restare solo con lei.
Isabella è interpretata dal mezzosoprano Laura Verrecchia, la quale canta ‘Cruda sorte’ seduta sul gommone, col giubbetto di salvataggio che fa cadere le braccia da quanto è brutto, ma poi le cose migliorano. La voce è importante ed affronta l’impegnativa parte arrivando integra all’oneroso finale. Sostiene bene ‘Maltrattata m’ha la sorte’, è una maliarda quando modula ‘Per lui che adoro’. Bello e sciovinistico è l’accento della ‘Volubil sorte’, e infine ‘Vedi, per tutta Italia’ mostra una voce voluminosa, bella coloratura, acuti potenti e centrati.
Al termine della recita, applausi calorosi per tutti gli interpreti, specie per la Protagonista. All’uscita si passa nell’insolito ed elegantissimo foyer a pianta centrale, che fa andare la mente alle vesti impero di certe Paoline o di certe Natashe - col volto di Audrey Hepburn - che duecento anni or sono frequentavano teatri belli come questo.




