- Articolo di:Livia Bidoli
Nella piazza romana della Basilica di Massenzio a Roma c'è stato un concerto memorabile lo scorso 9 luglio: il Parco Archeologico del Colosseo con vista sui Fori Imperiali ha accolto un incontro tra musica e cinema all’interno della rassegna estiva Santa Cecilia Classica Estate. Per il suo debutto sul podio dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, il compositore francese Alexandre Desplat ha diretto per oltre due ore i suoi maggiori successi, tra cui le colonne sonore di film come The Tree of Life di Terrence Malick, e la musica di due dei suoi premi Oscar: The Grand Budapest Hotel e La forma dell'acqua.
Teatro Verdi di Trieste. Avanti tutta per il nuovo direttore Valerio Vicari
Manca ormai poco alla presentazione della nuova stagione del Teatro Verdi di Trieste, che verra presentata a giugno, la prima sotto la guida del nuovo direttore artistico Valerio Vicari. E a cinque mesi dal suo insediamento, cresce la curiosità attorno alla visione culturale che imprimerà a uno dei principali teatri lirici del Nordest. Apertura alla contemporaneità, attenzione al repertorio, dialogo con la città e centralità della musica sembrano essere i cardini del suo progetto per un teatro aperto, dove il focus è sulla musica e sull’amore per questa grande arte. Lo abbiamo intervistato a Trieste per capire quale futuro immagina per il Verdi.
Sono trascorsi i primi cento giorni dal suo incarico di Direttore Artistico del Teatro Lirico Giuseppe Verdi. Come ha trovato l’attività dell’Ente e quali priorità ha individuato in questa prima fase?
«Il Teatro Verdi è una importantissima istituzione e impresa culturale del territorio e ho trovato ciò che mi aspettavo: un organismo vivace e articolato. La priorità era, e resta, rifocalizzare il teatro sulla sua missione fondamentale: difendere e promuovere la grande arte musicale. Talvolta l’attenzione rischia di spostarsi verso la tutela dell’istituzione in sé, dimenticando che la salute del teatro, e la sua crescita, sono conseguenza della sua visibilità e popolarità nella società e nei media, non un presupposto automatico». «Per questo - continua - vorrei aprire metaforicamente le porte del teatro. Stare in mezzo alle persone, uscire dal teatro per raccontare ciò che facciamo, a partire dal Conservatorio. Parlare il più possibile con il pubblico, ascoltare, esserci».
Trieste è storicamente città di confine e dialogo tra culture. In che modo la sua dimensione mitteleuropea potrà influenzare la programmazione?
«È uno degli aspetti più affascinanti di questa città. Qui esiste mediamente una maggiore attenzione alla cultura, musicale e non solo, rispetto ad altre realtà italiane che ho incontrato. Proveremo a dare spazio ai tanti cuori di Trieste nei limiti di una programmazione che, purtroppo, non può avere dimensioni enormi».
Quali criteri guidano la scelta dei titoli da riproporre o riscoprire?
«Credo che il direttore artistico sia prima di tutto un consulente: ogni idea è una proposta che deve essere condivisa dagli organi decisionali del teatro, a partire dal Sovrintendente. C’è moltissima musica meritevole di essere riproposta, e spero di poterla portare progressivamente al nostro pubblico. Penso, per esempio, all’immenso patrimonio musicale del Novecento italiano». «Ė poi anche importante spiegare al pubblico - continua - che non esiste una sola musica contemporanea, ma molteplici linguaggi e che il teatro - sottolinea - deve avere il coraggio e la pazienza di proporre uno spettro ampio di sensibilità, lasciando poi al pubblico la libertà di costruirsi una propria opinione».
Come si bilancia una stagione tra opere celebri e titoli meno frequentati?
«La prossima stagione vedrà probabilmente una prevalenza di titoli celebri, anche perché ciò che appare famoso agli addetti ai lavori non lo è necessariamente per il grande pubblico. Pensiamo alla Quinta di Beethoven: il 99% delle persone riconosce i primi dieci secondi, ma il resto dell’opera appartiene a una minoranza di ascoltatori».
E quanto conta il dialogo con altri teatri e istituzioni musicali?
«Moltissimo. Per noi è essenziale ad esempio una collaborazione concreta, non solo teorica, con il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia. Il successo de Il Romeo e Giulietta di questa stagione, ad esempio, proposto nel doppio allestimento di lirica e di prosa rappresenta solo un punto di partenza».
Come immagina un teatro sempre più centrale nella vita culturale cittadina e non solo?
«Rendendolo attrattivo: il teatro deve essere un luogo in cui si sta bene, dove si entra volentieri, si incontrano persone piacevoli, ci si diverte e si ascolta musica immortale. Un luogo che contribuisca a migliorare le nostre giornate e, in fondo, anche le nostre vite». «Secondo aspetto - aggiunge - oggi bisogna esistere anche sui social, per raccontare la vita del teatro e far capire che non siamo un museo dove si custodiscono oggetti sotto teca: ci sono persone vive, allegre, che lavorano per offrire un’esperienza autentica. Venire a teatro significa divertirsi e trascorrere tempo di qualità».
«Terzo aspetto, poi, è per me costituito dal fatto che è necessario, anche, aprirsi alla musica composta oggi. Esistono molti compositori viventi di qualità, con sensibilità differenti e su quesro punto la prossima stagione sinfonica avrà un’apertura significativa verso il presente. Ma sono convinto anche che resta fondamentale una rilettura attenta del repertorio. Penso alla Madama Butterfly recentemente in scena al Verdi: quanta attualità contiene quel capolavoro di inizio Novecento. Il compito del teatro è anche mostrare quanto queste storie continuino a parlare al pubblico contemporaneo».
«Infine sarà importante anche muoversi con equilibrio, senza strappi. Il punto non è convincere il pubblico ad ascoltare ciò che già conosce, ma portarlo verso cose nuove sulla base della fiducia: la fiducia che il Verdi non lo deluderà».
Quanto è importante commissionare nuove opere?
«Certamente è fondamentale mantenere vivo il teatro musicale, anche senza l’ossessione della novità a tutti i costi. Basta già proporre musica di compositori viventi o scomparsi da poco per ricordare che la musica classica non si è fermata a Stravinskij: continua a vivere».
Come avvicinare nuovi spettatori, soprattutto giovani?
«Direi che è la domanda del nostro tempo. Come dicevo prima serve mostrare il teatro come un luogo normale, accogliente, vivo, abitato da persone vere — magari anche giovani e simpatiche — e non come uno spazio intimidatorio». “Conta anche l’educazione musicale - sottolinea - se fosse diffusa quanto quella storico-artistica, oggi parleremmo di un panorama completamente diverso».
Quale immagine di teatro desidera costruire nei prossimi anni e quale segno vorrebbe lasciare della sua direzione artistica?
«Mi piacerebbe che il mio passaggio fosse ricordato come un periodo in cui molti cantanti meritevoli hanno trovato spazio, in cui giovani direttori hanno avuto l’opportunità di mettere alla prova il proprio talento. Un luogo dove il pubblico abbia riscoperto il piacere della grande musica, senza inseguire glamour o logiche estranee: un teatro fatto per la musica e niente più».
Parliamo di lei. Romano, direttore artistico e socio fondatore da vent’anni dell'Associazione Roma Tre Orchestra, ha svolto altri incarichi direttivi e ha pubblicato per i tipi di ETS Edizioni "Richard Wagner, il cane e il pappagallo. Una biografia emotiva" e , el 2025, sempre per ETS Edizioni, il testo teatrale "Stupor Mundi, dramma televisivo in atto unico".La sua formazione unisce musica, studi umanistici e attività istituzionale. Quanto incidono queste esperienze sulla sua idea di programmazione?
«Tutto si tiene. Non si può guidare un ente musicale senza amare profondamente la musica e conoscerla. I compositori non sono vissuti sotto campane di vetro: far amare la musica significa raccontarne anche il contesto storico, sociale e culturale».
Quali maestri o incontri hanno segnato il suo percorso?
«Tantissimi: ricordo gli eccellenti insegnamenti musicali ricevuti dai miei due maestri di composizione, Giampaolo Chiti e Matteo D'Amico, grandi compositori ma anche straordinari didatti, sono stato molto fortunato in questo -aggiunge. “Poi, con Roma Tre Orchestra, e i tanti direttori conosciuti, fino al grande Gustav Kuhn e, ancora, nell'ambito musicale, l'indimenticabile Piero Rattalino, che per tanti anni ci onorò come vicepresidente di Roma Tre Orchestra e del quale con orgoglio custodisco a casa parte della sua collezione di CD che generosamente decise di donarmi. Però non posso dimenticare persone esterne alla musica: tanti professori del liceo, il professor Bellomo con cui presi la prima laurea in dantologia, il professor Pujia che (quando avevo 20 anni) credette e favorì la mia idea di creare un'orchestra dentro un'università italiana...sono una persona fortunata, ho incontrato tante persone che mi hanno aiutato a crescere ».
Che cosa ha rappresentato per lei la fondazione della Roma Tre Orchestra?
«Roma Tre Orchestra è, molto semplicemente, il racconto della mia vita, almeno fino ad oggi. E' stata la dimostrazione che, senza avere nessuno dietro, senza aiuti, senza imbeccate, senza pacche sulle spalle, la mera cocciutaggine di insistere sul grande repertorio, di voler diffondere questa benedetta musica classica a tutti i costi, può trovare una strada. Roma Tre Orchestra ce la siamo presa, non ce l'ha data nessuno: ha dimostrato che l'amore per la musica può diventare contagioso (come tutti gli amori, quando sono autentici). Roma Tre Orchestra è un luogo di musica e basta: non c'è spazio per altro che questo, nessun interesse privato, nessun inutile glamour o passarelle personali. Non si entra in Roma Tre Orchestra staccando il biglietto, come chi sale su un autobus: chiunque viene deve credere nel progetto, deve aiutare a remare, non sdraiarsi a prendere il sole sul pontile. In questo senso, mi piace scherzare dicendo che Roma Tre Orchestra è innanzitutto un "atto di fede ».
Uno spettacolo che ha cambiato il suo modo di vedere la musica?
«L'esperienza del Festival di Lucerna. Non a caso sul mio profilo facebook come residenza compare "Lucerna". Penso che il festival, con l'orchestra ricreata da Abbado, si sia avvicinata di molto alla mia idea di perfezione in musica. Nel cuore cerco ogni giorno, nel mio piccolo, di ricreare un barlume di quella incredibile bellezza che ho avuto la fortuna di godere in quegli anni».
Che cosa continua a sorprenderla del mondo della musica?
«Il fatto che la musica, riprendendo il titolo della rassegna estiva di Roma Tre Orchestra, è veramente "una cosa meravigliosa". Ci sono tanti grandi artisti ancora oggi, tanti giovani che ci credono veramente e che hanno grandi talenti. C'è tanta bellezza che merita di essere sostenuta e incoraggiata. Parafrasando Kierkegaard, occuparsi di musica classica è andare in una strada in cui tutti i cartelli dicono indietro, indietro, indietro, eppure ancora oggi tante persone continuano a farlo, ci credono e gettano la loro vita in questa scommessa. Sono monaci guerrieri, meritano il nostro rispetto e il nostro incoraggiamento».
Come immagina il futuro del teatro musicale in Italia e in Europa?
«Un teatro inevitabilmente "in ascolto", sempre più aperto all'esterno, sempre più "alla mano", vicino alle persone. La dimensione up-down non ha già più senso, ne avrà sempre di meno in futuro. La società ci chiede partecipazione ».
Se dovesse consigliare una sola opera per innamorarsi della lirica?
«Bohème. La prima che ho ascoltato io, quando avevo 10 anni, un capolavoro assoluto che parla e parlerà sempre a tutte le generazioni di ieri, oggi e domani».
Se dovesse sintetizzare la sua idea di teatro in una frase?
«Avanti tutta, senza paura».
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